“È il caso di Bianca Garufi, il cui contributo nella resistenza romana è ancora tutto da scrivere”.
Un fuoco grande. Bianca Garufi non è da leggere tutto d’un fiato. Non è un saggio che scorre via veloce: è, in metafora, il passaggio di un pettine in una capigliatura annodata.
Ogni pagina scioglie un nodo, ma la densità dell’intreccio richiede di tornare e ritornare su alcuni punti, di riallacciare le relazioni affettive ai nomi delle protagoniste dei libri di Garufi, di portarsi dietro alcuni dati per poi riunirli ad altri, in successione.
È una biografia intensa, che tiene sulle pagine chi legge fino alla fine.
Merito della vicenda, naturalmente, e dell’autrice che, con precisione storica, sguardo competente e multidisciplinare, crea una fitta rete di relazioni, una “splendida cornice” (sì, cito Cucciari) all’interno della quale la storia di Bianca Garufi esce, finalmente, dall’immagine riflessa in Cesare Pavese.
Eccola: l’autrice, la donna impegnata nella Resistenza, la mente vivace, la psicoanalista junghiana in un’Italia che ha da poco scoperto Jung (e di fatto anche la psicoanalisi).
Nella ricerca su Bianca Garufi, Marialaura Simeone racconta anche se stessa scrivendo in prima persona, mettendo a nudo il suo metodo di lavoro basato sulla poliedricità di sguardo che è sicuramente espressione della sua formazione di ricercatrice (ha conseguito un dottorato in Comparatistica all’Università di Siena ed è stata visiting researcher all’Università di Leiden).
Un dato non indifferente, che apre a una riflessione sul genere biografico che, in questo caso, esce dalla pubblicazione scientifica dedicata alla vicenda personale e professionale di un personaggio autorevole (per quanto scarsamente valorizzato, eccezion fatta per la pubblicazione critica del carteggio Pavese-Garufi curato da Masoero, nel 2011), pur avendone tutti i requisiti culturali.
Non si tratta nemmeno di una biografia romanzata, altra parola che conduce con sé un giudizio qualitativo negativo del prodotto editoriale: il pop a vantaggio della veridicità storica.
Esiste un’altra via? La letteratura contemporanea del nostro paese ha una sua via?
È un dato noto che gli scaffali siano ricchi di titoli dedicati alle biografie, in particolare collettive: il successo delle saghe familiari è di certo espressione della presenza di valide penne e di un grande interesse per l’intreccio tra il vissuto delle celebri dinastie imprenditoriali dello stivale e le vicende nazionali, risorgimentali (molto) e non, in cui le storie si intrecciano alla Storia, per dirla con una frase fatta. In quelle pagine protagonista è la borghesia con la sua ascesa, spesso ardimentosa, insieme ai destini delle generazioni successive agli eroici fondatori.
Le storie di persone realmente esistite hanno un appeal potente: sono oltre l’invenzione, sono state, eppure se ne parla ancora. Un fatto così potente ha in noi persone contemporanee una forte risonanza: in un tempo in cui non si è in grado di lasciare alcuna impronta significativa di sé (siamo ben oltre i famosi 15 minuti di fama preconizzati da Warhol) queste narrazioni attestano il successo oltre il tempo biografico. Consolano, affascinano, mostrano una grandeur fatta di spirito avventuriero, superamento del limite, errori, sfida alla sorte.
Tutti i valori del gruppo sociale, forse estinto, da cui a grandi linee deriva l’attuale ceto sociale medio, che fatica a darsi un nome (la B word non identifica più) e in sé stesso abita poli opposti per cultura e idee spirituali, politiche, morali.
Da curiosa lettrice puntiforme di almeno due o tre di queste saghe familiari, vedo nel loro successo un parallelismo con un altro manufatto artistico di qualche decennio fa: il monumento.
Un tempo i monumenti alle personalità borghesi si erigevano solo dopo la morte e marginalmente in luoghi pubblici (piazze e strade), che erano destinati invece ai Grandi: sovrani, generali, eroi, politici. Torino, in questo senso, fu un laboratorio incredibile fra gli anni Trenta del XIX secolo e gli anni Trenta del XX secolo.
E allora dove mettere la celebrazione dinastica borghese, i buoni esiti raggiunti dal grande medico, dalla valida scrittrice, dall’uomo e, statisticamente molto meno, dalla donna di successo? Al cimitero.
I nostri cimiteri storici sono la prova provata di un genere plastico di eccezionale vitalità: la tomba monumentale racconta a chiunque passi il valore civile, morale, produttivo della borghesia. Da gloria dei contemporanei, il camposanto si è fatto museo per i posteri. E non scherzo nel far notare come in questa veste abbia un certo successo culturale anche la sua valorizzazione.
Un tour sulla famiglia X parte dal libro, dalle pagine vivide e vivaci, romanzate e basate su ricerche storiche, per portarci a visitare i luoghi frequentati, la casa avita e naturalmente la tomba scolpita dal grande maestro.
Abbiamo fame di conoscere chi ci ha preceduto. Vogliamo che ci si racconti queste storie di un passato lontano ma non lontanissimo, di cui in qualche modo ci sentiamo ancora bisnipoti. Siamo lì, a poche generazioni di distanza.
Ebbene, il lavoro di Marialaura Simeone non si inquadra in questo genere. Per varie vie gli sfugge.
Certamente è una biografia, certamente non vi è romanzo, invenzione.
C’è introspezione, ma soprattutto c’è contestualizzazione.
Laddove mancano dati puntuali o fonti documentarie sulla vita di Garufi, l’autrice lavora di contesto con precisione sistematica e radicamento storico: così insieme a Garufi arrivano Natalia Ginzburg, Elsa Morante, Joyce Lussu. E Fabrizio Onofri (sì, c’è una vita amorosa, c’è un prima di che vive di vita propria, inconsapevole di quel celebre e ingombrante dopo), Cesare Pavese, Ernest Bernhard (che porta Jung nella vita della scrittrice subito dopo la guerra). E Roma, la guerra, la Resistenza. Prima ancora la madre, le madri in generale, e la complessità della relazione densa e struggente che accompagna ogni creatura e ogni creatrice.
Un libro a sua volta pieno di libri: moltissimi gli spunti bibliografici, che permettono di vedere con chiarezza l’ordito storico su cui poggia la narrazione.
Un libro femminista, un prezioso progetto editoriale curato da Les Flâneurs, nella collana “Le innominate”: non direi necessario, è un aggettivo abusato. E nemmeno urgente, cadendo quest’anno il ventennale della morte di Bianca Garufi.
Il testo di Simeone è contemporaneo e sinestetico: la vicenda della protagonista e lo sguardo della ricercatrice si fondono in un viaggio letterario, storico ed emotivo al presente indicativo, che apre la porta di quella stanza tutta per noi di cui abbiamo un grande bisogno.
Federica Tammarazio
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