I bambini sanno tutto. Sanno cos’è la paura, sanno cos’è la fame, sanno cos’è la morte” Maurice Sendak

Quello che i genitori non dicono ai figli è ciò che i figli diventano.” Margaret Atwood

C’era la luna piena mentre leggevo le ultime pagine de Il custode di Ammaniti. Quelle in cui le anatomie e le viscere di Nilo, un ragazzo, e di Medusa, quella che tutti credevamo di conoscere e invece no, si intrecciano e i serpenti nella chioma sono solo ferite d’amore. Lo sfondo non poteva essere migliore: sotto la luna che ingoia i segreti e carica le pulsioni. La luna piena di bocche che hanno ingoiato bugie, la luna che gocciola resina bianca ed intrappola le nostre metamorfosi. La luna piena prima di scomparire e rinnovarsi per essere sempre la stessa. Quando Nilo entra nella stanza dov’è custodito il segreto, un bagno, un buco, un grembo materno in cui sono sospesi insetti e mute fossilizzate, il romanzo di Ammaniti diventa una camera delle meraviglie, una Wunderkammer ma anche una stanza-sepolcro, abitata per l’eternità. E non sapremo mai se la mirabilia era un prodigio o solo un inganno che poi è come dire una storia.

Come in Io non ho paura, anche qui il buco, la stanza segreta è il cuore pulsante della storia, quasi della narrativa di Ammaniti, un buco in un luogo asfissiante e abbandonato da Cristo, tra metafore animali, acquari e strofe di canzoni. Un buco in un rumore bianco, in una frequenza di fondo: il buco in cui sono stipate le paure e i traumi infantili e i peccati degli adulti, che, come ci insegnava già Maurice Sendak, sono i veri mostri, familiari e mostruosi. Loro che sciolgono il bacio della buonanotte in una goccia di sonnifero. Ammaniti è capace di guardare sotto il letto, nell’armadio, nella stanza abbandonata, di toccare il trauma e l’orrore che è sempre soprannaturale e di plasmarlo come Stephen King o David Lynch.

Hanno parlato di adolescenza, di un addio alquanto tardivo all’adolescenza sotto la foto di Niccolò Ammaniti, una foto recente, lui quasi sessantenne, portati bene, certo. Comunque, stridente. Perché l’arte di pietrificare appartiene tutta all’età adulta. Arte o piuttosto una forma di sopravvivenza. Le esperienze che abbiamo vissuto in quel tempo di laggiù, il primo bacio, la prima volta, tutte quelle prime volte che rompono la monotonia e i giochi dell’infanzia. È già molto dopo l’ora del rientro, ma tu sei l’arbitro del tempo e delle sue conseguenze, tu non hai paura, la festa del paese nelle luminarie, gli amici, i motorini e l’audacia di un bacio che diventerà un’ossessione. I turbamenti, Silvia lo sa, la musica a cannone e una roulotte abbandonata in un giardino. Da adolescenti le abbiamo vissute con incoscienza e intensità. Col tempo diventano pietre, fossili, le custodiamo, le collezioniamo, le ricordiamo, le cerchiamo ma sono immagini statiche, eppure stregate; pietre dal cuore pulsante ma bloccate laggiù. Ricoperte da una crosta minerale sopra quello che siamo stati; parte di una stanza organica eppure separata. Ma per custodire c’è anche bisogno di essere capaci di tornare laggiù, di sentirne la fatalità. E avere il coraggio di soffiare vita in simulacri, scie di stelle, i colori primari, quelli dei sogni e quelli degli incubi, una macchiolina, un punto sperduto nel grano.

Cosa è custodito nel bagno, dietro i tre lucchetti, sotto le bende agli occhi? Una donna ricoperta di scaglie, una ragazzina violentata mille volte e mille volte rinata, una creatura che genera caos; un mostro mitologico e il suo contrario, desiderio, turbamento, colpa e innocenza, un segreto o solo un banale segreto, una madre e suo figlio? Perché in fondo il mostruoso è solo una stratificazione di abusi. A quella cosa che è nascosta nel bagno la madre di Nilo, una delle due sorelle Vasciaveo, ha dato il nome di Medusa. Lei ha protetto quel segreto ed usato per farsi rispettare in un mondo di mostri e criminali, cominciando da suo marito.

Il custode è lo scrittore e il segreto è quello del suo narrare. Che è semplicemente raccogliere una storia e trasformarla. E fare in modo che una storia che pensavamo di conoscere era in realtà un’altra storia, perché la Gorgone non è mai stata uccisa da Perseo. La stessa storia e raccontarcela di nuovo, e nel raccontarcela, trasformarla ancora. Perché le storie sono infinite e informi come le paure.

Se la storia di Medusa è sempre stata raccontata come il gesto eroico di un Perseo solare che la decapiterà, decapiterà il mostro, la vagina dentata, ed userà la sua testa per pietrificare i nemici, per Ammaniti, Medusa sarà una ragazzina bellissima e disgraziatissima come Arianna, la donna di cui Nilo si innamorerà fatalmente, punita ingiustamente da una divinità superba che fa la guerra e la giustizia, sfuggita alla sua sorte e tenuta prigioniera per i secoli dei secoli. Chiusa in un bagno dalle piastrelle consumate, un bagno grotta, per generare ancora realtà.

C’è una zona più banale o prevedibile in questo romanzo: la storia di crescita di Nilo, ragazzino paralizzato ed inibito, che si affranca da una madre invadente e castrante e dall’incubo freudiano. Forse la madre di Nilo più che uno schema freudiano si è solo interposta tra Nilo e la mostruosità del mondo, era solo uno scudo, la disciplina necessaria per convivere con i propri traumi. Affrancarsi vuol dire scoprire il segreto sulle proprie origini, far esplodere tutto, disintegrare la pietra, vibrare ma per un attimo. Prima dell’identificazione e proiettare a sua volta sugli altri lo sguardo pietrificante. Prima di imparare a sopravvivere. Nilo guarda sé stesso, il mostro e la ferita che lo ha generato. Non si guarisce dal segreto ma si impara solo a diventarne il custode. La luna scompare per rinnovarsi ed essere sempre la stessa.

Silvia Acierno

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