Direi prima di tutto quello che il romanzo Daddy non è e che invece può sembrare essere apparentemente. Non è un romanzo sull’amore, non è un romanzo sul sesso e non lo è su Grindr, perché chi non lo sapesse è l’app gratuita numero uno al mondo al servizio della comunità LGBTQ. È un romanzo dove i protagonisti sono fantasmi.
Il primo fantasma è il marito morto del nostro Daddy, che continua a occupare la stanza anche quando non c’è più. Il secondo è il padre, che ritorna sotto forme inattese e costringe il protagonista a fare i conti con ciò che credeva risolto.
Il terzo, forse il più inquietante, è il protagonista stesso: un uomo che si scopre ancora desiderabile quando si era già archiviato tra le cose finite.
Gardini ha una trovata geniale, usare un’app di incontri come un archeologo userebbe un pennello. A ogni chat, a ogni selfie, a ogni appuntamento, non porta alla luce il corpo degli altri, ma gli strati sepolti della propria identità. Secondo questo parallelismo, Grindr non è il luogo del romanzo: è la pala con cui si scava.
Mi aspettavo un libro provocatorio e scabroso. In realtà la provocazione è un’esca. Le scene erotiche attirano l’attenzione, ma il cuore del romanzo è molto antico e cioè: la domanda se essere desiderati significhi davvero essere amati. Una domanda che avrebbe potuto porsi un personaggio di Proust, solo che, invece di aspettare una lettera, controlla le notifiche sul telefono.
La scrittura di Gardini ha qualcosa di particolare: alterna il professore universitario, il poeta e il vedovo. A volte ragiona, a volte seduce, a volte soffre. Il risultato è un monologo che può apparire narcisistico, ma che spesso diventa dolorosamente sincero.
Il protagonista passa 228 pagine a guardarsi dentro e scopre che il desiderio non serve tanto a trovare qualcun altro, quanto a capire chi siamo quando restiamo soli.
L’uso della lingua di Gardini è come un ritaglio di luce su un muro al buio. Le sue frasi sono precise, quasi accademiche, eppure sanno infilarsi in maniera pungente nel cuore, evocando emozioni inattese. La scelta del lessico è chirurgica: ogni parola ha un peso e una tensione, come se fosse stata scolpita. E così, anche quando Daddy descrive situazioni molto contemporanee, esplicite o intime, il modo in cui lo fa non è mai crudo o disordinato. La lingua rimane composta, controllata, quasi “educata”.
In questo gioco di luci e ombre, la lingua diventa un personaggio a sé, un alter ego del protagonista, che trasforma ogni silenzio in un dialogo segreto. È proprio questo il fascino della sua scrittura: è un invito a fermarsi e a riscoprire il peso di ogni parola nel nostro tempo.
Daddy è uno di quei libri che continuano a lavorarti dentro anche dopo averli chiusi, che ti tornano in mente a distanza di giorni, quasi avessero ancora qualcosa da dirti. Sono proprio questi i romanzi che restano e che meritano di essere ricordati.
Maria Cristina Cervellati
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