Il conservatorio come accesso al mondo e il manicomio come fuga da esso?

È intorno a queste due interrogativi, questi due luoghi in qualche modo fratelli di elezione e di eccezione, che Guendalina Middei costruisce il suo secondo romanzo, Intervista con un matto, da pochi giorni uscito presso Navarra Editore, un testo che si configura, sin dalle prime pagine, come un viaggio tra le nebbie della psiche umana e i confini sempre labili tra salute e malattia.

Il protagonista è un giovane ragazzo romano, figlio dei pensieri di un Dostoevskij inserito nell’universo mentale dell’ultimo Tolstoj e di un Klaus Mann a confronto con i valori borghesi e anseatici del padre Thomas. Un uomo senza nome e quasi senza volto che viene intervistato da un giornalista, di quelli che si preparano le domande ma che non si aspettano certe risposte, inviato da una commissione parlamentare per indagare le condizioni di certi ospedali psichiatrici giudiziari italiani e, eventualmente, riformarli. Dopo sedici anni di reclusione e altrettanti di silenzio, senza potere parlare con nessuno e in compagnia solo del ronzio serrato e molesto dei propri pensieri, le parole dell’intervistato di fronte al giornalista escono dapprima a fatica in un balbettio, poi il suono della propria voce giunge estranea e sgradevole alle sue orecchie e infine diventano un fiume in piena.

Perché sono molte le cose che questo ragazzo ha da raccontare, sono molti gli aspetti da chiarire sulla sua vicenda archiviata troppo freddolosamente dalla Scienza sotto l’etichetta di ‘matto’, ossia di colui che differisce dall’equilibrio, non solo mentale, stabilito come norma da chi sta sopra di noi. Perché, in fondo, basta sentire troppo intensamente o soffrire in modo poco appropriato o anche esternare in modo eccessivo per fare decidere a chi sta in alto, nel faro, che il tuo viaggio in mare è pericoloso, per te e per gli altri, che devi tornare a riva, che devi farti curare. Perché sei una macchina che ha bisogno di essere aggiustata quando c’è un ingranaggio che in te non funziona. O meglio: non funzioni come vorrebbero quelli che ben pensano e che attivano un sistema di costrizione, dagli inquietanti risvolti concentrazionari, per raddrizzarti, ‘per il tuo bene’. O forse: perché con la tua verità, dichiarata a gran voce, sei la nota stonata che bisogna espungere dal pentagramma di una platea che necessita di maestri concertatori che dirigano e impongano la loro musica ad un gregge di esecutori che belano all’unisono la loro conformità al sistema? Quei tutori, a cui abbiamo dato in custodia i nostri pensieri, contro cui la penna di Middei si fa arrotata.

Sin dagli anni del conservatorio l’intervistato ricorda di essere stato sempre immerso in sé stesso, taciturno e indifferente agli altri, coinvolto ossessivamente da qualche problema musicale. Un uomo sfuggente che non è facile avere accanto e che fa di tutto per non farsi notare. Perché la musica è ciò che gli dà un senso e, in fondo, una ragione per vivere. Soprattutto quella musica che non ha ancora scritto ma che ha nella testa. Se poi misura il perimetro della sua vita, egli avverte con chiarezza che c’è una parete di vetro che lo separa (e lo protegge) dagli altri: attraverso essa sulle prime vede la vita scorrere con la sua vitalità di cui vorrebbe sentirsi parte, la stessa che Leopardi osservava dalla sua finestra con il desiderio di integrarvisi; poi – osservando più nitidamente – la finestra diventa quella del celebre film di Hitchcock che mostra un mondo torbido, di inganni, dissonanze e sofferenze, dal quale è meglio stare lontano perché egli non vuole essere come loro. Il suo non è l’atteggiamento di chi dice: ‘no’ a prescindere verso il mondo che lo circonda, ma è il primo a puntare il dito sulle sue sovrastrutture e sugli -ismi vari perché è un uomo che, nonostante le apparenze, ha affinato i suoi sensi rivelatori e mai traditori.

