Dopo Estate caldissima e il saggio Le più brave. Competizione e sorellanza tra le prime della classe, Gabriella Dal Lago firma per Einaudi Giorni futuri, un romanzo già in corso di traduzione in numerosi Paesi.
Il nucleo del romanzo è senza dubbio l’amicizia, attraversata e vissuta da due personagge incandescenti, Irene e Ottavia. Da adolescenti sembravano destinate a non incontrarsi mai: una schiva, quasi invisibile; l’altra al centro dell’attenzione. Alle loro spalle, due madri opposte, una soffocante e una assente. Eppure tra loro nasce un legame profondo, capace di segnare un’intera stagione della vita, fino a dissolversi con il tempo. Quando, anni dopo, il destino le rimette una di fronte all’altra, il passato torna a chiedere conto di ciò che è stato. Si può ricostruire un’amicizia che sembrava perduta? E cosa bisogna essere disposti a mettere in discussione per farlo?
Irene e Ottavia sono le due vettrici del romanzo. Sono amiche inseparabili, eppure, senza un vero detonatore, si perdono; attraverso le loro caratteristiche la trama prende forma. A chi delle due si sente più vicina?
“Alla fine di una presentazione è nato un giochino che ricalca il titolo di un test che Irene e Ottavia fanno durante un’estate del liceo, leggendolo da una rivista per ragazze, che è “Sei più Shakira o Beyoncé”, e quindi appunto dopo questa presentazione qualcuno ha iniziato a chiedere per gioco “Sei più Irene o Ottavia?”. Non so, dal momento che sono due personagge che ho scritto e su cui ho lavorato per molti anni mi pare un po’ come dover rispondere alla domanda “Vuoi più bene a mamma o papà”! Penso che il fatto che la costruzione del libro sia appoggiata comunque per la maggior parte del tempo sul punto di vista di Irene porti a fare di Ottavia, in un certo qual modo, una figura più idealizzata di Irene, proprio perché vista soprattutto attraverso i suoi occhi, come se in qualche modo fosse una proiezione di desideri, mentre in Irene convivono delle idiosincrasie, delle ansie, che rendono più facile una specie di consonanza, di risonanza. Però appunto, mi sembra di star cercando degli escamotage per non rispondere a questa domanda perché non so come farlo”.
Nel continuo dialogo tra presente e passato, i ricordi riportano in scena gli anni del liceo e le figure che hanno lasciato un segno nella loro formazione, tra cui Pietro Garzanti, che piaceva a entrambe le amiche: lui è un personaggio simbolo del non-detto?
“Non so se è un simbolo, proprio perché ho cercato comunque di dargli una rotondità che lo rendesse a sua volta un personaggio autonomo, non solo incastrato nella dinamica tra Irene e Ottavia: direi che lui, all’inizio del romanzo, è più che altro lo schermo su cui Irene proietta un desiderio, la ricerca di un amore e di una vicinanza che in realtà sarebbero destinate a Ottavia. Una specie di tramite per riconnettersi a un qualcosa che è andato perduto, a una possibilità di futuro che non si è realizzata”.
Aver vissuto la stessa storia non significa averne conservato la stessa memoria. Con il tempo diventa sempre più difficile guardare il mondo con gli occhi dell’altro, accettare che il nostro ricordo sia solo uno dei tanti possibili. Eppure è proprio lì che si gioca la possibilità di ricominciare?
“In tutte le relazioni, qualsiasi sia la loro natura, non esiste un punto di vista unico, un’unica storia: anche l’idea di memoria condivisa è più una tensione che una realtà, il che significa che per costruirla serve davvero un lavoro, un impegno costante nel tempo, per riempire i buchi, illuminare gli angoli. Mi sembra che stia in questa capacità di tenere vivo questo travaso continuo tra passato e presente la possibilità di proiettarci nel futuro”.
L’età adulta può offrirci una seconda possibilità? Può davvero liberarci dal ruolo che ci eravamo cuciti addosso – o che gli altri ci avevano assegnato – ai tempi del liceo, permettendoci di riscrivere la nostra identità?
“Beh, penso dipenda molto dalla storia di ciascuno di noi, però in generale mi pare che l’età adulta possieda un ventaglio di ruoli ben più ampio di quello che l’adolescenza offre. La possibilità di essere più cose insieme, magari anche contraddittorie tra di loro, non così monolitiche come i ruoli dell’adolescenza spesso sono”.
Giorni futuri è anche un potente romanzo generazionale sulla cultura della performance. Racconta una generazione di trentenni cresciuta nella competizione, abituata a misurare il proprio valore attraverso i risultati, ma arrivata a un punto in cui affiorano domande sempre più urgenti: quello che sto facendo mi rende davvero felice? È questa la vita che desidero?
“Sì, e per dirla tutta: racconta una generazione di trentenni che è stata cresciuta da una generazione di persone adulte che si è fatta promotrice di quella cultura della performance, del merito, del mito del successo e della carriera ecc. Il punto è che poi gli strumenti con cui queste persone di trenta, quarant’anni sono state cresciute hanno iniziato a rivelarsi totalmente inadatti per il mondo in cui viviamo. Da qui, la domanda sul desiderio, sulla felicità, ma anche sulla sostenibilità. Una domanda collettiva, peraltro: è davvero accettabile che la ricetta per una vita felice sia quella del successo individuale?”.
Raccontiamo spesso il dolore della fine di un amore, molto meno quello della fine di un’amicizia. Eppure ci sono legami che, quando si spezzano, cambiano la nostra vita con la stessa forza, costringendoci a ripensare chi siamo e il posto che occupiamo nel mondo.
“Sì, e quando si spezzano lo fanno magari in modo meno netto, e soprattutto senza il conforto di avere una ritualità codificata e condivisa per quel tipo di lutto. Eppure certo: la loro fine si porta dietro una serie di cambiamenti all’interno delle nostre geografie emotive, sociali, geografiche, non diversamente da quanto succede nelle relazioni romantiche”.
La struttura di Giorni futuri è uno degli aspetti più originali del romanzo: conversazioni, chat e discorso indiretto si alternano con naturalezza a pagine più introspettive e riflessive, restituendo un ritmo molto contemporaneo senza sacrificare la profondità. Era una forma narrativa che aveva in mente fin dall’inizio o si è definita durante la scrittura?
“Sì, nel senso che non è una cosa che ho studiato a tavolino, ma si è dispiegata nei tentativi della scrittura, ha preso una forma sempre più definita mentre scrivevo (non solo questo romanzo, ma anche le cose che ho scritto prima di questo romanzo: mi pare una ricerca in continuità con il mio lavoro). Decidere di concentrare molta attenzione sul modo in cui le persone comunicano, si parlano, si dicono le cose e anche non se le dicono, si capiscono e non si capiscono, ha portato necessariamente con sé una riflessione sulla pluralità dei modi in cui comunichiamo. E quindi discorsi diretti, discorsi diretti ma attraverso il digitale, e tutti quei discorsi che rimangono intrappolati in mezzo: rimuginii, ripensamenti, frasi scartate, frasi che sarebbe stato meglio dire. Mi piace scrivere personaggi che parlano, e farli parlare in tutti i modi possibili”.
Alla fine, quali sono questi Giorni Futuri?
“Quelli per cui stiamo lavorando: qui, nel presente, con gli occhi aperti”.
Intervista a cura di Antonella De Biasi
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