«E quando ebbero percorso un centinaio di metri, dopo che ebbe inciampato un paio di volte a causa dei tacchi troppo alti, infilò la mano sotto il braccio di lui, come se avessero sempre camminato così, per le strade di New York, alle cinque del mattino.»

Tre camere a Manhattan (Adelphi, traduzione di Laura Frausin Guarino) venne pubblicato nel 1946, ottant’anni fa, precisi, e io, chiudendo per la seconda volta nella mia vita questo romanzo, ho concluso la lettura senza fiato e tra le lacrime. Un romanzo concepito quasi un secolo fa non dovrebbe essere così attuale, dovrebbe, col passare degli anni, in questo mondo così diverso, attanagliato dalle mode, dall’intelligenza artificiale e dal crollo degli ideali, aver perso di potenza narrativa. Dovrebbe essere fuori contesto? Essere diventato anacronistico? La risposta a tutti questi interrogativi retorici è no. Tra i 117 romanzi duri di Simenon, Tre camere a Manhattan, per i lettori, per la critica, per l’interesse che suscitò a livello cinematografico nel 1965, rimane il punto di riferimento della letteratura così immediata, travolgente e tesa di Simenon.

Ma in questo romanzo, a differenza di altri, la cupezza, l’angoscia, vengono affiancate e supportate da una delicatezza fragile, da una tenerezza commovente, ma anche da una ferocia emotiva trascinante e irresistibile.

François Combe, francese, vive solo da qualche tempo a New York. Si è trasferito nella Grande Mela per ricostruirsi una vita e una carriera, dopo che la moglie, attrice come lui, lo ha lasciato per un collega molto più giovane. Nella solitudine di una camera disadorna decide una sera di avventurarsi in un bar e lasciarsi alle spalle il rimuginare o, semplicemente, per abbandonare per qualche ora quella sensazione affaticante che è la solitudine.

«Sull’angolo, delle vetrate oblunghe dalla luce violenta, aggressiva, di una volgarità chiassosa, o meglio una specie di gabbia di vetro all’interno della quale alcune sagome umane formavano delle macchie scure, e dove lui entrò per non essere più solo.»

In un bar, seduta su uno sgabello, con la pelliccia lievemente calata sulle spalle nude, una donna sbocconcella un piatto di uova con la sigaretta fumante in mano e il filtro sporco di rossetto rosso. Kay, è lì, come se fosse stata in attesa da sempre di lui. I due si parlano, soprattutto lei che tergiversa, non vuole abbandonare il locale, come a non voler anticipare una eventuale distacco futuro, ma Combe vuole uscire, camminare e andare incontro a quello che il destino ha disegnato e predisposto per loro.

«Nella sua mente era come se fosse stabilito da sempre che sarebbero usciti insieme, e di conseguenza come se, con quella sua ostinazione incomprensibile, lei lo avesse defraudato di un po’ del tempo che era loro concesso.»

La notte newyorkese, con i bar, le strade, le piazze vuote, con la comunità notturna di sonnambuli, disgraziati, diventa la cornice di questa lunga camminata che cambierà per sempre le loro vite. Attratti come calamite, uniti dalla loro disperazione, straziati dalle loro rispettive solitudini, Combe e Kay comprenderanno di non riuscire a privarsi l’uno e dell’altra, ma il passato irrompe costantemente nelle loro vite, creando tensioni, ansie e angosce.

«Era strana, quella camera in cui erano andati a letto col buio e col buio si erano svegliati. Aveva quasi paura all’idea di doversene andare, come se temesse di lasciarvi una parte di sé che forse non avrebbe ritrovato mai più.»

Un romanzo che si fonde e si solidifica in più correnti letterarie. C’è la poetica della solitudine, tipica di quelle narrazioni che attraverso le solitudini esprimono la condizione del mondo contemporaneo, ma è un romanzo appartenente anche al filone dei “notturni letterari”, in cui il crepuscolo e la notte diventano le uniche metafore possibili per esaltare la sofferenza correlandola con il buio. Inoltre, Tre camere a Manhattan è anche un romanzo noir sentimentale, nella definizione più alta, in cui le emotività, le introspezioni, le evoluzioni e le involuzioni dei personaggi diventano alimento prezioso, generando una fame vorace nel lettore.

«Una meravigliosa spossatezza faceva sì che si muovessero come al rallentatore in quella profusione di luce dorata che il sole sembrava aver creato apposta per loro.»

Nel 1848 Dostoevskij scrisse Le notti bianche, ambientato a Parigi con una storia simile, mentre nel 1948, due anni dopo l’uscita di Tre camere a Manhattan, John Williams esordì con Nulla, solo la notte, romanzo anch’esso dalla trama rassomigliante. Quello che può distinguere il romanzo di Simenon da questi due capolavori, citati per stile e genere, è la restituzione al lettore di qualcosa ancor più potente e affascinante e misterioso: il legame inesplicabile, vivo, travolgente, inscindibile di due anime che si trovano e, senza spiegazioni, non possono più fare a meno l’una dell’altro.

«Eppure mai due esseri, due corpi umani si erano compenetrati più selvaggiamente, con una sorta di disperato furore.»

Caterina Incerti e Giulia Tesauro

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