E ‘loro’ chi sono? I colleghi ‘riusciti’ che lo osservano, sprezzanti, dal crinale vincente dei premi musicali, i maestri baronali che gli ricordano, a più riprese, che lui non ha talento, le piccinerie, le rivalità e le corruzioni di un mondo dominato dalla Musa del compromesso, degli avanzamenti di carriera e del regresso della qualità. Un sistema che ricorda molto da vicino l’ambiente in cui il giovane Vincenzo Bellini mosse i primi passi nel melodramma ottocentesco sovvertendone tutti i canoni, essendo portatore del nuovo. Poi quelle persone che transitano per casa sua, che si accomodano sui suoi divani come se lui non esistesse, che creano un nido nichilista e sfaccendato capace solo di borbottare contro l’esterno senza fare nulla per cambiarlo, quanti ne conosciamo. Tra loro c’è anche l’inarrivabile Claudia (una compagna, un alter ego, un frutto della sua immaginazione?) che lo odia dell’odio dei malati che rimproverano ai vivi di essere sani. E infine quell’umanità internata, che il manicomio accoglie velocemente e altrettanto velocemente divora, all’interno della quale chi non è pazzo ben presto lo diventa perché il sistema ti obnubila la mente, ti uniforma agli altri nel bianco accecante e nell’odore pungente dell’urina, mette in colonna il tuo nome nell’inventario di quelli che stanno dentro perché stanno fuori di testa. In quel luogo non ti è più permesso dare un nome alla tua sofferenza, tra il tormento di ore confuse, deliranti e informi, tra cinture per inchiodarti al letto e iniezioni di calmanti, tra la lunga sequela di umiliazioni e un furore vendicativo che lentamente cresce dentro di te in quella Bastiglia che vorresti fare saltare in aria.

Il mondo dei ‘conservatori’, nella duplice accezione di luogo dove si crea qualcosa e di atteggiamento retrivo, viene utilizzato da Middei, riprendendo una delle ‘battaglie’ intraprese nel suo cenalo letterario di Professor X, come metafora della letteratura e del mestiere di chi oggi scrive, del desiderio di produrre una nuova prosa che non sia solo compagnia o distrazione ma rifrazione per riflettere e guardarci dentro. È il celebre pugno sul cranio di cui parlava Franz Kafka che serve a svegliare i lettori e a ferire le loro coscienze sopite o le briciole di pane tra i denti che, anziché placare la fame di sapere, la stimola, come ricordava Ingeborg Bachmann. La nuova musica che il nostro protagonista vorrebbe realizzare è dunque la letteratura che oggi non trova spazio nell’editoria perché è poco commerciale, perché non si attiene ai gusti del pubblico, perché non racconta storie a lieto fine e non ricalca i nuovi bestseller, perché è figlia di quel perenne stato di tensione che vivono talune preziose individualità, dostoevskijamente complesse, che sentono il bisogno di condividere quelle impressioni, acute e decisive, sul mondo osservato dal di dentro. È, in ultima analisi, quella letteratura disturbante che attua la resa dei conti del mestiere di vivere.

Nella vita di questo intervistato, internato e incompreso, ci sono due figure: la prima è la stella cometa che brilla sulla sua ‘grotta di Betlemme’ e nutre la sua natività musicale, la seconda è la trasfigurazione e il riconoscimento di un altro Sé sul Golgota dove beve vino mescolato con fiele. Per il giovane musicista da un lato c’è Beethoven e dall’altro, dopo sedici anni, Caravaggio.

