«Sono un po’ come una spugna. Quando non scrivo assorbo la vita come acqua. Quando scrivo strizzo un po’ la spugna — e ne esce, non acqua, ma inchiostro.» Georges Simenon
Il muso del cane giallo era illuminato da una spada di luce che si proiettava nitida sul pavimento, la finestra a bovindo era spalancata, affacciata su una tiepida e rara giornata di sole di un inverno svizzero particolarmente rigido. Boule alzò il muso, annusò l’aria scaldata dai raggi, e constatò dal chiarore e dal silenzio nello studio che era un momento propizio per pretendere un po’ di attenzione; si mosse stirandosi la colonna vertebrale e andò a passo lento davanti alla porta di legno chiusa. L’uomo sollevò lo sguardo in direzione del cane e dalle sue guance scavate spuntò un lieve e complice sorriso. Masticò tra i denti, muovendo leggermente a destra e a sinistra il bocchino a sella in ebanite della sua pipa ormai spenta, si sistemò gli occhiali in tartaruga che gli erano scivolati durante la scrittura, e si ricordò quando quel cane randagio incontrato nel porto di Porquerolles lo ispirò, nel 1931, per il suo romanzo Le Chien jaune; lo stesso pelo fulvo e ambrato di Boule; si compiacque di avergli assegnato quel nome, preso dal titolo del suo romanzo La Boule noir. Era un buon libro, glielo aveva confermato anche François Mauriac in una lettera che conservava ancora nel cassetto dello scrittoio. La puntina del giradischi si era fermata, la voce di Juliette Grèco incisa sul 78 giri si era interrotta e le parole della cantante dalla intelligenza tagliente, quasi nichilista, terminarono la loro corsa nella stanca danza tra le vie di Parigi nella canzone La Rue des Blancs-Manteaux. Lo scrittore smise di roteare la penna che aveva in mano, l’appoggiò sullo scrittoio e ripensò alle lunghe chiacchierate con Andrè Gide, l’amico scomparso da poco tempo; lui e François erano gli unici suoi veri sostenitori, i soli che avessero compreso che lui non era soltanto un romanziere di genere. Si alzò dalla sedia con lo schienale in pelle, appoggiò entrambe le mani sulla scrivania di legno impregnato di fumo e, con fare sicuro, aggirò il mobile antico verso Boule, che iniziava ormai un soffocato lamento d’impazienza. Aprì la porta e uscì in direzione del giardino della sua casa di Château d’Echandes. L’altezza dell’uomo e le sue spalle larghe ombreggiavano ora la corsa vivace del cane nel corridoio; un solo pensiero viaggiava nella mente dello scrittore, completare il monologo interiore del commissario appena iniziato, travasare umanità, versare ancora e ancora inchiostro. Era il 1957.
Così immaginai lo scrittore belga con la pipa, Georges Simenon, quando da ragazza lessi per la prima volta il suo libro, Pietr il Lettone, romanzo d’esordio del Commissario Maigret e successivamente Crocevia delle tre vedove. Che fosse un uomo imponente lo si deduce dalle foto, dalle biografie, troppe poche in commercio per la popolarità e il successo di questo autore. Che fosse uno scrittore votato alla sua vocazione, sempre seduto alla scrivania, lo si può desumere dalla sua prolificità. I curatori non riescono a stimare il numero esatto delle opere, ma la cifra si aggira intorno ai 450 volumi, di cui 192 romanzi a suo nome, 200 sotto pseudonimo, 4 autobiografie, 21 memorie, e non si calcolano i racconti brevi.
«Nei romanzi scritti da Georges Simenon, una differenza sostanziale divide quelli che hanno come protagonista il commissario Maigret e gli altri che non l’hanno. Dai primi spira un’aria di bonomia, di vecchia provincia francese, di vino, di pipa, di minestre a casa la sera; nei secondi al contrario, compare un’umanità profondamente infelice, sporca, dolorosa e incattivita. È come se tutta l’amarezza trattenuta nel raccontare le avventure di Maigret si riversasse nei romanzi, peraltro bellissimi, del secondo genere.»
