Un incipit che colpisce per la sua durezza: “Sono brutto. Non semplicemente brutto, sono ridicolmente brutto, e se mi guardo allo specchio inorridisco dal ridere. La cosa atroce è che ho un senso estetico altrettanto smisurato, amo il bello e solo la bellezza mi appaga e allora la prospettiva cambia perché l’ironia della mia situazione diventa lacerante” e una narrazione in prima persona che colpisce e coinvolge il lettore.
Una voce narrante, Ugo Esposito, che accompagna il lettore attraverso le vicende e i pensieri che lo hanno accompagnato fin dalla più tenera età alla ricerca di una dimensione nella quale far convivere il suo collo storto e i problemi di zoppia con una mente sempre in movimento, una “testa speciale” per la quale è impossibile non provare empatia.
Un essere umano alle prese con l’eterno dissidio tra il bene e il male, tra la cattiveria e la bontà , tra il diventare “dispensatore di gioia” e l’essere un mostro perfido che va a rovinare i piani altrui, perché “ i sentieri del male li conosciamo mentre quelli del bene sono spesso interrotti e sempre incogniti: ognuno può conoscere solo la sua strada”.
Uno sguardo, tanti sguardi sul mondo e sulle modalità di rapportarsi con la realtà, alcuni che si fermano all’apparenza alla deformità delle persone, altri che vanno vanno oltre alle apparenze, come quello di Ugo verso i biscotti ammuffiti di Elmina, altri ancora che cercano l’utile personale, come quella dei compagni che traggono vantaggio dall’intelligenza del protagonista.
Una narrazione nella quale la solitudine del protagonista si incontra con quella degli altri personaggi del romanzo per dare vita a legami forti: dal sodalizio con Ninetto compagno dai tempi della scuola e socio d’affari al rapporto quasi figliale con la vecchia Elmina, dall’amicizia con Michele interrotta per le pressioni della madre al rapporto che pare diventare amoroso con Diletta, dalla stima reciproca con il professore di filosofia dell’università ai sentimenti contrastanti nei confronti di Benito che riuscirà a far rifiorire la madre del protagonista dopo la morte del marito, dal compagno di classe Giorgio “vittima” del carattere di Ugo al rispetto professor Mario di Iorio i cui consigli lasciati prima di porre fine alla sua vita accompagnano il protagonista per tutto il corso della narrazione, dal professor Melchiorre che sopperisce alle sue difficoltà fisiche con un carattere molto rigido a Elmo con la sua vita che pare misteriosa.
Una storia popolata e animata da tante figure diverse, tra le quali non mancano filosofi come Kierkegaard, lo scrittore Céline, l’artista Alberto Burri e i pacifisti Capitini e Pinna, da ceti sociali molto diversi tra loro dalla famiglia napoletana di umili origini in cui sono nati e cresciuti Ugo e Ninetto (i villici) alla famiglia del sindaco locale fino a giungere a notai e quant’altro.
Un romanzo di formazione nel quale l’importanza di imparare dalle esperienze è più volte ribadita perché “della vita non si butta via niente e la differenza tra gli esseri umani sta nell’imparare a selezionare differenziare e riutilizzare quel tutto che costituisce la vita passata di ciascuno”.
Un racconto dal sapore antico e moderno al tempo stesso: i titoli dei 28 capitoli nei quali è suddivisa la narrazione sembrano richiamare i titoli delle novelle boccaccesche convivono con gli incontri sui social.
Un linguaggio che, a partire dai nomi delle molteplici figure che compaiono nel corso della narrazione, grazie a una riuscitissima ed equilibratissima commistione di dialetti di varie regioni e di italiano di diversi livelli fa sì che il romanzo sia una ricca narrazione corale.
Una lettura che anche giorni dopo la conclusione della lettura continua a “lavorare” dentro di me facendomi riflettere sul mio modo di rapportarmi agli altri, sul mio modo guardare a me stessa, a quello che sono e che vorrei essere.
Maria Crevaroli
Dove sta andando la letteratura italiana? Uno sguardo ai libri dello Strega 2026
RSS - Articoli
E tu cosa ne pensi?