Perché Cattive Maestre. Con le più buone intenzioni.
Cosa rende una voce libera? La prigione da cui scappa. La gabbia che infrange. La regola che vìola. Quando una voce letteraria è libera? Quando è imperfetta. Cioè, unica. Le voci uniche nella letteratura contemporanea sono meno note. Sono considerate pericolose. Sono le voci che raccontando con meno, raccontano di più. Sono il silenzio che fa rumore. Proverò a indicarvele in un nuovo percorso di lettura dedicato alle “Cattive Maestre”. Questa nuova rubrica per Exlibris20 è, lo dico subito, tacciabile di presunzione. Le ho chiamate Cattive. Non per provocare. Potevo scegliere un aggettivo meno respingente. Ma non sarebbe stata la stessa cosa. Le Cattive Maestre sono dotate di poteri magici. Questi poteri si esprimono attraverso l’assenza di argini tra la pagina e la stanza. I poteri magici passeranno da loro a noi con la medesima funzione originaria: liberare la cattiva. Per scrivere. Per guardare la vita senza pudori inutili, sensi di colpa sterili. Non diventeremo aggressive. Ma ritorneremo agguerrite. Come quando eravamo bambine e i desideri si confondevano con i bisogni.
Evocherò autrici, in apparenza lontane, legate dall’essere state prigioniere. Spesso di sé stesse. Non è un viaggio in un genere o in uno specifico civile. È una via rizomatica che ha il fine, almeno fino a giugno, di mappare il motivo per cui la letteratura è Letteratura: l’unicità. Impossibili da incastrare in tetris narratologici, troppo autonome nel pensiero e nella forma, più simili a echi di Sirene, queste Cattive Maestre indicono profezie laiche: passepartout di resistenza civile e umana, da cui tutte le persone ispirate e creative possono imparare per ampliare il superpotere che la scrittura esercita sulla vita.
Quando una vita non basta. La Trilogia di Tove Ditlevsen
“Una volta la cosa più importante al mondo era se mia madre mi amasse o meno, ma quella bambina che bramava con tanta forza il suo affetto e continuava a cercarne i segni non esiste più. Ora penso che mia madre mi voglia bene, ma questo non mi rende felice.“
Avere troppa vita, troppa infanzia, troppo genio, troppa immaginazione è un tratto caratteristico della prima Cattiva Maestra: Tove Irma Margit Ditlevsen. Se state per leggerla, per la prima volta, l’invidia è tanta quanto l’onore. Tove è stata una scrittrice e poetessa danese, morta suicida a 58 anni nel 1976. Come poeta ha ricevuto in vita diversi riconoscimenti nel suo Paese. Mentre l’attenzione principale riguardo alla sua prosa è postuma. In Italia è arrivata tardissimo. Pur essendo un’antesignana. La maestra che arriva dopo le allieve. Visionaria e pura. Priva del complesso edipico che appartiene a molte creature narranti: impedire a chi c’è dopo di superarle. Con lei non poteva succedere. Non sapeva, non l’ha mai saputo, quanto le dobbiamo. Intanto, dobbiamo la traduzione delle sue opere di narrativa a Fazi che ne ha pubblicato, Trilogia di Copenaghen e, da poco, I volti, entrambe nella traduzione di Alessandro Storti.
Tanto maestosa la sua prosa tanto devastante la sua voce. Se avete una certezza come donna, madre, figlia, vecchia, giovane, essere umano: non importa, Ditlevsen la devasterà. La verità è per lei la piega imperfetta da cui partire per raccontare. Lo stigma dell’alterità rispetto alla norma con le sue parole acquisisce una delicatezza che trasforma un acquitrino dietro cortile in un corso d’acqua inanellato di ninfee.
“Sono sempre convinta che mia madre mi vorrà bene solo quando sarò adulta. Questo perché la mia infanzia la irrita tanto quanto irrita me, e stiamo bene insieme solo quando all’improvviso lei ne scorda l’esistenza.”