Con il primo condivide un’affinità elettiva non solo determinata dall’amore per la melodia classica e romantica, in luogo delle nuove sperimentazioni musicali moderne, quanto dall’uomo Beethoven che è abituato a scrivere soltanto ciò che vuole, che non deve piegarsi a nessuno, nessun committente o impresario. Egli è un uomo che vive solo della propria musica anche se non può sentirla e, più la malattia progredisce e il mondo diventa un cimitero di suoni, più le sue sinfonie crescono di volume non come un grido disperato ma trionfale. Beethoven è dunque un esempio cui guardare perché, nonostante tutto, non molla di fronte a un destino avverso e riesce. E in quelle aule del conservatorio dove ti fanno sentire sempre di troppo e i tuoi spartiti vengono letti con sufficienza e ai quali ci si rende volutamente sordi, il musicista cerca di trovare la propria via perché altre nuove note possano essere suonate, arrivando persino a imporle a sé stesso.

Con il secondo si trova giocoforza accostato dal luminare di psichiatria che l’ha in cura e che ha colto molto di più di questo ‘matto’ andando oltre i freddi e lapidari referti medici. Il pittore italiano, con quel cipiglio sdegnoso e infiammato, lo stesso che il giovane assume in manicomio, ha un tale atteggiamento aggressivo che gli crea diversi problemi rendendolo persino fuggiasco a qualsiasi manicomio. Un episodio ha reso la sua psiche, già fragile di suo, devastata (esattamente come all’intervistato di questo libro), tanto da cominciare, nelle opere successive, a ritrarre di continuo teste mozzate usando spesso il suo volto come modello. Un personaggio irascibile e violento la cui vita, come la sua arte, appaiono come una serie di lampi nella più buia delle notti.

Middei sa spaziare tra le arti, contenitori di messaggi, con disinvoltura e ci invita a osservare più attentamente il Sacrificio di Isacco, sempre di Caravaggio, donando al rapporto psichiatra-paziente un’ulteriore lettura e indugiando sulle responsabilità di certi metodi psichiatrici. Non rappresenta forse Abramo la scienza medica nell’esercizio delle proprie funzioni, l’uomo che deve sacrificare il proprio figlio per provare la validità della sua fede? E Isacco, dal canto suo, non è la vittima sacrificale che si dibatte, con il viso stravolto dell’orrore, che vede il riflesso della lama, ne sente il gelo sul proprio corpo ma, pur sapendo che l’ora è prossima, grida e si ribella? Se è vero che è l’arrivo dell’angelo a interrompere il sacrificio, l’espressione di Abramo che aggrotta la fronte sembra quasi un risentimento all’impossibilità di provare la propria virtù. Va tuttavia osservato, con realistica moderazione, che oggi la scienza medica, tesa comunque al costante e continuo miglioramento di sé stessa proprio partendo dagli errori commessi in passato, può apparire carceriera quando si ha a che fare con la salute mentale dei pazienti perché spesso si trova a operare contro la volontà del paziente stesso, quando questa volontà è assente. Come non va dimenticato che la psichiatria oggi è sempre più costretta dalla società in cui viviamo a intervenire più con un mandato di controllo che di cura.

Restando nella letteratura ci viene in mente Kirillov, il personaggio de I demoni, disposto a tutto pur di fare trionfare la propria idea, anche a rendere gli uomini sacrificabili.

Non possiamo non rintracciare in Middei delle nuove corrispondenze tra il personaggio di Kirillov e il protagonista di questo romanzo. Il giovane ingegnere è un ragazzo di indole in fondo buona, dal viso pallido, ma il cui sguardo, con quegli occhi neri senza splendore, ci fanno domandare: cosa hanno visto per trasformarsi in oscuri crateri? È come se un fuoco segreto lo stesse consumando dal di dentro. Egli confessa di non potere essere come gli altri, la sua immagine è il riflesso della sua angoscia esistenziale che lo porta a camminare da un lato all’altro della stanza tallonato dai propri pensieri. Spaventosamente solo, rinserrato a tripla mandata in sé stesso, è colui che è tormentato senza requie da un demone interiore e che ha il coraggio di raccontare cosa prova. Esattamente come il nostro protagonista, a colloquio con uno dei suoi maestri musicali che ne ha colto il talento e l’irrequietezza, al quale rivela, in poche battute, la sua ‘poetica’, di vita:

