Io c’ero nell’estate del Novantacinque, eccome se c’ero. Quale personaggio avrei incarnato? Provo a indovinare: una dei “due coniugi miei creatori per storie-nausea già sentite di padre infedele in fuga con la baby-amante” (non era così baby, va detto), o forse una delle mamme che frullano banane e latte singhiozzando?

C’ero, con due bambini e macchina familiare al profumo di Arbre Magique comprata per le “gite famigliari formato relax verso mete montane ad alto potere ossigenante con la squadra al completo e la cesta del picnic sfoderata per l’occasione”. Sì, una tra i tanti boomer che, al tempo, immaginavano quella vita lì. All’epoca si diventava uomini adulti con la laurea e le camicie “Dino Erre, la camicia coi baffi”. E per le donne, la “norma Max Mara con gonne al ginocchio e colori pastello”. Era l’alba delle mutande Dolce e Gabbana, che in una decina d’anni avrebbero conquistato le natiche degli adolescenti sotto i jeans a vita bassa. La massa informe dei primi anni duemila. Se c’eravate e avevate trent’anni, quindi oggi siete almeno a sessanta, non vi potete non emozionare quando l’autrice evoca il mondo ribelle degli anfibi e delle calze bucate, i decibel a palla degli Oasis nelle orecchie, o i petali masticati perché si fumavano le Marlboro di nascosto (che io fumavo ancor prima, nei miei 18, rigorosamente chiusa in bagno, finestra aperta e dentifricio a portata di mano). Quando un ciuffo rosa faceva ancora impressione e i Solex ronzavano nelle estati vacanziere (io ci vivo tuttora, in un posto del genere); quando le notti brave non finivano mai e intanto c’erano quelli che guardavano ancora David Copperfield alla TV. E faceva ancora effetto avere un amico gay, almeno in una cittadina di provincia. Da una parte il mondo traditional, dove si aprivano crepe ogni minuto più fitte, dall’altra la ribellione a suon di decibel e lurex; le signore coi capelli come cotone idrofilo e i mariti “Anta ex sessantottini che fuggivano con le baby amanti”, le televendite e le “calde telefonate” a 1700 lire più IVA. Quando per andare in vacanza si comprava il baby doll, una botta di vita per noi ragazze dell’epoca. Il filetto di salmone al pepe verde e le tartine al caviale facevano ancora trendy alle cene dove gli uomini potevano comparire con “abbigliamento regolare del tipo Pant con piega beige e mocassino con nappina”. Noi stavamo in mezzo, giovani adulti già padri e madri che guardavano l’adolescenza (che oggi sembra non aver fine) dalla distanza impettita dei doveri in cui eravamo cresciuti. Noi, i ribelli che avevano scoperto il sesso a tentoni, di nascosto, tra i campi o sulle dune al mare di gennaio, sdraiati sui loden, perché le case erano troppo piene di gente; e alla fine ne eravamo usciti di corsa e avevamo creato la famigliola senza capirci granché, fieri di poter scegliere liberamente cosa guardare nell’unica TV a disposizione o cosa cucinare per cena.

Poi c’erano Loro, i diciassettenni del tempo, che picconavano e sdoganavano quello che ancora resisteva di un mondo che si avviava al tramonto, ma Noi non lo sapevamo. Le notti delle pasticche multicolori, di cui si sentiva parlare ancora da lontano, fin quando i bambini di allora – nonché nostri figli – ce lo hanno raccontato e i diciassettenni sono diventati loro. Ce li siamo ritrovati in casa senza sapere come.

Oggi, sotto una luce un po’ spenta che ha preso il posto delle fluorescenze, coi nostri figli adulti che sembrano piccoli sperduti e gli adolescenti che si chiudono nelle loro camerette, abbiamo quasi nostalgia dell’onda destruens che sembra esaurita, almeno in quelle forme. Tutti quei colori e quei decibel, i rosa e le fluorescenze sembrano sprofondati tra paure grigie che chiudono le porte, invece di spalancarle per rovesciare ogni cosa. Odore di vuoto e luci opalescenti di schermi.

Ecco perché tra le pagine di Fluo (Il Saggiatore, 2025) si ha la sensazione di stare dentro una pellicola d’epoca, che fa magicamente risorgere le vacanze al profumo di Coppertone su una riviera colorata, coi peli inguinali incolti che oggi sono spariti insieme ai ricci pettoruti molto maschio latino, sotto i colpi di Bruce Willis e del fascino del glabro. Niente più pinzette depilatorie ai tempi delle creme o del filo arabo.  Amiamo le casalinghe con ciabatte e copricostumi fiorati che entrano nei supermercati con l’affetto che si riserva a una specie in via di estinzione.  Così, ci accendiamo una sigaretta elettronica nostalgici delle Camel senza filtro e ce ne stiamo a guardare gli old man (chi ci sembrava old, al tempo? I quarantenni?) offrire champagne alle stelline che indossano “top lycrati veramente osé”. Quelli che a noi trentenni apparivano papponi pedofili. Non facevamo sconti, noi che dei Levi’s e Lacoste avevamo fatto la nostra divisa ai tempi del liceo e guardavamo con diffidenza come roba esotica le prime narici decorate con “anellino molto indio”, gli occhi troppo segnati dall’eyeliner o le treccine Donna SUMMER, nascondendo l’invidia per una libertà di cui avevamo già nostalgia (ma non lo avremmo ammesso mai, al tempo). Finché si spengono le luci in sala, una morte chiude l’agosto infuocato e, forse, l’adolescenza. Nel buio, a noi restano un sacco di domande.

Lucia Urbano