Per una lira è il titolo di una canzone di Lucio Battisti che comincia così: Per una lira io vendo tutti i sogni miei. E poi la voce a strisce di Battisti racconta la storia di qualcuno che a malincuore si distacca da una parte di sé. Ascoltandola, ho sempre pensato a chi scrive. In particolare agli esordienti. Chi, per la prima volta (e spesso per una lira) consegna il proprio destino al mondo. Nell’incertezza e nell’imprecisione, un esordio insegna a scrivere più di un capolavoro (anche quando le due cose coincidono: David Foster Wallace, La scopa del sistema,1987). Per una lira è uno spazio dove leggendo le nuove voci della narrativa, italiana e straniera, metteremo in luce alcuni aspetti di un romanzo legati al gesto dello scrivere per la prima volta, ovvero alla scoperta della propria voce.

Alessandra Minervini tiene corsi di scrittura, scrive e legge molto. Il suo sito è alessandraminervini.info.


Malefica, Nicole Trevisan, Fandango Libri, 2026

Roma, pieno agosto. Aurora è senza lavoro, con il conto in rosso e una relazione che scricchiola. Poi arriva la notizia: Andrea, il suo migliore amico di quando viveva in provincia, è morto. Torna allora per il funerale nel paesino del basso Veneto da cui è scappata anni prima. Due giorni al massimo, si dice. Invece non se ne va più. Bloccata in mezzo ai campi, immersa nella nebbia insieme fredda e accogliente, in una casa brutta costruita a forza di sacrifici dai genitori e con una madre che non l’ha mai capita, Aurora decide di diventare ciò che ha sempre disprezzato: un ingranaggio nella macchina del profitto. Ma tornare a casa significa riaprire ferite mai chiuse, fare i conti con gli amici di un tempo e con le vecchie abitudini, e soprattutto con una rabbia antica e con tutte le bugie che si è raccontata per sopravvivere.
fandangolibri.it


Lezione n. 72

Scrivere il male di una generazione

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«Io giro le chiavi nella serratura e mi domando la logica di questa bestiola notturna affamata di luce, quando in natura non esiste altro che il buio: in un mondo che non c’è più, volavano incontro ai fuochi e alle stelle? Il loro più innato desiderio è quello di bruciare? Le guardo un’ultima volta, caotiche e drogate di fotoni. Anche le falene covano un mistero genetico, come me. Fanno qualcosa di assolutamente illogico senza saperne fare a meno»

Ho scoperto e letto questo esordio più o meno nello stesso momento in cui è uscito dopo 3 anni il nuovo LP di Madame cantautrice rapper, una voce giudicata storta per moltissimi soprattutto all’inizio, incomprensibile assurda, questo agli esordi; poi amatissima e l’incomprensione si è spostata dal giudizio esterno al conflitto interno: su sé stessa. Dice che ha smesso di capire la differenza tra esistenza e apparenza, per semplificare; sarà che amo Madame soprattutto in questa ultima versione in cui ha smesso di essere qualcosa per qualcuno ed è diventata qualcuno per sé, ma ci ho trovato una assonanza con la profondità delle atmosfere letterarie di Malefica, il canto di una diseredata da se stessa, una priva di eredità non intesa in senso finanziario ma etico e umano, una giovane donna de-umana, con una percezione non conforme, divergente da molti punti di vista: carattere emotività affettuosità sessualità legami in generale. L’esordio di Nicole Trevisan è una storia che diverge pur accogliendola la tradizione del romanzo di provincia. Nonostante ci siano i pilastri del genere: insofferenza ai genitori, sradicamento dalle radici, insoddisfazione lavorativa, tradimenti amicali, fugacità sessuale, frustrazione personale e sensazione di alienazione quotidiana, Malefica fa un passo in più. Con il suo romanzo, Trevisan ricostruisce una generazione, i Millenials (definiti dei Gatsby che non ce la possono fare) non solo nella malvagità. C’è anche un gran bene dentro questa generazione. E questo bene è costituito dalla capacità di dare risposte e non fare solo domande; di chiedere e di restituire; di pretendere e di raddoppiare il premio.

Ne ho parlato con l’autrice partendo dal sentimento prevalente che fa esplodere: che sentimento ti ha spinta a scrivere questa storia prima ancora di scriverla?

