Tre individui respirano la stessa aria, condividono per un tratto la medesima geografia mentale e vengono condotti in una regione della coscienza in cui il tempo perde la propria linearità. Vanessa, Siddiq e Martin prendono parte a La luce inversa, un esperimento di psicoterapia fondato sulla regressione controllata. Ma il loro ‘viaggio’ non conduce solo nel passato, porta ciascuno di loro nel punto in cui l’esperienza ha iniziato a sedimentarsi come destino, nel luogo in cui la loro ferita si è trasformata in una forma dello sguardo.

Da questa premessa, insieme clinica e speculativa, Mota, pseudonimo dietro cui si cela uno scrittore italiano, pubblicato da Wojtek Edizioni e proposto al Premio Strega, plasma un romanzo che rifiuta ogni concezione archivistica della memoria. Il passato non è ciò che è stato, ma ciò che continua ad agire, come una sostanza viscosa capace di propagare, senza interruzioni, i propri effetti nei gesti, nelle paure e nelle relazioni, contaminandoli.

L’esergo tratto da Le città invisibili orienta la nostra lettura. L’inferno evocato da Calvino non coincide con il dolore in sé ma con la sua normalizzazione: il momento in cui ciò che ferisce diventa così abituale da non essere più riconosciuto come tale. Per questo la resistenza non consiste nell’evasione, bensì nella capacità di distinguere, dentro l’oscurità, ciò che continua a sottrarsi alla sua logica. È una prospettiva che costituisce il nucleo etico delle pagine di Mota: che cosa resta del singolo quando il passato ha già pronunciato la sua sentenza? Più che sviluppare una trama, lo scrittore esfolia tre coscienze attorno a questa quesito, lasciando che siano le loro traiettorie interiori a dare movimento al dire.

Vanessa, Siddiq e Martin non funzionano soltanto come personaggi ma come differenti modalità dell’esperienza traumatica. L’esperimento della ‘Luce inversa’, che affrontano ormai adulti, non mira infatti a recuperare ricordi perduti, bensì a raggiungere quella soglia in cui un evento ha cessato di essere soltanto un fatto per diventare una struttura percettiva, un principio attraverso cui l’individuo interpreta il mondo e sé stesso. Il romanzo suggerisce così che l’identità non nasce esclusivamente da ciò che si è vissuto, ma dal modo in cui quel vissuto continua a organizzare la coscienza e la conoscenza di sé.

Anche la luce evocata dal titolo si sottrae ad ogni simbologia consolatoria. Non irrompe dall’esterno per dissolvere il buio né promette una redenzione. Procede piuttosto nella direzione opposta: attraversa l’oscurità per raggiungerne il punto d’origine, dove il dolore ha assunto forma prima ancora di essere riconosciuto. Qui comprendere vale più che guarire. Il percorso terapeutico immaginato da Mota non cancella la ferita, tenta semmai di restituirle una collocazione, sottraendola alla confusione con l’identità di chi la porta.

Le vicende dei tre protagonisti affondano tutte le radici nell’abbandono. Vanessa cresce accanto a una madre emotivamente assente e diventa oggetto della manipolazione del compagno di lei; Siddiq cerca protezione all’interno di una struttura religiosa, ricevendo proprio dal ‘Don’ incaricato di custodirlo il tradimento più radicale; Martin eredita dal rapporto con il nonno una rabbia destinata, negli anni, a espandersi oltre la sua origine.

Tuttavia La luce inversa non è un romanzo sul trauma inteso come evento. Il suo interesse si concentra sul tempo successivo, quando la violenza interiorizzata smette di essere memoria e diventa linguaggio, modo di abitare il mondo, principio attraverso cui l’io organizza la propria esistenza. È in questa tensione che prende forma la scrittura di Mota. Il lessico della psicologia, della fisica e della scienza non viene impiegato per ricondurre l’esperienza a un sistema esplicativo, ma per avvicinare ciò che nell’essere umano continua a eccedere ogni interpretazione. Le immagini delle connessioni tra coscienze, della materia che muta, delle energie che attraversano i corpi agiscono come metafore cognitive e, al contempo, come strumenti con cui dare figura ad un’identità costitutivamente instabile.

