A un certo punto della mia vita ho deciso che non avrei più guardato gli altri partire. Non avrei più osservato quei pochi metri, che sono niente, frapporsi fra il mio corpo e quello dell’altro. Non mi sarei più affacciata a quella distanza così illusoriamente innocua e invece assoluta: non esiste giorno più lontano dal ritorno che la partenza. E per evitarlo sarei stata disposta a staccarmi io stessa da tutto. Le idee assolute poi spesso non funzionano e così è stato anche per me. Non ho strappato la mia vita da ciò che amavo, ma da quel momento davvero non ho più guardato gli altri andarsene.
In un villaggio una vecchia donna si è congedata da me con queste parole: «Presto ci separeremo e ognuno di noi riprenderà la sua vita di sempre. Ti ringrazio di avermi ascoltato e di voler raccontare il mio dolore ad altri. Ma ti prego, quando andrai via, voltati a guardare la mia casetta non una ma due volte. Quando una persona guarda una seconda volta, non è più un estraneo, e il suo è lo sguardo del cuore…»
È questa una delle celebri testimonianze che riporta Svetlana Aleksievič ne Il male ha nuovi volti: la voce di una donna che vive in un villaggio rurale. Non è difficile immaginare che questa signora conosca intimamente i movimenti di chi se ne va, tanto da sapere che la vera promessa non sta nel voltarsi una volta. Perché chi si gira una volta o se ne va o si fa vincere dalla paura e torna indietro. Ma nel voltarsi due volte.
Perché il due è la misura della promessa: ti porterò sempre con me.
L’impressione, però, è che non solo Aleksievič abbia portato con sé questa immagine, ma che il doppio sguardo sia stato proprio alla base della sua poetica e quindi del suo ascolto.
Parlando di sé stesso Flaubert si è definito un «uomo penna». Io di me potrei dire di sentirmi una «donna-orecchio». Quando vado per strada e mi raggiungono certe parole, frasi, esclamazioni, mi dico sempre: quanti romanzi spariscono senza lasciar traccia.
Ho viaggiato molto per il paese, ho parlato con molte persone e mi sono resa conto che in ogni uomo c’era un testo, piccolo o grande che fosse, degno di nota. Allora mi sono chiesta: perché non ricavare da ognuna una o due pagine, così da ottenere un tessuto, un «romanzo» in cui entri ogni mio interlocutore? Quello che mi veniva raccontato riusciva spesso a stupirmi e a coinvolgermi più di ciò che leggevo nei libri. Così è nato questo mio genere letterario.
Questo suo farsi orecchio diviene dunque non soltanto una posizione, ma un metodo. Con Aleksievič si fa esperienza di cosa sia una scrittura a servizio dell’ascolto e non dell’io. E anche di quale sia la differenza tra farsi orecchio e mero strumento. L’orecchio infatti appartiene a qualcuno che sente, conosce, discerne.
È curioso riflettere su cosa sia l’orecchio e perché lo abbia scelto per immedesimarsi. L’orecchio è l’organo deputato a sentire. E sentire in italiano ha un doppio significato: udire e avvertire – inteso come apprendere attraverso i sensi. Ma l’orecchio è anche l’organo che più di tutti è labirinto, si pensi alla sua forma, proprio come stesse a rappresentare quante curve può avere ciò che si sente, quante curve può avere una sola verità.
Mi ha sempre tormentata il fatto che la verità non possa essere racchiusa in un solo cuore, in una sola mente. E che sia così frammentata, che di verità ce ne siano molte e diverse sparse per il mondo.
E quando qualcosa entra dalle nostre orecchie (labirintiche) che riescono a decifrare ciò che vibra, là nell’organo capace di questo compito risiede anche il nostro equilibrio.
E Il male ha nuovi volti è un libro attraverso cui si può scorgere quale sia l’equilibrio di Aleksievič, quali siano i suoi punti cardinali. In queste pagine, che raccolgono alcuni dei discorsi tenuti dalla scrittrice principalmente in occasione del conferimento del Nobel (due nel 2015 e uno nel 2002), ripercorre le motivazioni del suo raccontare. Attraverso i tre interventi tocca le intenzioni intime di quella sua «scrittura polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio nel nostro tempo» esattamente come riporta la motivazione della giuria del Nobel. In queste pagine emergono anche i suoi principali temi: la Seconda guerra mondiale vista dalle donne, la fine dell’utopia comunista, la guerra dell’Armata rossa in Afghanistan.
Tuttavia, il libro prende il nome da un’ultima riflessione. Quella che volge sé stessa maggiormente al presente. Ossia Il male ha nuovi volti. Ovvero di come Černobyl’ sia stato il punto in cui l’umanità ha compreso che il male aveva cambiato forma:
Le radiazioni non si potevano vedere, toccare, non se ne sentiva l’odore… Il mondo nel quale ormai ci trovavamo era al tempo stesso quello solito, conosciuto, e un altro affatto ignoto. Quando mi sono recata nella zona contaminata mi hanno spiegato brevemente: non si possono cogliere i fiori, sedersi sull’erba, bere l’acqua dei pozzi… La morte si nascondeva dappertutto, ma era già una morte diversa da quella solita. Con maschere nuove.
L’umanità ha conosciuto così proprio quei mali che a guardarli non si vedono. E lo sconcerto – e il terrore – prendono forma quando non si riconosce la forma delle cose. Perché non si sa come fare ad andarsene, perché non si può decidere di non voltarsi mai più.
Hélène Carlotta Lupatini
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