Quando ho iniziato a scrivere, meno consapevolmente di quanto pensassi, convivevo con innumerevoli spettri del significato di “frustrazione”. Non era solo personale, anzi: era soprattutto sociale. Avevo passato anni a lavorare con contratti ridicoli, la richiesta di un mutuo era umiliante, qualsiasi sfizio un senso di colpa. Eravamo reduci della pandemia, i prezzi si alzavano, noi restavamo immobili. Ne derivava un sottofondo di rabbia che raramente si riesce a sfogare, la lamentela è noiosa e secondo un antico adagio, non è educato perseguitare nemmeno il più prossimo dei nostri cari con più di venti minuti di lagna al giorno. Malefica è, tra le altre cose, come ho convertito il sentimento di rabbia che mi era germogliato addosso.

Malefica, il tuo titolo è una dicitura che si autoinfligge la protagonista: ti sei sentita subito a tuo agio scrivendo attraverso e dentro la malvagità che aleggia già dal titolo, era così che l’hai sempre voluto chiamare, o c’era dell’altro magari legato alla prima scintilla narrativa?

Il titolo non è mai cambiato tra le varie stesure ed è stato a malapena corretto in fase di confronto editoriale (da “La malefica” a “Malefica”, un cambiamento che ha aggiunto potenza di fuoco inaspettata e che insegna quanto potere abbia un articolo determinativo). Non era facile entrare nel personaggio, nella sentenza che Aurora si imprime addosso e che conferma a ogni scelta, minima o eclatante che sia. Ricordo la mia editor che mi disse, quando scrivi questo soggetto ti devi disprezzare. E arrivare a farlo senza accenti incoerenti era complesso, serviva un equilibrio tra l’identità del personaggio, il suo vissuto e le sue azioni. Molto del lavoro è stato indagare i meccanismi mentali, i processi autodistruttivi. Sono stata aiutata dai consigli di amici psicoterapeuti.     

«Stamattina sarei dovuta salire su un treno ad alta velocità che mi avrebbe sparata via da questo buco, dilatato sul fondo di una terra capace solo di assomigliare a se stessa un decennio dopo l’altro: è cambiato il peso delle case che ci galleggiano sopra, qualche crepa e sfumatura di colore, non l’aria. Pag 8 Provincia dicci qualcosa in più anche se qui giochi quasi in casa, più o meno, ma la cosa che mi fa più pensare è la relazione tra narrazione della provincia e folclore, quanto conta per mettere a fuoco il punto di vista da cui aurora racconta la sua provincia veneta e che rapporto se c’è un rapporto secondo te con l’aspetto generazionale, mi sembra che da questo punto di vista sia divisiva da una parte il vecchio veneto borbottante e rompi e dall’altra il nuovo che si distingue dal vecchio per la lingua e per i silenzi.»

Scrivere è una forma consapevole di immaginazione. Quanto conta l’una e l’altra per te, quale ha prevalso, se ha prevalso nell’ideazione narrativa: più consapevolezza o più abbandono all’immaginazione? Cosa è cambiato in corso d’opera rispetto a ciò che ti eri prefissata scrivendo? Se qualcosa è cambiato…

Quando ho iniziato a scrivere, ho immaginato – per riprendere le tue parole – qualcosa di viscerale e intenso. Proseguendo, ovvero avviandomi alla conclusione della prima stesura, poi scartata, ho capito di aver bisogno di maggiore controllo. Quindi, sul finale, credo di aver raggiunto un buon equilibrio tra abbandono e consapevolezza. Avevo fissato scaletta, temi (avevo scelto di puntare sulla marginalità, sul racconto del territorio, sul sentimento della rabbia e l’incomunicabilità), ordinato i cambi di registro e i flashback. Costruire la struttura del romanzo e sapere che anima avesse mi ha aiutato a sentirmi più libera nel muovermi attraverso le righe, permettendomi di scavallarle quando ne sentivo il bisogno. Non posso dire che conti più un elemento che l’altro, ho bisogno di sentirmi consapevole della narrazione e del suo peso quanto di lasciarmi andare; ma ora, dopo questo esordio, mi sento di dire che senza la struttura non avrei la gioia di abbandonarmi all’immaginazione.

«Sono qui per rovinare tutto.»

Chi è Aurora, giovane ragazza che scappa dal Veneto ma ci ritorna e da lì non riesce più staccarsi come se avesse le tenaglie diventa una specie di Persefone che fa avanti e indietro tra gli inferi e la terra.

