(Seduta di fronte alla telecamera) — Da che parte guardo? È la vita stessa a darmi l’ispirazione per il mio lavoro.
Parte da questa postura – una domanda semplice, quasi un disorientamento tecnico che si fa subito metodo – il pensiero di Svetlana Aleksievič in questo piccolo libro pubblicato da Castelvecchi, Solo l’amore salva dall’ira (traduzione di Federico Cornetto). Dall’intervista di Staffan Julén nasce un testo lieve che ha il sapore del volo e del futuro. Dopo aver indagato i grandi e tremendi cantieri della Storia (la Seconda guerra mondiale, Černobyl’, il crollo dell’Unione Sovietica), Aleksievič ritira lo sguardo verso l’intimo. Paradossalmente, è proprio questo stringere l’inquadratura sulle pieghe minime dell’esistenza a spalancare il respiro sui misteri del nostro attraversamento terrestre.
L’autrice sceglie di immergersi nella materia del desiderio incarnato, in ciò che le persone spesso non sanno o non possono nominare perché imbrigliate dalla cultura o stritolate dall’ideologia. «I miei genitori non parlavano mai di felicità», ricorda, denunciando un vuoto storico che travalica l’ambito privato. Aleksievič comprende che la grande letteratura russa ha spesso disertato l’amore quotidiano: lo ha ridotto al romantico «rosa e fiori» o lo ha sublimato nell’epica patriottica, dove l’eroe parte e si sacrifica per un’idea. Parlare d’amore significa allora fondare un nuovo lessico, apprendere da capo una lingua. È la sua sfida più alta: «Credo che… l’amore sia ciò che manca di più alle persone. Magari quella è la lingua che vorrei iniziare a parlare».
La riflessione, nata nel 2018 ma dotata di una tragica chiaroveggenza, risuona oggi – tra il conflitto in Ucraina e la lacerazione della società – con profetica e devastante potenza. «Le persone sono infettate dalla rabbia […] C’è così tanto odio, ovunque. Penso che bisognerebbe iniziare a parlare una lingua diversa […] cose puerili come l’amore. Sì, non vedo nessun linguaggio che possa funzionare. Non funziona più niente».
Di fronte alla frammentazione geopolitica e al riaffiorare dell’abisso, il Premio Nobel torna al centro di tutto: il binomio Amore e Morte. Un cortocircuito che rievoca la traiettoria dantesca. Se la terzina di Beatrice («Amor mi mosse, che mi fa parlare») detta l’origine del viaggio spirituale, la diagnosi dell’odio umano riflette il buio della città dolente («Diverse lingue, orribili favelle, / parole di dolore, accenti d’ira»), mentre lo slancio di Aleksievič tende verso la ricomposizione finale del Paradiso, a quell’«amor che move il sole e l’altre stelle».
Nel suo metodo lento e sottile, fatto di ascolto e fatica spirituale, l’autrice si propone di cesellare un mosaico di vite sfilate dal silenzio. C’è in questa impresa una grazia che richiama la leggerezza poetica e metafisica di Bobin e quella complessa, essenziale umanità di Kent Haruf.
«Ogni cosa è in qualche modo connessa: gli uomini, gli animali, gli uccelli… In realtà siamo stati creati per fare qualcosa di completamente diverso». In questa intuizione, Aleksievič spalanca una prospettiva radicalmente ecologica che dialoga con la “geografia sensibile” di David Abram, filosofo e antropologo che ha teorizzato l’interconnessione tra percezione umana e mondo più-che-umano, ponendo le basi dell’eco-psicologia, e con lo sguardo quasi devoto di Annie Dillard, la cui prosa scientifica e spirituale (valsa il Premio Pulitzer nel 1975 per Pellegrinaggio al Tinker Creek) esplora la sacralità e la crudezza della natura. Togliere l’umano dal centro non significa sminuirlo, ma restituirlo al grande concerto del vivente. In un tempo intossicato dall’ira e dalla resa funzionale, il suo testo indica un compito di sintonizzazione: disapprendere la logica del dominio per tornare ad abitare la terra con l’attenzione tremante di chi sa di farne parte.
Francesca Cola
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