C’è una scena famosa in un saggio ancora più famoso, A room of one’s own di Virginia Woolf, oramai tanto citato da essere divenuto un meme. La voce narrante cerca di entrare nella biblioteca di Oxbridge in realtà la Wren Library di Cambridge. Ma viene cacciata, la sua presenza femminile lì è una specie di eresia, sta contaminando quel luogo quasi sacro. Vedere a distanza di più di quasi un secolo accadere una sfilata della femminilità in una biblioteca, questa volta parigina, un luogo così istituzionalizzato e storicamente così connotato, è davvero sorprendente. Che le modelle sfilino poi con cappellini da baseball con su scritto Villain Teen, mi sembra ancora più irriverente. Eppure il gesto di Woolf di maledire la biblioteca del Trinity College e giurare di non metterci più piede continua a sembrarmi ancora più sovversivo.
Un’idea non è sempre una buona idea. E l’acclamazione nasconde spesso solo la lusinga.
La visione di un’antibiblioteca poteva essere solo l’aspirazione di un collezionista come Umberto Eco. L’allucinazione visiva di una persona dalla compulsione all’acquisto di libri, una persona circondata di libri, che di biblioteche ne ha frequentate molte. Ed Alessandro Michele, alla direzione della maison Valentino, anche lui cultore raffinato e squisito di antichità e merveilles, collezionista di eccellenza, non poteva che scegliere Eco e l’antibiblioteca come leitmotiv dell’ultima sfilata Valentino nella prestigiosa Bibliothèque Sainte-Geneviève. L’antibiblioteca è una biblioteca che non esiste ancora, immaginaria, quella composta da tutti i libri che non abbiamo ancora letto. Un’antibiblioteca in una biblioteca è un ossimoro. Eco parlava di biblioteca negativa, è lo scrittore Taleb nel Cigno nero ad usare le parole di Eco e a coniare il concetto di antilibrary. L’antibiblioteca è un’entità filosofica, quindi una categoria molto maschile assieme alla geometria dei concetti e ai suoi tranelli. Un uomo che possiede 30000 volumi, la misura del suo sapere, che lo voglia oppure no, desidera ed immagina una biblioteca che non possiede, quella a venire, fatta di volumi non letti, sognati e immaginari. In un gesto di finta modestia sembra voler misurare la sua ignoranza ma sta solo trasformando l’ignoranza in proprietà privata. Sembra una boutade, un’arguzia, un giro linguistico postmoderno. Ma io ci vedo solo la voracità, voracità di colonizzare anche un futuro che per definizione credevamo non esistesse. Vuol dire replicare il gesto predatorio e consumistico del presente. Una voracità intellettuale pure essa squisitamente maschile anche se, è bene ammetterlo, esiste pure una voracità femminile nel possedere vestiti e scarpe. Una specie di opulenza al quadrato.
Una specie di ossessione romantica e poststrutturalista, che viene da lontano, da Montaigne e la biblioteca nella torre che negli Essais rappresentava piuttosto la lettura in potenza. Poi Blanchot ed ovviamente Roland Barthes con tutta la sua esplorazione sul desiderio, il vuoto e il grado zero. Per Barthes il libro non è un oggetto da collezionare ma uno spazio di desiderio, non un oggetto da consumare, il suo valore è nelle possibilità che esso apre. E Michele ha voluto mettere in scena questo desiderio.
Mi rifugio nei libri che ho letto, in confronto a quella biblioteca che incombe su Eco, sono pochi, anzi pochissimi, come gli abiti nell’armadio, due ante ed un cassetto, due librerie a parete. Mi piace consumarli, ritrovarli, leggerli e rileggerli; ci trovo sempre porte nuove, corridoi inesplorati, anche vicoli ciechi però e porte sbarrate. L’immaginario è complesso e non sempre edulcorato. Mi piace anche comprarne di nuovi ma con parsimonia. Faccio liste su cui ritorno, che riduco all’essenziale. Esistono, i libri, sono materia, merci: è la lettura e la vita intorno che li rendono immaginifici. Non certo un’antibiblioteca.
E la lettura non può sfilare, nonostante tutte le sottigliezze e le citazioni e i rimandi che Michele può avere immaginato. La lettura non ha niente a che vedere con questa drammatizzazione nel senso di teatralizzazione del desiderio contemporaneo. Come non lo hanno i libri nei contenuti dei content creators tra fiori, perle, voci seducenti, muscoli che fuoriescono da canotte smanicate, corpi che imitano, voci che imitano, tutto ripulito e allineato da Edits al gusto contemporaneo. I libri hanno a che vedere con la lettura e con la scrittura semmai. Non sono una moda, quella dei book club, come se prima di Dua Lipa non esistessero i club di lettura, l’ultima tendenza è leggere nei locali notturni in Giappone, dal bookclub al bookrave, e ovviamente postare contenuti in tempo reale. Il mondo digitale crede di avere scoperto o riscoperto la lettura. Lasciamoglielo credere. Ma noi sappiamo che la comunità di cui parlava bell hooks è un’altra cosa, sappiamo anche che purtroppo quella comunità di lettori è stata sostituita dall’algoritmo. Non stupisce che all’indomani della sfilata, uno dei troppi content creators ci dice: “Ve l’avevo detto che quest’anno il trend sarebbe stato: il libro come oggetto estetico!” Sì, il libro è un prop.
Libri a venire come desideri incompiuti, come sogni, come i vestiti che sfilano. Ma sempre sogni di possesso. Del sogno, dell’incompiuto resta poco, visto che Michele non ha potuto evitare di inventare dei romanzi dai titoli peraltro molto vendibili. Le persone presenti acquisteranno vestiti non libri. I vestiti immaginati sono stati creati e sfilano sotto i loro occhi. Chi sogna non ha bisogno né di libri né di vestiti che non può permettersi, i sogni per fortuna sono a portata di mano. Per quanto?
In questa cornice sfilano gli abiti di Michele, non sono più gli abiti di Valentino ma almeno io non me lo aspettavo, gli abiti di Valentino sono finiti con Valentino, quindi non mi sembrano incongruenti. Lo spiazzamento di Michele è un dato storicamente coerente. Ne apprezzo i colori saturi, le sovrapposizioni, mi piacciono i bustier di raso.
Dalle immagini e dai filmati della sfilata si vede una box trasparente, enorme, sproporzionata, in cui le celebrities invitate da Michele a questa sua strana sfilata avrebbero dovuto donare un libro ciascuna. Donare a chi? Ah, sì a delle anonime biblioteche locali è scritto nell’invito. Io che passeggiando per le strade abbastanza sporche ma piene di objets à donner di questa città straniera in cui vivo vedo quelle piccole casette in cui la gente lascia libri sgualciti per chi passa e ne vuole prendere uno, bookcrossing, non posso che guardare con orrore a quella box di plexiglass. Le star gettano i libri dentro, chi teatralmente, chi casualmente, chi proprio come un rifiuto. Mi è sembrato piuttosto un rogo del passato. Ma non è colpa di Michele, sono le celebrities così nevrotiche e imprevedibili. Che i libri venissero celebrati assieme ai vestiti in un’atmosfera da Miu Miu Literary Club, e al tempo stesso gettati nella grande box mi è sembrato sì incongruente.
Silvia Acierno
RSS - Articoli
E tu cosa ne pensi?