Scrivere per Ditlevsen non è ricerca di salvezza o deflorazione di un trauma. Somiglia piuttosto all’etica di una fiaba nera: solo se sei ingenua a sufficienza il male ti incontrerà. Il male non va dal male. Lo conosce troppo bene. In un certo senso la sua vita, raccontata nella Trilogia ha le fattezze degli step della morfologia della fiaba di Propp. Le 31 funzioni narrative individuate dal formalista russo offrono uno schema attraverso cui leggere anche il racconto che la scrittrice danese fa della propria vita. Risoluzioni, usurpazioni, danneggiamenti, connivenze e tranelli sono i principali motori narrativi della vocazione letteraria di Ditlevsen. Nessuna età dell’oro per chi scrive. Raccontare è più simile all’esperienza di un funzionario illuminato che all’illuminazione di una figura mitica.
Chi ha presente la Danimarca ha presente i biscotti al burro, i tulipani, le comunità hippie, il design minimalista, l’irreparabile perfezione di una lampada da lettura. Dopo averla letta scopriamo che Copenaghen è “sangue e latte” come una retrovia catanese di Sapienza, un vicolo fatiscente di Ortese. Tra le riflessioni a me più affini su una romanziera raffinata e superba, feroce e autodistruttiva, come lei, trovo efficace il pensiero di Emilia von Senger: «Ciò che autrici come Annie Ernaux stanno facendo oggi, Tove Ditlevsen l’ha fatto più di cinquant’anni fa. Scrittura autobiografica a cui inchinarsi. Finalmente, finalmente!».
Trilogia di Copenaghen, composta tra il 1967 e il 1971, è il memoir femminile prima del memoir femminile. La Trilogia è composta da Infanzia (bello e crudele), Gioventù (bello e spietato), Dipendenza (bello e feroce). Nel racconto di Tove c’è un solo bersaglio: Tove. Cattiva con sé stessa. Il suo modo di raccontarsi non è edenico, non è una scrittrice che usa il memoir per mostrarci la strada della redenzione (come avviene, per esempio, in Colette o in Yuknavitch). Il memoir è una messinscena pura del sentire prima di una bambina, poi di una figlia, di un’amante, di una moglie, di una madre. “Vite infinitamente oscure”, come Virginia Woolf definiva quelle delle donne che scrivono. Raccontare è un atto di protezione.
“Quel che conta è che quando scrivo mi sento felice, come sempre. Mi sento felice e dimentico ogni cosa intorno a me fino all’ora in cui devo prendere la mia borsetta per fare la spesa.”
Nella Trilogia ogni minimo dettaglio quotidiano è motivo di indagine esistenziale. Una fetta di pane, un vestito nuovo, un profumo di zucchero, una strada scivolosa. Sono i dettagli che svelano la vita interiore. Un’interiorità frantumata che non chiede di essere salvata. La sua lezione è l’ascolto. Ascoltarla prima di salvarla. Una sottile stilettata contro il superomismo di padri, fratelli, compagni, amici che solo per il fatto di essere uomini sostengono di poter aiutare la propria figlia, sorella, eccetera. Non c’è sostegno senza ascolto, ci dice Tove Ditlevsen. Quindi cos’è la crudeltà per una donna che scrive? Non è non scrivere. È scrivere senza essere compresa. Lo stesso che succede alle bambine. Sono davvero amate quelle future donne che da piccole non vengono credute a scuola, a casa, dalle amiche? Come faranno poi, una volta adulte, a esserlo dai mariti?
“È come se ci fossimo detti tutto quello che avevamo da dirci prima di sposarci e in un baleno avessimo consumato tutte le parole che dovevano bastarti per i successivi venticinque anni.“
I volti della moglie, il matrimonio e altre maschere letterarie
Se la Trilogia di Copenaghen avrà una funzione catartica quando la leggerete, la stessa esperienza di lettura non la proverete per I volti. Qui l’autobiografia sparisce e lascia il posto alla trasfigurazione. La peculiare capacità che possiede Ditlevsen di innovare il linguaggio, e quindi il pensiero, in questo romanzo di finzione si esprime con cattiveria lisergica. Pur essendo meno coinvolgente della Trilogia, I volti traspone la nausea di essere inascoltata di una moglie dal marito in grido di lotta. La natura confessionale, che tanto si critica nei memoir, qui diventa metodo laboratoriale che travolge e sconvolge. Se prima la scrittrice era entomologa di sé stessa, qui diventa scarafaggio che striscia per terra e dalla terra racconta. Un inatteso flusso di coscienza tradizionale scompagina le carte e trasforma la voce inventata di Lise in un canto iniziatico che descrive senza ritegno il dolore sciamanico di una moglie di talento incompresa. Da chi? Da un marito che non la vede. Non la ascolta. Non la legge. Non la sopporta. La tradisce. Eppure, non la lascia. Piuttosto la chiude in un ospedale psichiatrico. È qui che Lise scopre la verità: cos’è la follia se non un eccesso di lucidità di un talento inespresso? La divergenza cognitiva di Lise, l’avvicendarsi delle voci che sente in testa con le voci dei familiari, ha nel romanzo una struttura a sé, quanto meno nella prima metà del libro. È un coro. Leggendolo (potrei dire: ascoltandolo) è impossibile non pensare a La bellezza del marito di Anne Carson (La Tartaruga 2022, traduzione di Chiara Spaziani), insignita di recente del Nobel per la Letteratura. Altra voce fuoriclasse e fuori categoria. Se identifichiamo la cattiveria come anticanone strutturale, Carson rientra a porte spalancate nelle “cattive maestre”. In questo suo poema nuziale, il matrimonio diventa la sciagura più terribile che possa capitare a una donna che scrive.
