È capitato ad alcune di noi, donne degli anni Sessanta e Settanta cresciute in epoca di inquietudini, di ritrovarsi dotate — grazie anche ai venti e agli eventi del tempo — di caratteri volitivi, capaci di sospingerci verso i traguardi prefissati. A un certo punto, tuttavia, può essere sorto il dubbio che l’impegno profuso per realizzare al massimo le nostre potenzialità non sia stato adeguatamente ripagato. Sgobbare, credere, partire, lasciare sicurezze e famiglie calde di affetti, persone di riferimento per “farsi da soli”. Come fa Livia, la protagonista de Il riflesso delle ametiste, romanzo di Valentina Dago. Per lei, agli albori del Ventunesimo secolo, è il Marocco la destinazione. Appena presa la laurea a cui aspirava, impossibilitata a festeggiare appieno l’evento a causa della concomitante morte della nonna, la giovane donna decide di lasciare una relazione coinvolgente ma dal destino incerto con Roberto, e intraprendere una carriera di operatrice turistica. D’altronde, nonostante l’indubbia intesa passionale, è difficile anche per la donna più disponibile a illudersi credere nel futuro con un uomo capace di pronunciare la frase-cliché per antonomasia: “non innamorarti di me”. E Livia, nell’ottima caratterizzazione ridataci da Valentina, è tutto meno che un’illusa. Piuttosto è una ragazza dal carattere ben strutturato, che, nonostante il rapporto difficile con una madre “un po’ troppo” (troppo bella curata viziata, troppo occupata con il lavoro per occuparsi dei figli personalmente e non delegarli alla propria madre) ha costruito un’autostima “abbastanza”, cioè sufficiente a impedirle di rendersi mercé dell’ego altrui. E proprio su questo essere “abbastanza” Livia costruisce la propria identità, senza lasciare venga che eroso lo zoccolo di fiducia in se stessa che consente di affrontare il futuro alle porte: quello stesso che nel 2001 la condurrà ad Agadir.

Forte delle sue capacità professionali e relazionali, di un bell’aspetto e dell’amore per gli oggetti etnici, oltre che di una buona conoscenza del francese, seguiamo Livia nell’avvio della sua nuova professione presso l’Hotel La Kasbah di Agadir. L’autrice de Il riflesso delle ametiste riesce a giocare con il fascino dei luoghi e degli incontri, primo fra tutti quello con il magnetico Mr. Tahar, direttore del resort dove la protagonista vive le esperienze lavorative, facendosi apprezzare non solo come assistente turistica ma anche umanamente.

Chi si aspetta un romance dalle ambientazioni esotiche, si trova confrontato con una storia di formazione e di ribellione ai destini prefissati, e anche alle costrizioni famigliari. In interessante scandaglio la spaccatura che si apre nell’animo di chi si lega a luoghi lontani dalle radici, senza tagliarle, anzi, sviluppandone piano di nuove e ramificate, che diventano legame. Diviso in quattro parti e aperto da un prologo funzionale a creare attesa nel lettore, trasportato dal desiderio di ricollegare i piani temporali, il romanzo è scandito da partenze e ritorni, da delusioni ed entusiasmi, ma anche da personaggi che, quando apparentemente secondari, sono capaci di offrire grande impulso alla storia, come per esempio la professoressa Vitali e la collega Ghislaine. Al contorno, i grandi fatti epocali del Terzo Millennio sanno ben accogliere la trama del romanzo.

Nel penultimo capitolo incontriamo Livia decisa a scelte di vita più pacate; la vediamo iniziare la professione di insegnante, divenire moglie e madre, e non vogliamo togliere al lettore la possibilità di scoprire dove e con chi. Ci piace comunque ricordare che, chi sceglie il viaggio come dimensione di crescita, sempre al viaggio torna quando si affaccia la voglia di cambiamento.

L’ametista e il suo riflesso: questa pietra, una varietà di quarzo dura e resistente, è il simbolo azzeccato dell’animo di Livia, una protagonista sfaccettata. Come nella struttura chimica del minerale, dove il silicio legato a due atomi di ossigeno incorpora impurità ferrose ottenendo le gradazioni di colore viola, gli equilibri nella vita di una donna sono fatti di opacità e trasparenze, di forza ma anche di accoglienza. Di equilibri difficili, talvolta. In greco amethystos significa sobrio, lucido mentalmente. E la lucidità mentale delle donne, la loro capacità di accogliere, ma anche di essere forti, è ben riconoscibile nella storia creata da Valentina Dago.

Anna Bertini