Accanto alla qualità della lingua, colpisce la tenuta della costruzione narrativa. L’alternanza delle tre voci non risponde ad un semplice principio di montaggio ma produce un continuo slittamento di prospettiva: ogni vicenda rimodella la lettura delle altre, facendo emergere corrispondenze senza mai ridurle a un’unica esperienza del trauma. Mota evita tanto il sentimentalismo quanto la dimostrazione teorica. Affida invece il ritmo del romanzo ad un equilibrio difficile tra introspezione e racconto, lasciando che siano le immagini, gli oggetti e le minime variazioni emotive a sostenere il peso della riflessione che coinvolge il lettore.

Questa apertura speculativa non allontana mai il testo dalla concretezza dell’esperienza. Mota torna costantemente agli oggetti: un paio di scarpe, una sigaretta, una stanza fredda, un cortile, una scatola di cartone. È in questi dettagli apparentemente marginali che la memoria deposita il proprio sedimento più resistente. La sua scrittura procede allora con una discrezione rara, sfiora le zone più vulnerabili di vite lacerate senza trasformarle in spettacolo, mantenendo verso i personaggi una responsabilità narrativa, quasi amniotica.

Fra i tre protagonisti è Vanessa a incarnare con maggiore evidenza il legame tra corpo, desiderio di riconoscimento e violenza dello sguardo. Da bambina percepisce sé stessa come una presenza esile, quasi priva di consistenza, e desidera soprattutto sottrarsi a quella condizione d’invisibilità in cui sente di non occupare alcun posto nel mondo degli adulti. L’episodio dell’acquisto degli stivali concentra questa aspirazione in un’immagine efficace. L’oggetto promette una trasformazione, non è soltanto un accessorio, ma la possibilità di essere finalmente vista, di conquistare una forma di esistenza attraverso lo sguardo dell’altro. Vanessa immagina che il corpo possa diventare un linguaggio capace di aprire una relazione, scopre ben presto che quello stesso linguaggio è già stato appropriato da chi esercita il potere. Lo spazio del riconoscimento si rovescia così nel luogo della sopraffazione fuori dal centro commerciale e nel buio di un’auto. Il trauma non coincide soltanto con la violenza subìta, ma con la frattura di un’immagine di sé che, da quel momento, faticherà a distinguere il desiderio dall’esposizione, l’affetto dal possesso.

La vicenda di Vanessa richiama quella di Celie de Il colore viola di Alice Walker. In entrambe le figure il corpo rappresenta il primo territorio colonizzato dalla volontà altrui, mentre la riconquista della parola coincide con la lenta ricostruzione di un’identità non più definita esclusivamente dalla violenza. Il riferimento non serve a stabilire una genealogia letteraria, ma a mostrare come la penna di Mota inscriva la sua protagonista all’interno di una riflessione più ampia sul rapporto tra vulnerabilità e possibilità di nominarsi.

Se Vanessa è il personaggio dello sguardo, Siddiq è quello della fiducia infranta. La sua storia è attraversata da una sospensione che sembra precedere persino il dolore, come se il tradimento del sacerdote avesse prodotto una forma di immobilità interiore prima ancora della disperazione. L’immagine poi del ragazzo rannicchiato ai piedi di una duna, il volto appoggiato al ginocchio, restituisce questa condizione con una semplicità che evita ogni enfasi. Ma proprio nel momento in cui tutto sembra essersi ritratto, il romanzo lascia emergere un gesto minimo destinato ad assumere un valore decisivo. Siddiq raccoglie una manciata di sabbia e osserva i granelli brillare «come minuscoli asteroidi». È un’immagine che condensa la poetica stessa del romanzo: la luce non compare come rivelazione improvvisa ma sopravvive nascosta nelle particelle più fragili dell’esperienza.