Corrado Augias, La mia Babele, il venerdì de «La Repubblica», 2008
Sulla feconda produzione letteraria di Simenon bisogna fare un distinguo fondamentale, come suggerisce Corrado Augias, perché il romanziere ha scritto prevalentemente due linee narrative: i polizieschi, aventi come personaggio il Commissario Maigret, e i romanzi cosiddetti “duri”, nominati dai critici e amanti di Simenon i “117”, numero appunto di queste opere. Doveroso anche menzionare le memorie di viaggio; inspiegabile come uno scrittore da ottanta pagine redatte al giorno, secondo le biografie, riuscisse a viaggiare con assiduità, anche per svariati mesi all’anno in posti remoti ed esotici, senza mai interrompere la sua produzione. Ma vi è invece poca informazione sul rapporto di Simenon con la poesia, che spesso offriva per lui una risposta risolutiva sulla enigmaticità della psicologia umana. Scrivere saggi di poesia era per lui un modo di analizzare la correlazione stretta con un certo tipo di narrativa atta all’ideazione di personaggi autentici. I testi più significativi sono: La Poésie du roman (esplora la relazione tra poesia e narrativa), L’Homme qui écrit (riflessioni sulla scrittura e sulla creatività), Les Petits Hommes (dove esamina la psicologia dei personaggi letterari).
Simenon è stato uno dei più grandi maestri del genere poliziesco per i suoi romanzi di Maigret nel ruolo del commissario nelle inchieste che ideava. Solo dopo svariato tempo, con il diffondersi del genere noir, grazie anche ad autori come Raymond Chandler e Dashiell Hammett, la critica constatò che i suoi romanzi “duri” avevano quella cupezza e quel realismo brutale del genere, dai quali, epurando quasi totalmente la parte investigativa dalla narrazione, emergevano gli abissi più insondabili delle pulsioni umane.
Il personaggio di Maigret era per quel tempo assai diverso dal brillante Sherlock Holmes, scritto nel 1887, l’investigatore ideato da Sir Arthur Conan Doyle che risolveva i suoi casi con la logica. Simenon, che disdegnava i salotti letterari padroneggiati da Albert Camus e Jean Paul Sartre, considerati da lui intellettuali troppo di “sinistra”, preferiva, per scoprire l’umanità e la psicologia umana, le aule dei tribunali, i bistrot, alla ricerca di avvocati di provincia; o parlare con i carcerati di qualche arrondissement periferico di Parigi. Assorbiva la vita di strada, le illogicità inesplicabili dell’umanità, e le riverberava nel suo Commissario che svelava i casi con intuizione, immergendosi nell’atmosfera del crimine.
Ma l’attenzione a cui questa Dedica a Simenon vuole tendere è quella verso i romanzi “duri”, nominati così per lo sviluppo delle trame ad alto contenuto psicologico, per la loro drammaticità, per la loro crudezza e per la rivelazione al lettore di situazioni disperate e verità scomode. Sono romanzi scritti in un arco temporale di quarant’anni, mentre i primi titoli risalgono a novant’anni fa, e la riflessione mira a questo; alla contemporaneità dei temi trattati, alla prosa attuale e diretta dello scrittore e alla critica attuale, molto più favorevole oggi rispetto ad allora. È come se Simenon avesse svelato la spietatezza umana e le sue fragilità nettamente in anticipo sui tempi rispetto ad altri scrittori coetanei. Lui sosteneva che il processo creativo per i romanzi “duri” fosse intenso e immersivo, mentre la stesura “dei Maigret” un atto distensivo. L’immedesimazione era tutto per lui ed è quello che prova il lettore tra le pagine, una sorta di tensione permanente e di inclusione nella vita dei personaggi.
