“Stai pensando a quanto nonsenso brucia in te. PJ Harvey ha ginocchia fantastiche in C’mon Billy.”
Decifrare Destroy, cominciare dalla copertina. Origliare il corpo di Misty, la venticinquenne protagonista, voce onanista, corpo anestetico, cuore maldestro, desiderio puro, vergine tossica. In copertina, l’idea di Misty è solo un’idea. È una miss Frankenstein, sarà per questo che si è trasferita a Londra, per ricongiungersi con la sua vera mamma, Mary Shelley. Ha la testa luciferina, rubata a un quadro di un pittore spagnolo che sulla tela era un passante, una figura casuale che ossessiona più di chi è al centro della scena. Sulla carta è diventata un’eroina. Sa che tutto ciò che è nella sua testa succede davvero. Ha i capelli verdi, come l’assenzio o la chimica o la fata o come tutto insieme; al centro della fronte ci sono due corna come zavorre, sono i pensieri malmostosi di una figura mitologica universale: una ragazza troppo giovane, un male senza volto. Leggendo diventa Amleta. Sarà che maneggia teschi, sarà che nessuna traccia è definitoria: Misty è Amleta, il femminile di un pazzo che uccide suo padre perché lo ama più di se stesso. Lei uccide se stessa, anche se resta viva. Come amuleti i dettagli restano, piccoli tatuaggi di fascinazione BDSM come gli anellini al naso e tra le labbra. Misty è troppa, è la prova che la classificazione quando si tratta di una donna, che scrive o che sanguina è lo stesso, non regge. Se la conoscete, smetterete un giorno di farlo. Se non sapete chi sia, vivrete accanto a lei per sempre. Giovanissima Giovanna d’arco rovente e dolce, Misty è una paladina del fallimento. Adora le sue contraddizioni come adora un’abbuffata notturna. Dipendenza, psichedelia, compulsione sessuale, ossessione fisica, amore rancido riciclato nell’immondizia delle mai amate, abbandonate tra le strade di Londra, città che non muore mai come il punk, la regina e il patriarcato. Per decifrare Misty bisogna decifrare la violenza e il silenzio delle vittime, la dolorosa impotenza per il dolore degli altri. Per decifrare Misty bisogna decifrare le lacrime che pungono gli occhi mentre i piedi ti portano dove non si desidera stare, la voce che irride costringendo a mentire per salvarsi. Decifrare Destroy vuol dire decifrare la sparizione della scrittrice: se scrivo resisto e se non scrivo, esisto? Una scrittrice traduce meglio il DNA di un’equazione. Decifrare Doll Parts, evitare il video delle Hole. Concentrarsi su Courtney che canta undici o quindici anni fa dal vivo, da sola. Sola è un eufemismo. Come Misty. Decifrare Destroy Courtney Love. Lasciare in pace le Hole e la celebrità della skincare. Affondare dentro Courtney che canta usami una volta e poi distruggimi. Destroy ti uso una volta e ti distruggo, se ci fai caso il finale non cambia, è un’addizione questa storia di frustrazione, ci vuole onestà per essere davvero distrutti, e per distruggere ogni volta tutto.
Finito di leggere Destroy, ho estratto una carta dai tarocchi di Marianne Costa. L’ho palpata con la mano sinistra, prima di guardarla e l’ho dedicata a Misty, ho detto ecco ora capisco chi sei: con la mano sinistra ho estratto Il Sole. E dice: il mio amore raggiante veglia su di te, anche quando non mi vedi. Io sono la radice stessa del perdono e lo scopo di tutti i viaggi.
Una volta qualcuno (un uomo, uno scrittore) di Destroy ha scritto siamo di fronte a un romanzo che ci costringe a cambiarci, a inventare un nuovo paradigma. Il fatto è che suona bene. Ma non è un pensiero vergine. Destroy non ci costringe a niente. Prende la verginità, qualsiasi verginità, e la interrompe. Le dà una forma, tutto ciò che resta vergine rimane incompleto, tutto ciò che non lo è invece è vivo. Vive. Viva Destroy. Davanti al mare, dove l’unico sentimento reale è perdonare, senza aspettarsi perdono.
Alessandra Minervini
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