Questa non è una recensione. È la sfumatura vibrazionale della mia esperienza di lettura.
Le pianure di Gerald Murnane, edito in Italiano da Safarà editore (2019), è un romanzo altamente simbolico, dove la trama lascia spazio all’esplorazione interiore.
Già l’incipit, come ogni grande incipit, contiene la matrice del libro, nella frase:
Cercavo, in quel paesaggio, qualcosa che sembrasse accennare a un significato complesso, oltre le apparenze.
Complesso è una parola chiave, perché significa non univoco, ma molteplice, non una cosa sola, ma tante. Che è ben diverso da complicato.
I temi che si possono trovare dentro questo libro sono molti, e forse tanti quanti sono i lettori.
Strano pensare che di tutti gli abitanti di queste pianure che giacciono addormentati […] nessuno abbia visto il paesaggio che presto io svelerò.
Sicuramente c’è l’identità, come diritto di essere diversi senza smettere di appartenere un gruppo, a una nazione. E più ci si inoltra nella narrazione e più emerge la possibilità della realtà, l’essere in potenza.
Ai pensatori di quella scuola, infatti, non importa sapere se una possibilità, una volta considerata, possa un giorno corrispondere, apparentemente, a una misera coincidenza di eventi. Riservano tutta la loro attenzione solo alla possibilità, e la valutano in base alla sua ampiezza e al periodo di tempo in cui sopravvive appena oltre la portata della casuale disposizione di immagini e suoni che si definisce, senza preoccuparsene troppo, realtà, e che viene considerata, forse addirittura da alcuni uomini delle pianure, come l’estinzione di ogni possibilità.
Mi piace descrivere questo libro come una allegoria quantistica.
Nella mia lettura, la pianura riesce a simboleggiare perfettamente l’anima, gli studi e i tentativi di capirla e rappresentarla sono ciò che l’uomo fa per scoprire se stesso, la propria anima come punto di vista dentro un’anima più grande, l’anima mundi.
L’io narrante è un regista che si spinge nei territori delle pianure perché vuole girare un film che le riguarda. Riesce a farsi accogliere dagli abitanti delle pianure tanto da essere assunto da uno dei latifondisti mecenati, presso la cui abitazione passerà anni a studiare per raccogliere tutto il materiale che gli servirà, forse, per il film.
Nelle sue ricerche si interroga su molti aspetti della vita delle pianure, dei tentativi falliti di altre arti di rappresentarle. Del resto, pare che l’essenza stia nell’invisibile.
Se il mondo visibile era da qualche parte, si trovava chissà dove in quella oscurità, un’isola lambita dall’oceano sconfinato dell’invisibile.
È stato definito un poema in prosa. Per me assomiglia più a una sinfonia, a una fuga musicale, che partendo da una manciata di note, prosegue, si innalza ripetendole e ampliandone la portata.
Ora non mi resta che rileggere il romanzo che anni fa mi fece innamorare di questo autore all’epoca sconosciuto in Italia, Border Districts, Distretti di confine (che Safarà ha appena pubblicato).
E ora arriviamo all’area di guarigione, dato che mi occupo di benessere interiore e sottile, mi piace individuarne una per ogni libro che leggo.
AREA DI GUARIGIONE: la lettura di questo libro ti aiuta a impastare i pensieri, per dare forma a qualcosa di nuovo, ti aiuta ad accogliere le contraddizioni – tue e di ciò che ti circonda – senza credere che siano frutto di un qualche tipo di errore.
Stay young and joyful!
Cristina Cigognini
Cristina Cigognini ha lavorato per molti anni nel mondo dell’editoria e nel 2019 ha fondato, insieme ad altre socie, la casa editrice 8tto edizioni. Oggi si dedica alla crescita interiore e alle pratiche di guarigione spirituale.
In Cartografie interiori esplora i libri come strumenti di consapevolezza. Non semplici recensioni, ma percorsi di lettura: ogni testo individua un’Area di guarigione, il punto in cui una storia può risuonare con chi legge e diventare occasione di trasformazione. I suoi articoli si chiudono con un invito: Stay young and joyful. Restare interiormente giovani e coltivare la gioia come energia di cambiamento.
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