“Sapete sono stata sposata anni fa e quando se ne è andato mio marito si è portato via i quaderni. Quaderni ad anelli. Avete presente quel glaciale subdolo verbo scrivere. A lui scrivere piaceva, non gli piaceva dover avviare ogni pensiero da sé.“
La bellezza del marito è una ballata omerica pensata e cantata al femminile. Omerica è la disfatta dell’unione che impedisce all’eroina di vincere ma non le impedisce di lottare. Sembra che abbia sposato lo stesso marito di Lise. “Cos’è che connette davvero le parole e le cose?” Si chiede a un certo punto la moglie senza nome di Carson. Una moglie offesa può far grande la parola. Non per liberarsi dal matrimonio ma dalla sua convenzione. Eppure, e questa è la beffa più cattiva, senza quelle catene non avremmo le storie più libere.
Scanonizzare il romanzo psicologico ne I volti corrisponde all’incedere alternato della terza e della prima persona. Una scorrettezza legittima. Seguiamo la vita di Lise, scrittrice per ragazzi dal successo riconosciuto ma frustrata, come suoi stalker. In terza persona ne scoviamo i limiti; in prima persona tifiamo per le ombre senza le quali non ci sarebbe la luce del talento. Quando rilascia interviste, o esprime pareri, Lise lo fa da ventriloqua: non pensa ciò che dice, ricalca voce e pensiero del marito, Gert. Se da un lato ricorda molto la protagonista de La campana di vetro e dall’altro Ditlevsen ricalca la sua antesignana Colette che ne Il mio noviziato trascrive con “pietà fredda” l’irreparabile errore per una scrittrice di sposarsi, in particolare con un editore. Una specie di protesta dal sapore “metoo” ante ante ante litteram. Del resto quale cattiva maestra non è nella sostanza dei legami che racconta anche una Cassandra?
Vergogna e rabbia esacerbano in Lise il distacco. Quanto più la protagonista sperimenta queste emozioni, tanto più la sua creatrice sperimenta allucinazioni narrative. Il plot è un pretesto per esplorare la carne viva e sanguinante delle parole. Più che mai si sente in questo romanzo l’appartenenza poetica di Ditlevsen. Ogni principio di capitolo è un verso a sé.
“Di sera andava un pochino meglio. Si poteva lisciarlo con cautela e osservarlo nella speranza di averne una buona volta il quadro d’insieme, come di un variopinto arazzo in corso d’opera, del quale forse un giorno si sarebbe potuta intuire la figura. Le voci tornavano da lei e con un briciolo di pazienza le si poteva discernere l’una dall’altra, come fili di un garbuglio di lana. Si poteva riflettere a mente fredda sulle parole, senza paura che ne arrivassero di nuove prima che fosse passata la nottata.“
I volti e le voci diventano una trama laterale. La descrizione morfologica delle fattezze fisiche, occhi naso bocca grana della pelle, sottende a una neanche troppo velata espressione simbolica dell’adeguamento umano alla convenzione. Quanto più sei voce sei persona vera, quanto più sei volto sei maschera. Sembra dirci, senza mai puntare il dito, la scrittrice. E noi abbiamo due scelte al cospetto di questa “cattiveria”: crollare o chiudere il libro. In entrambi i casi, ha vinto Ditlevsen.
Alessandra Minervini tiene corsi di scrittura, scrive e legge molto. Il suo sito è alessandraminervini.info.
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