Ciò che resiste non assume mai la forma dell’eroismo, coincide piuttosto con la custodia ostinata di una possibilità umana che il male non riesce a consumare del tutto. Anche il rimando, se si vuole ancora fare parlare le letterature tra di loro, al ragazzo de La strada di Cormac McCarthy acquista, in questa prospettiva, una ‘fratellanza’ nutritiva. Entrambi attraversano un paesaggio devastato senza affidarsi a una speranza ingenua. A sostenerli è piuttosto la responsabilità di preservare qualcosa che precede ogni certezza: non una promessa di salvezza, ma la possibilità che l’umano continui a riconoscersi come tale.

Con Martin il romanzo approda infine al proprio interrogativo più radicale. Se Vanessa racconta la vulnerabilità del corpo e Siddiq quella della fiducia, Martin mette in scena il rischio che il dolore finisca per trasformarsi in un principio identitario. È il personaggio che tenta di comprendere sé stesso attraverso l’analisi, osservando le proprie ferite con il rigore dello scienziato, convinto che la conoscenza possa sottrarre il male al suo potere. Ma proprio questa lucidità contiene un’insidia. «L’ira sarà la mia silloge, la mia opera, il mio capolavoro»: in questa estetica della rabbia si manifesta il pericolo che la sofferenza smetta di essere una risposta al male e diventi il luogo in cui l’io sceglie di abitare.

La riflessione di Mota raggiunge qui il suo punto più inquieto. Il male non termina necessariamente con chi lo ha inflitto perché può sopravvivere come modalità dello sguardo, come grammatica affettiva e come forma della relazione. La frase «È rimasta una cicatrice alla quale ho sovrapposto dozzine di bruciature» restituisce con precisione questa dinamica. Non descrive soltanto una memoria dolorosa, ma il processo attraverso cui una ferita originaria continua a produrne altre, fino a rendere quasi indistinguibile ciò che appartiene alla violenza subita da ciò che, inconsapevolmente, si finisce per perpetuare.

Fra le intuizioni più fertili del romanzo vi è la consapevolezza che la guarigione non possa coincidere con la cancellazione del passato né con una pacificazione definitiva. Essa consiste piuttosto nella possibilità di separare il proprio ‘io’ da ciò che il dolore vi ha depositato. Non si tratta di dimenticare ma di interrompere quella confusione sottile per cui la ferita finisce con il coincidere interamente con chi la porta. In questa prospettiva, Vanessa, Siddiq e Martin non rappresentano tre diverse declinazioni del trauma ma tre forme di resistenza. Ognuno conserva una parte di sé che la violenza non è riuscita a esaurire: la ricerca ostinata di uno sguardo finalmente libero dalla deformazione del passato, la custodia di una fiducia ancora possibile nell’umano, il tentativo di sottrarre la rabbia alla sua pretesa di trasformarsi in destino. Nel percorso dei tre personaggi si assiste così a un progressivo distacco da coloro che hanno contribuito a imprigionarli: dall’amante che si nutre della vulnerabilità di una madre incapace di proteggere la propria figlia, dal “Don” che seduce coscienze fragili avvolgendole nell’ombra della religione, dal nonno che trascina tra gli anfratti degli scogli il nipote dentro un’eredità di violenza che si ripete.

Mota interroga il punto in cui la memoria continua a negoziare ciò che possiamo ancora diventare. Per questo il suo romanzo non chiede al lettore di assistere semplicemente alla guarigione dei suoi personaggi ma di osservare il lento lavoro attraverso cui ciascuno prova a distinguere la propria voce da quella del dolore. È in quello spazio di separazione che la memoria smette forse di coincidere con il destino: nel momento in cui il passato, pur rimanendo parte della propria storia, cessa di essere l’unica definizione possibile di sé.

Claudio Musso

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