Oggi lo definiremmo autofiction. La protagonista è Esther Greenwood, chiaro alter ego di Sylvia Plath stessa. Un romanzo che rientra a mio avviso a pieno titolo nella definizione di classico, perché è estremamente attuale. Anche se racconta le vicissitudini di una giovane di belle speranze che approda nella New York alla moda degli anni Cinquanta, le difficoltà e le disillusioni che deve affrontare sono molto simili a quelle che ogni donna in ogni epoca si è trovata davanti, che hanno assunto aspetti e nomi diversi ma che nella sostanza sono sempre la stessa cosa.

Gli anni Cinquanta sono probabilmente il momento culmine del patriarcato, quando il boom economico fa capire che le donne sono un mercato tutto nuovo da poter conquistare, e si decide quindi di far loro assaggiare una specie di vita nuova, che solo all’apparenza è più moderna e indipendente. In una città come New York puoi vivere esperienze anche ribelli, ma poi sai, se sei una brava ragazza, qual è il tuo posto e qual è il tuo destino: un marito, dei figli, una casa da tenere splendente e una Chevrolet, che appartiene al marito, ma magari ogni tanto la puoi guidare pure tu. Per fare la spesa.

È questa contraddizione – tra le ambizioni di Esther che vuole fare la poetessa, la scrittrice, che si immagina libera e sì, anche innamorata, ma non di un maritino, bensì di un uomo – che porta la ragazza verso il baratro.

Dico baratro, perché di quello si tratta, ma il racconto è ricco di ironia, soprattutto nella prima parte, prima del tentato suicidio. Anche dopo, però, Plath riesce a dipingere la follia, la clinica psichiatrica e l’elettroshock senza risparmiare il suo tono ironico e straniante.

La famosa metafora dell’albero di fico spiega alla perfezione la posizione della protagonista, simile a quella di ogni donna intelligente con un minimo di ambizione personale, direi con un minimo di personalità. L’albero è carico di frutti, uno rappresenta marito, figli e vita domestica; un altro è la famosa poetessa che aspira a diventare; un altro una brillante accademica; un altro ancora la direttrice di una prestigiosa rivista, e via dicendo. Però…

E vidi me stessa seduta sulla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri, e mentre me ne stavo lì, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché, uno dopo l’altro, si spiaccicarono a terra ai miei piedi.

Sì, perché una volta scelta la famiglia, scelta verso cui si veniva educate a propendere (uso il tempo passato con determinazione, senza essere convinta che sia il tempo verbale corretto), a tutto il resto potevi dire ciao ciao. E so che molti e molte oggi sono convinti che non sia più così, ma, sebbene in modi e sfumature diverse, è ancora così, con tutte le eccezioni individuali del caso.

La donna è quindi vittima di una schizofrenia sociale, è la società a essere malata, ma, incapace di riconoscere il proprio male, lo riflette nella donna. Non è un caso che da quando sono nati i manicomi, gli ospiti sono sempre stati in gran maggioranza numerica donne, e non perché sono più propense alla follia, ma perché qualsiasi scostamento dal costume, da ciò che ci si aspettava che una donna desiderasse, da come ci si aspettava che si comportasse e via dicendo… comportava una diagnosi di isteria. E non apro la parentesi sull’isteria e sulle torture e le umiliazioni a cui le donne ricoverate venivano sottoposte in nome della scienza. Tutte cose che ho appreso traducendo un romanzo spettacolare, Bang Bang Mussolini, di Anna Vought per 8tto Edizioni.

Ma torniamo alla nostra Sylvia e alla sua Campana di vetro (La campana di vetro, ed. ill. Mondadori) sotto la quale si sentiva soffocare, mancare l’aria, sotto la quale si pensava (anche qui uso il passato) di dover conservare le donne affinché non si sciupassero, negando loro dignità nel vivere le passioni come un essere umano. La passione, sia amorosa sia lavorativa sia creativa, ha sempre avuto dignità solo nella sfera maschile. Non che le donne non potessero accedervi, ma a scapito della loro reputazione.

Per me questo libro è quindi un manifesto femminista, che dovrebbero leggere tutti. L’ho trovato molto divertente, in quel modo un po’ amaro che piace a me. Certo, al pensiero che Plath si è tolta la vita un mese dopo la pubblicazione lo rende ancora più amaro, ma ora lei sicuramente starà amando la vita in un altro punto dello spazio-tempo.

AREA DI GUARIGIONE: Con la sua ironia riesce a dare energia e forza alle decisioni in sospeso. Ti fa venire voglia di prendere in mano la tua vita esclusivamente per il tuo bene (no, non è egoismo, si chiama autodeterminazione). Perché siamo qui tutti a vivere per il nostro bene. E una volta messo a fuoco questo, cioè che la vita come accade è sempre un dono, un’opportunità che va riconosciuta, tutto cambia colore, diventa più leggero. Non significa scansare le responsabilità, significa riconoscere che la nostra prima responsabilità siamo noi stessi.

Stay young and stay joyful!

Cristina Cigognini

Cristina Cigognini ha lavorato per molti anni nel mondo dell’editoria e nel 2019 ha fondato, insieme ad altre socie, la casa editrice 8tto edizioni. Oggi si dedica alla crescita interiore e alle pratiche di guarigione spirituale.
In Cartografie interiori esplora i libri come strumenti di consapevolezza. Non semplici recensioni, ma percorsi di lettura: ogni testo individua un’Area di guarigione, il punto in cui una storia può risuonare con chi legge e diventare occasione di trasformazione. I suoi articoli si chiudono con un invito: Stay young and joyful. Restare interiormente giovani e coltivare la gioia come energia di cambiamento.

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