«Non posso descriverle l’ebbrezza che provo quando mi abbandono alla musica, soltanto alla musica e in quegli istanti, in quegli istanti io mi sento finalmente… vivo. E so benissimo che la mia musica potrebbe non valere nulla, ma non ho altra scelta. Questa è l’unica cosa che so fare, l’unica che voglio e che devo fare… tutto il resto… c’è qualcosa di profondamente sbagliato in me, non lo dico per commiserarmi o per suscitare la sua compassione»

C’è dunque qualcosa di più del fatto di risultare inappropriato, di non piacere alla gente, di quella tensione nervosa tipica delle persone febbricitanti mista a una strana indifferenza. C’è qualcosa di più di quell’odio pervasivo nei confronti dei rumori che interrompono la sua concentrazione e la sua ispirazione e che si ficcano nelle tempie come spilli arroventati. C’è qualcosa di più di quello scrivere recensioni violente sui colleghi compositori di cui non discute il talento ma il sacrificio al Palazzo della Vanità. C’è qualcosa di più dello scagliarsi contro l’impiegato della lenta e compiaciuta burocrazia italiana che, con gioia maligna, accatasta pratiche su pratiche vedendo comparire su di loro la polvere del dimenticatoio e dell’eterno rinvio a altra data o altro ufficio compente. E di questo edificio di anticamere, lungaggini e ciclostilati il nostro musicista dovrà essere, suo malgrado, quando il bisogno lo pressa, un suo frequentatore per uscirne minato.

Perché nelle righe del proprio animo il nostro protagonista sempre più si accorge dell’accenno a un tema a lui del tutto estraneo, un’esitazione che gli fa tremare la mano ma che si costringe a rimuovere. Sono note inopportune che tuttavia continuano a fermentare e a appropriarsi, giorno dopo giorno, di porzioni sempre più estese della sua anima fino a lacerarla, fino al manicomio, o fino a renderla maggiormente consapevole determinando il suo strappo definitivo dal mondo? Ma cos’è questo qualcosa che intanto avanza nella mente del giovane?

In queste pagine c’è il disagio dell’uomo moderno che si dibatte in una bufera di suoni in cui riversa tutto ciò che ha dentro cedendo presto il passo a qualcosa di selvaggio e disperato che è connaturato nel suo ‘io’; c’è il diario di un’esistenza sempre sulla soglia vergato con mano bruciata dal fuoco che altri vorrebbero amputata; c’è una corsia cechoviana che è un microcosmo dove le persone si sentono alienate da una società che li reputa diverse mentre è la stessa società a essere irrimediabilmente malata tendendo a chiudersi in sé stessa e lasciando fuori i problemi; c’è la protesta di donne e uomini che hanno iniziato a nascondere sotto la mattonella della propria cella le ‘medicine’ che il sistema gli somministra per resettargli la mente e che, al contempo, hanno dato corpo alla propria eresia, alla propria possibilità di scegliere e di obbedire solo a sé stessi.

In questo gioco di incastri riflettenti e di opache suggestioni, la narrazione di Middei è ora sinuosa ora acuminata ora sensibilmente amara, non cerca l’effetto speciale né gli eccessi nell’agogica, è sempre attenta a gestire gli attacchi e i volumi e interviene in corso d’opera con una scrittura che si fa via via più profonda e fendente senza mai parafrasare. Inanellando continue riflessioni e enigmi e omaggiando la validità di molte opere della cultura europea donando loro nuova linfa, la scrittrice inscena un’intervista con l’uomo moderno – altro che con un matto: i matti sono quelli del manicomio che sta dall’altra parte del muro – un’indagine quasi cameristica dove se non svettano l’ottavino e il triangolo, non si risparmia nelle frequenze più gravi, quasi prometeiche.

Claudio Musso

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