Ho fatto un sogno / … / in cui Giovanna veniva messa a morte in abiti da uomo / … / e io non ero più una donna, / né una cosa né l’altra. Anne Sexton
C’è una frase ora che ci penso che mi sono ancora sentita dire a quasi cinquant’anni. Da mio marito, in presenza dei suoi anziani genitori, che, come in ogni famiglia che si rispetti, sono l’incarnazione del patriarcato, la struttura di controllo più vicina, seduta con te al tavolo di famiglia, a soffiare sul bollito che hai preparato tu o su qualsiasi altro piatto comandato, un’espressione che fa: das siempre la nota, devi per forza dare nell’occhio. Perché ho sbottato, perché all’ennesima non ne posso più e dico quello che penso.
Das la nota, ti fai notare, stoni, stai attirando l’attenzione… come “mettersi di traverso”. Come la ragazzina. Come una eterna ragazzina. Quella cosa che chiamano infantilismo che è la costola d’Adamo che è rimasta storta. La nostra spina dorsale invece. Piuttosto sono una strega di mezza età, a middle aged witch, scrive Sexton, che conosce i segreti sporchi della vita domestica, stanca delle pentole e dei cucchiai, di far tornare i conti che non tornano mai, a provare ad illuminare caverne della mente.
Per farla arrivare fin qui, questa Jeanne d’Arc, questa ragazzina, qui sulla copertina con un piercing al sopracciglio, qui dall’altra parte della storia non solo europea, Valeria Parrella le ha fatto compiere un viaggio impossibile: attraversare la porta del tempo, una specie di confine invalicabile. Oltre il bosco, oltre il confine, oltre la guerra, sui sogni accampati a terra, attraverso ordini d’archi, dopo i rintocchi della campana, i vespri e le preghiere non esaudite. Laggiù nel villaggio cieco e sordo, laggiù in un’epoca cieca e sorda. In mezzo ci sono la Cassandra di Christa Woolf, la Penelope di Margaret Atwood, Didone di Ferrante. Un viaggio sulle spalle di altre donne. O semplicemente di una ragazzina come Kambili di L’ibisco viola di Ngozi Adichie. Parrella ci riesce con quel suo scrivere che è come favoleggiare, se la senti parlare di Giovanna d’Arco nelle sue interviste lei sta ancora narrando la storia. Ci riesce apparentemente senza troppi sforzi, dicono che è scanzonata, ed è proprio così, sfacciata, eretica, attraverso una forma di evocazione che è molta identificazione. E non è questo che ci lascia sgomenti, attraversare quel limite, capovolgerlo, portare qui l’eroina di un lontanissimo medioevo, una macchina del tempo collaudata dall’esperienza. Ma che nonostante questa distanza favolosa, qualcosa è rimasto identico, immodificato nel paesaggio umano. Lo spazio emotivo e di lotta sta qui, senza farsi troppo notare. Il pungolo della Storia è la ripetizione. E Parrella ce lo fa sentire proprio tutto questo sgomento assieme a tanto amore per le madri, per i bambini, per le vittime di quelle e di queste guerre che sono sempre uguali, ferro contro carne.
In questo paesaggio tristemente immutato, resta immutata l’adolescenza dei ragazzini e delle ragazzine, felicemente immutato però. Appunto perché quell’età che ci continuano a descrivere come età di passaggio, tappa quasi inutile ed insopportabile, di un percorso più alto, era il centro dell’esistenza. Lì in qualche modo le voci non si sentono ma si vedono, come capitava a Giovanna. Sono presenze, imperativi categorici.
La scrittura è una intercapedine ha detto in un’intervista Parrella. Immagine meravigliosa: vuoto tra due spazi, tra due realtà, tra lo spazio e il tempo, tra il bianco e il nero, tra allora ed oggi e domani. Un disegno nell’aria che appartiene all’aria. Quella cosa che sai dove hai lasciato, da qualche parte prima, dopo, lassù o quaggiù, e quindi la ritrovi come la felicità per Jeanne. L’epica delle cose minuscole, dei gesti semplici, umani, troppo umani, delle frasi corte, piccoli sabotaggi del linguaggio, così corte che le parole a volte si accorpano come quel sonogiochidamaschio, che così scritto è già una burla, un ritornello. Quello che dicevano a Giovanna quando impugnava il suo bastone Merlin.
“O ragazzaccio più favoloso della favola azteca e altaica… tu strega ossessa dei supplizi, manuccia contadina che guidi la tua cara tribù contro i leviathan, sorelluccia inviolata, […] rabbiosa eresia scomunicata tu il Credo tu l’Alleluia”. Così cantava Morante la sua Giovanna d’Arco. E Parrella è una paladina come Morante.
Quest’anno il Salone del libro diretto da Annalena Benini è stato dedicato ai ragazzini e ragazzine, al mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante… loro che non scendono a patti con la realtà, che hanno un corpo ed un linguaggio che si mettono di traverso, loro che vivono in una dimensione assoluta che gli adulti hanno rimosso e cancellato. E preferiscono discettare e radiografare tra psicologi vecchia e nuova scuola, discorsi tossici da talk-show sui disastri dell’adolescenza, su questi giovani perduti. Invece di aprire chessò un annuario 2026 e leggere i messaggi che si scambiano questi adolescenti all’ultimo anno di liceo, messaggi pieni di amore, lealtà ed amicizia. Cose semplici come le pietre che non siamo più capaci di decifrare. Ritmo, memorie scanzonate e condivise, promesse troppo grandi e troppo forti.
Se sposti qualcosa si sposta tutto, scrive Parrella. Ed è proprio così. Se leggi un libro ti sposti, fai leva, e il mondo intero si sposta.
Silvia Acierno
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