Quando ad Annie Ernaux (la scrittrice vivente più meravigliosamente autobiografica del momento, una signora a cui voglio bene pur non avendola mai conosciuta, anzi, questo alimenta la mia devozione) hanno chiesto: Dove porta il lettore quando scrive? Lei ha risposto che pur essendo narrativa, finzione, letteratura, la sua scrittura porta il lettore nel reale. «Ma i miei strumenti non sono scientifici. I miei strumenti sono la memoria, le parole, tutte le parole possibili, e posso usare quelle che voglio, qualsiasi lessico, ma necessariamente scelgo quello che mi si addice». Affidiamo le nostre storie biografiche alla memoria del reale, cosa ben diversa da quella operazione di copia e incolla creativo che compie chi comincia a scrivere la sua vita dal momento in cui nasce fino a quando arriva, appunto, a scrivere la sua storia senza scegliere un taglio narrativo, un punto di vista, uno sguardo, un episodio. Tutta la sua vita è messa indistintamente dentro le pagine come se scorresse in modo reale. Ma la realtà della vita è una cosa, la realtà della scrittura è un’altra. La prima è esistita e non c’è più se non nelle foto, nei ricordi, nelle lettere, nelle testimonianze; la seconda non esiste e mai esisterà se non nella nella pagina.

Di questa scrittrice leggo e consiglio tutto. Da quando l’ho scoperta, leggendo Gli anni nel 2008. In una sua intervista dichiara apertamente di non voler più affermare di scrivere romanzi: lei scrive autobiografie. È l’antropologa di sé stessa. Ha fatto levare la dicitura roman dalle copertine francesi dei suoi libri. Come si fa a non amare Annie Ernaux? Se non la conoscete leggetela in ogni sua forma, libri ma anche interviste, aneddoti, recensioni. Tutto quello che la riguarda ci riguarda. Ho spesso usato i suoi libri nei laboratori. Ritengo che sia una scrittrice con risorse narrative indispensabili per chi scrive, per chi vuole dare addosso alla propria storia, scontrarsi, batterla con una alzata di spalle e finalmente riconoscerla e dire: eccoti, ora sei mia. Anzi tua, vostra. Nostra. Ti ho scelto, anzi tu hai scelto me.
Nel breve saggio pubblicato da Castelvecchi, Scrivere è dare forma al desiderio, la scrittrice affronta apertamente uno dei capi d’accusa principali della scrittura autobiografica: la mancanza di obiettività e dunque l’assenza di un fine sociologico o quanto meno sociale nella scrittura autobiografica. Ebbene proprio questa mancanza è la sua forza.
«Attraverso i miei libri i lettori rileggono la loro vita, o episodi e situazioni della loro vita, e li rileggono in modo diverso, spesso si liberano dalla vergogna sociale o sessuale,vedendola in qualche modo assunta su di sé dalla narratrice e messa in una prospettiva a cui non avevano pensato. […] Ma in primo luogo occorre partire dalla realtà così come si mostra, così come è visibile ai miei occhi e alla mia memoria».
Annie Ernaux nei suoi libri racconta tutti noi: genitori in vita, genitori scomparsi, figli nati, figli mai nati, lavori inoperosi, città abbandonate, amori violenti, matrimoni infelici. Orgasmi appaganti. Tutto ciò che si racchiude in uno sguardo davanti allo specchio e proprio per questo risulta la cosa più difficile da raccontare. Dentro c’è un elemento, diciamo pure un muro, che non sappiamo abbattere, non con le stesse forze con cui lo costruiamo, ed è la vergogna.

Per scoprire come liberarsi dalla vergogna narrativa che impedisce di guardare e quindi di raccontare un episodio intimo e sconvolgente della propria vita, consiglio di leggere il suo La vergogna. Un romanzo che si apre e si chiude con un interrogativo che nello stesso tempo è una risposta.
«Mio padre ha voluto uccidere mia madre una domenica di giugno, nel primo pomeriggio». E tutto il resto non è altro che la possibilità di dare un altro significato, o anche solo un significato, a quel pomeriggio in cui la scrittrice aveva dodici anni.
«Era normale provare vergogna, come se si trattasse di una conseguenza insita nel mestiere dei miei genitori, nelle loro difficoltà economiche, nel loro passato da operai, nel nostro modo di essere. Nella scena di quella domenica di giugno».
Dal momento dell’incidente fino a quello in cui, moltissimi anni dopo, si è messa a raccontarlo, l’unica costante è stata che «tutto nella nostra esistenza è diventato fonte di vergogna».
Quante volte il gesto di raccontare la vita viene fuori «quando sembra troppo tardi», quando chi vogliamo raccontare non c’è più oppure quando pensiamo che la scrittura di quella storia sarà l’ultima cosa che scriveremo. Però scrivere di sé non è un gesto estremo. Non è un atto distruttivo. Per me è un atto costruttivo. Ricostruisce il nostro sguardo sul mondo.
«Ho sempre avuto voglia di scrivere libri di cui poi mi fosse impossibile parlare, libri che rendessero insostenibile lo sguardo degli altri. Ma quale vergogna potrebbe arrecarmi la scrittura di un libro, che sia all’altezza di quella che ho provato a dodici anni?».
Che vergogna quando mi leggerà mia figlia, che vergogna quando il mio collega scoprirà che io scrivo, che imbarazzo quando mio marito dirà: ma è veramente tutto vero, cioè hai fatto proprio queste cose? Per non parlare dei miei genitori!
Tutte remore sono inutili. E l’ho capito grazie ad Annie Ernaux. Hanno la stessa inutilità del loro opposto ovvero la certezza vanagloriosa che tutto ciò che si scrive della propria vita è interessante perché fa parte della propria vita. Non è così. Non è con la vergogna che dobbiamo raccontare e non è nemmeno con un esagerato esibizionismo che dobbiamo scrivere.
È il desiderio che ci guida.
Si scrive di sé seguendo il desiderio di scrivere senza vergogna e senza autocelebrazione. Un desiderio che spesso nasce, e rinasce, grazie, anche, ad Annie Ernaux.
Alessandra Minervini
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