In A Love Supreme, Marcello Turno dà prova di un talento narrativo straordinario, orchestrando un thriller psicologico che cattura il lettore dalla prima all’ultima pagina. La forza principale del romanzo risiede nella straordinaria capacità dell’autore di generare una suspense costante. Turno non si affida a facili colpi di scena; builds invece una tensione strisciante, quasi tangibile, calibrando con precisione chirurgica il ritmo della narrazione e dosando le rivelazioni per mantenere intatto il mistero.
La vicenda si sviluppa attorno a un nucleo narrativo denso e opprimente. Al centro della trama troviamo la scomparsa improvvisa e inspiegabile di una figura chiave, un evento che squarcia la normalità apparente di una comunità e costringe i protagonisti a fare i conti con un passato che credevano sepolto. Le indagini, tutt’altro che convenzionali, si trasformano rapidamente in un labirinto di specchi dove la verità oggettiva sfuma per lasciare il posto alle singole percezioni dei personaggi. Ogni indizio seminato dall’autore non fa che fittare la nebbia, spostando continuamente il baricentro del sospetto e trasformando l’ambiente circostante in un elemento ostile e soffocante.
A muoversi in questa fitta nebbia è il protagonista, Nic Agramonte, un profiler profondamente tormentato da allucinazioni e sensi di colpa, costretto a muoversi nei meandri più torbidi della Capitale. L’indagine si snoda infatti tra le atmosfere ambigue e decadenti degli scambisti romani, dove Agramonte è affiancato da un’antropologa forense non vedente, dotata di una sensibilità tattile e psicologica straordinaria. Sullo sfondo, quasi fosse un personaggio a sé stante, risuonano le note ossessive e malinconiche del capolavoro jazz di John Coltrane, che dà il titolo al libro e funge da colonna sonora emotiva e filosofica del racconto. È proprio attraverso questa partitura che Turno sviluppa il tema centrale del doppio: la caccia al serial killer diventa per il protagonista uno specchio deformante, un viaggio psicanalitico in cui inseguitore e inseguito scoprono di condividere lo stesso abisso interiore.
Questo clima di incertezza è amplificato dalla magistrale caratterizzazione dei personaggi principali. L’autore scava a fondo nella loro psicologia, delineando figure tridimensionali, ricche di sfumature, fragilità e segreti. Il lettore si ritrova così immerso nelle loro menti, vivendo da vicino i loro dilemmi morali e i loro timori. Non ci sono eroi senza macchia né antagonisti assoluti, ma esseri umani intrappolati nelle proprie bugie e nelle proprie ossessioni, mossi da un senso di colpa che detta le regole del loro agire.
Il vero fulcro del dibattito resta però il finale “sospeso”. Turno sceglie deliberatamente di non chiudere ogni cerchio, lasciando l’epilogo aperto a molteplici interpretazioni. Questa scelta stilistica, coraggiosa e affascinante, rappresenta un rischio: se da un lato esalta l’aspetto enigmatico dell’opera, dall’altro può non essere pienamente compresa o apprezzata dal lettore che cerca una conclusione netta e rassicurante. Resta comunque un’opera magnetica che mi ha tenuto incollata alle pagine per tutto il tempo.
Barbara Givonetti
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