La Storia non accade mai tutta nello stesso luogo.
Mentre nel 1941 due giovani sposi passeggiano tra le montagne di Cortina d’Ampezzo durante il loro viaggio di nozze, qualcun altro combatte al fronte, viene arrestato, fugge o perde la propria casa. Lo stesso tempo contiene vite che non si incontrano mai. È forse questo il paradosso più difficile da accettare quando guardiamo al passato: sapere che la felicità di qualcuno conviveva, nello stesso identico istante, con la tragedia di un altro.
È la domanda che attraversa le prime pagine di Dignità (Feltrinelli 2026) di Lea Ypi e che, una volta chiuso il libro, continua a interrogare il presente: come era possibile partire per un viaggio di nozze mentre l’Europa precipitava nella guerra?
La risposta non arriva. Arriva invece un secondo interrogativo, molto più scomodo: che cosa penseranno di noi, tra cinquant’anni, guardando le immagini di questi anni? I ritratti delle nostre vacanze, delle cene con gli amici, dei compleanni, dei balli al mare. Si chiederanno come fosse possibile continuare a vivere mentre scorrevano sui nostri schermi i bombardamenti, le persone in fuga, la distruzione di intere città?
Me lo domando spesso anch’io. Come si vive mentre la Storia accade? Come si continua ad amare, a lavorare, a crescere dei figli, senza trasformare il dolore del mondo in un rumore di fondo? Forse è proprio questo dubbio a rendere sorprendentemente vicini Dignità di Lea Ypi e La vita sempre (Guanda 2026) di Elena Varvello.
Sono due libri diversi e simili allo stesso tempo. Dignità nasce dall’indagine storica e filosofica sulla propria famiglia nell’Albania del Novecento. Il bisnonno paterno, Xhafer Bey Ypi, fu primo ministro del Paese nei primi anni Venti, prima dell’ascesa di Ahmet Zog (re Zog I), e la sua figura continuò a pesare sulla storia familiare anche dopo l’avvento del comunismo, quando il nome Ypi divenne sinonimo di un passato da condannare. Seguendo le vicende della nonna Leman e del nonno Asllan, la scrittrice attraversa quasi un secolo di storia albanese, dall’eredità dell’Impero ottomano alla monarchia, dall’occupazione fascista al regime di Enver Hoxha. La vita sempre, invece, ci porta ad Alba e nelle Langhe, seguendo la storia di Francesco Ravinale, il padre della madre di Elena Varvello. Prima ancora di diventare il deportato che la Storia consegnerà agli archivi, Francesco è un ragazzo pieno di energia, amante del gioco, delle donne, della compagnia. Proprio questa vitalità rende ancora più lacerante il suo destino, quando la guerra lo trascina nel lager di Mühldorf e interrompe una vita che sembrava destinata ad altro. Due storie lontane per geografia e contesto finiscono così per convergere nella stessa intuizione: la Storia non sopravvive nei manuali, ma continua a vivere nelle famiglie.
Entrambe le storie partono da un’immagine.
Per Lea Ypi è lo scatto dei nonni in viaggio di nozze, apparso all’improvviso sul profilo social di uno sconosciuto dopo che l’archivio familiare era andato perduto con l’arresto del nonno da parte del regime comunista. Per Elena Varvello sono i documenti conservati dalla madre, le visite ai memoriali di Dachau e Mühldorf, la lunga ricerca che trasforma un’assenza in una presenza narrativa. In entrambi i casi, la traccia visiva diventa il punto in cui il passato incontra il presente, costringendo chi guarda a entrare nella storia anziché limitarsi a osservarla. È questa la scelta narrativa più affascinante dei due libri.
Lea Ypi è presente fin dall’inizio. L’autrice dialoga con i documenti, mette in dubbio la propria interpretazione, si interroga sul senso della ricerca. Ogni archivio ritrovato produce nuove domande, mai certezze. Il ritratto dei nonni non restituisce una verità: la complica.