I titoli più conosciuti tra questi romanzi, per citarne alcuni, sono: La camera azzurra, che a tutt’oggi rimane il suo romanzo più venduto e il più censurato al momento della pubblicazione; L’uomo che guardava i treni passare, Lettera al mio giudice, La morte di Belle. In questa Dedica proporremo: Il Treno, Tre camere a Manhattan, La camera azzurra, e Luci nella notte, ma anche Il mio amico Maigret, per sottolineare la differenza tra le due linee narrative.
Negli ultimi anni la pubblicazione dei romanzi di Simenon non ancora tradotti in lingua italiana sta aumentando, come il coinvolgimento di un pubblico molto più esteso e variegato; nell’estate del 2025, in formato ebook, i titoli “duri” di Simenon sono stati in vetta alle classifiche, a prova della diversificazione anche generazionale dei suoi lettori e della sua indiscussa e già citata contemporaneità.
Lo scrittore aveva un carattere introverso e riservato, preferiva la solitudine alla vita sociale, ma era anche un uomo passionale ed emotivo, affascinato dalle donne con cui aveva un rapporto contradditorio. Gentile con alcune, ma egoista e insensibile con altre, sarcastico ed ironico, non si prendeva mai troppo sul serio; era un uomo di abitudini, un lavoratore instancabile, era un curioso indagatore di mete da scoprire ed era uno scrittore famelico di umanità sconosciuta. Questa sua personalità così suggestiva emerge in ogni suo romanzo, in particolare nei romanzi “duri”. Un esempio può essere la sua fascinazione per i treni, spesso si recava alla stazione della Gare du Nord – viveva in appartamento poco distante – e osservava le persone salire e scendere dai treni fantasticando sulle loro vite. Il treno è un archetipo letterario del XIX e del XX secolo, topos di progresso e modernità, ma per Simenon anche una metafora del viaggio, della fuga, del perdersi nei precisi disegni del destino; diversi titoli includono la parola treno, ed è usato molto spesso come espediente letterario: presente nelle prime pagine di La camera azzurra o anche il Lettera al mio giudice, il protagonista incontra Martine sulla banchina di una stazione.
Simenon ha vissuto un purgatorio letterario, i giudizi severi di una critica che associava la vasta produzione letteraria, la prosa semplice e diretta, la sua scelta di genere, la mancanza di ambizione letteraria, a sinonimo di scarsa qualità; in sostanza, per i critici di allora, lo scrittore non era un artista né un letterato, ma uno scrittore troppo popolare.
Il tempo ha dimostrato il contrario, ha messo in mostra la capacità di analisi di Simenon sui fatti reali della vita, il costante gioco del binomio inscindibile tra il bene e il male, l’alienazione, la solitudine e l’incapacità di trovare un senso nella esistenza. Con le sue trame ha messo in evidenza le falle della società moderna, che poi sono le stesse di quella contemporanea. Ha vissuto un’intera vita scrivendo di giustizia e di moralità, della condizione umana, senza retorica e imposizioni. La realtà era la sua acqua, l’inchiostro il suo unico modo per renderla eterna.
Fonti e persone citate:
Le Chien jaune, anno di uscita in Francia, 1931;
La Boule noir, anno di uscita in Francia, 1955;
François Mauriac, scrittore francese, Premio Nobel 1952, (1885-1970) amico di Simenon;
Porquerolles (Provence), luogo di ambientazione di Il mio amico Maigret (1949), meta di numerosi viaggi di Simenon;
La Rue des Blacs-Manteaux, Juliette Grèco, anno di uscita in Francia 1955;
Andrè Gide, scrittore e critico francese (1869-1951), amico di Simenon;
Château d’Echandes, residenza svizzera di Simenon dal 1957 al 1963.
Caterina Incerti
Tre camere a Manhattan: il romanzo più struggente di Simenon
Il mio amico Maigret tra luce mediterranea e inquietudine: Simenon porta il delitto a Porquerolles
Georges Simenon e le crepe della coppia in Luci nella notte
Georges Simenon, Il treno: amore, destino e guerra nel romanzo più intimo
Simenon e La camera azzurra: il desiderio malato che scandalizzò un’epoca
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