Niente più che una trentenne, laureata, con una famiglia solida, una sessualità apparentemente indecisa e aspettative di vita rigide che la costringono a deformarsi tra un’identità attribuita e una autonoma che non riesce a stabilire con certezza. Il ritorno in Veneto è l’occasione di scegliere chi sia sul serio, perché all’inizio del romanzo di lei appare solo la rabbia, il marchio di riconoscimento che persino i morti, a suo parere, rintracciano quando fa visita alla tomba di Andrea. Il parallelismo con Persefone è appropriato non solo per l’abitudine della protagonista di frequentare il cimitero dove risposa l’amico, una parentesi di quiete rispetto al mondo che la circonda, di confronto l’unica persona in grado di comprenderla – ma incapace di parlare, evidentemente – mentre vive la sua vita, sceglie, sbaglia, ma anche per la tentazione del ritorno alla sua personale dimensione infera, ovvero il Veneto. C’è il cielo luminoso di Roma e la nebbia, eppure tornare lì è un richiamo invincibile.

«Ho cercato il germe della mia infezione addosso a chiunque, ai portatori sani e a chi mi sembrava malato quanto me. Ho accusato dio, patria e famiglia, il destino e per ultimo tu, che sei fantasma. Non l’ho mai accettata questa maledizione, avrei voluto essere buona. Ci ho provato, ogni tanto (ripetevo, ripetevo, ripetevo – fallivo). Per ripicca, ho eccelso nell’opposto. Sono Malefica

Aurora è una millenials con una vita sradicata che si compie a Roma nell’incompiuto: lavoro non eccezionale, relazione poliamorosa, alter ego con Irina Smirnova: che idea della generazione dei trentenni racconti e quanto la senti affine ad altre visioni sul tema di altri strumenti narrativi, cinema musica serie etc.

Ho sempre pensato ad Aurora come una Fleabag molto meno glamour, provinciale, ma che finiva in dinamiche simili, tra sogni e autosabotaggio; c’è poi un film con una protagonista molto simile, La persona peggiore del mondo, che racconta questa incompiutezza. L’ultimo album di Charlie XCX, brat, risuona moltissimo con i temi di Malefica. Spesso, mi guardo intorno e trovo richiami da altri ambiti artistici a questa sensazione di frustrazione e derealizzazione, senza radici, apolidi, a masticare quattro lingue per non saperne bene nessuna. L’incertezza relazionale qui viene raccontata nell’ambito di una relazione queer, poliamorosa e scomoda per un soggetto come Aurora, pur sempre decantata nel tradizionalismo cattolico, incapace di comprendere i termini della fiducia rispetto a quelli del possesso, e dunque traditrice. Racconto questo comparto della mia generazione, quelli che non hanno trovato la sedia libera e la musica, ora che è finita, li lascia senza soluzioni, alla ricerca di uno spazio che possa accoglierli nonostante siano stati lenti, sfortunati, o semplicemente loro stessi. 

Che rapporto hai con la cosiddetta New Wave veneta e in particolare con l’eredità di Vitaliano Trevisan che citi in esergo?

Credo sia una definizione a posteriori, una sorta di etichetta utilissima a identificare qualcosa di estremamente reale, ovvero che nello stesso periodo sono emerse dalla narrativa, dal cinema (oltre che dal teatro e dalla musica) identità autoriali che vogliono raccontare il Veneto e sceglierlo non soltanto come sfondo di ambientazione, scenografia più o meno funzionale e poetica, ma anche come soggetto, con una storia e un volto, con le sue contraddizioni e mali. Eppure, di estrema bellezza. Vedere come ognuno (Prevedello, Lamberti, Scomazzon, Frizziero, per citarne alcuni, quasi coetanei, ma ce ne sono altri, tra cui Maino, che è un mio riferimento importante) traduce queste sensazioni nei romanzi insegna molto del posto dove vivo e di cui ho scelto di scrivere. Trevisan, ma anche Meneghello o più indietro Piovene, raccontano una terra che non esiste più, che è cambiata perché lo sono le persone. Sono dei padri da cui è impossibile prescindere, ma ognuno di noi ne ha dedotto spunti autonomi.

Una frase che rappresenta in particolare la tua visione autoriale all’interno della storia.

«Adesso smetto di parlare. Resto ancora un po’ qui, in silenzio. Io e te, da soli. Che non sarà come prima. Ma siamo qui, siamo insieme. E chissà quando ci ricapita».


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