Elena Varvello sceglie il movimento opposto. Per oltre trecento pagine rimane fuori dal racconto. Lascia vivere Francesco, Teresa (la nonna), il lager, la provincia piemontese, come se il romanzo dovesse appartenere interamente ai suoi personaggi. Soltanto nelle ultime pagine entra in scena con la propria voce. Cammina nel Memoriale di Mühldorf, percorre il sentiero verso il campo e lascia che il tempo della ricerca incontri quello della memoria. È un ingresso tardivo ma decisivo: capiamo che il libro nasce dal desiderio di riportare a casa qualcuno, prima ancora che da quello di raccontare il passato.
Elena Varvello infatti, nelle interviste, evita di parlare di “mio nonno”. Preferisce chiamarlo Francesco, “il padre di mia madre”. Quel nonno lei non l’ha mai conosciuto. È un uomo a cui la Storia ha sottratto una vita. Chiamarlo per nome significa restituirgli un’identità che precede il ruolo familiare. Il romanzo compie così un gesto di straordinaria delicatezza, restituendo alla madre dell’autrice il padre perduto troppo presto e permettendo alla nipote di conoscere Francesco come uomo.
Nelle ultime pagine si avverte che la ricerca ha trovato il proprio approdo: «Posso sentirne il respiro, il cuore che batte, le risate in tempo di pace. Sono legati alla mia storia, come fossimo parte della stessa famiglia. E sono, in qualche modo, ancora vivi». Quel “finalmente” sussurrato tra gli alberi del Memoriale non appartiene solo all’autrice. Appartiene alla madre che può, attraverso la scrittura della figlia, ritrovare il proprio padre. È una restituzione.
È qui che Dignità e La vita sempre si incontrano. Entrambi provano a restituire ciò che la Storia aveva sottratto: una voce, un volto, una dignità.
Nel libro di Ypi questa parola risuona fin dal titolo. All’inizio sembra appartenere alla nonna Leman e alla sua aristocrazia perduta sotto il regime. Poi la dignità diventa qualcosa di più sfuggente: riguarda la fedeltà alle proprie idee e la possibilità di sottrarsi alla propaganda, fino a trasformarsi in un interrogativo doloroso: «Dignità? A cosa dovrebbe servire, la dignità?».
La domanda arriva dopo un viaggio dentro archivi incompleti e memorie contraddette. Ypi sembra chiedersi se abbia senso cercare la verità quando il mondo continua a riprodurre guerre e manipolazioni. La risposta diventa una scelta di responsabilità: «Lei ha lasciato me a cercare la verità… a dire qualche parola a suo nome ai posteri», scrive l’autrice, interrogandosi sul diritto di farlo: «Non è forse questo tutta la cultura, un traghettare i morti di nuovo nel nostro mondo senza il loro consenso?»
Anche Elena Varvello arriva nello stesso luogo. La sua ricerca parte da Francesco ma si allarga a tutte le vite che la Storia rischia di lasciare ai margini: «Ciò che scompare […] si somma a tutto il resto». La memoria si fa collettiva: ogni esistenza recuperata modifica il nostro presente.
È questa la più grande corrispondenza tra i due libri. Le famiglie trasmettono modi di guardare il mondo, silenzi, idee di giustizia, forme di resistenza. Trasmettono una certa idea di dignità.
Alla fine della lettura mi sono chiesta se questa parola non assuma, nei due romanzi, un significato più radicale. La dignità non coincide con la vittoria. Assomiglia alla decisione di cercare la verità, di sottrarre una vita all’oblio, di restituire a una persona il proprio nome quando la Storia l’ha trasformata in una categoria: il deportato, l’aristocratica, il dissidente.
Francesco e Leman, prima di essere figure della memoria familiare, erano persone. Entrambe le scrittrici scendono dal piedistallo della cronaca per incontrarle prima di tutto con la cura e la vulnerabilità che si devono a chi è rimasto troppo a lungo in silenzio.
Lea Iandiorio
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