Ultima pagina. Chiudo il libro. Osservo meglio la copertina, il titolo e l’illustrazione. Un volto di donna emerge da foglie e petali di fiori stilizzati. Colori caldi: il rosso, l’arancio, il marrone. Non posso trattenermi dal confessare che a più riprese durante la lettura sono stata colta da autentica commozione. Commozione vera, emozioni forti, intendo. Paura, tenerezza, compassione, gioia, imbarazzo, vergogna, dolore; dolore per vicende che in alcuni casi sono estreme, tenerezza per la speranza che, è vero, si intravede, ma c’è, e c’è per le donne che siamo oggi, e per chi verrà dopo di noi. Grazie a chi, ieri, ha combattuto e lottato.
E se non sapessi che l’autore, George Egerton, era in realtà una scrittrice finissima, Mary Chavelita Dunne, dovrei essere grata a un uomo per la profonda sensibilità trasfusa in questi preziosi scritti. Ma George Egerton era una donna, e che la voce sia quella di una donna è chiarissimo. Da donna a donna ci si riconosce, nelle descrizioni, nei sentimenti e nelle situazioni. Egerton fu una donna coraggiosa e onesta, senza filtri e senza schermi, e a lei, al suo spirito e alla sua memoria, va rivolto un pensiero di gratitudine e riconoscenza per aver messo in discussione molti degli stereotipi attribuiti al femminile come ruolo sociale e come capacità intellettuale.
Il fenomeno culturale, politico e sociale della New Woman, che si avvalse senza dubbio dell’impegno civile e artistico di Egerton, annoverava molte scrittrici impegnate nella restituzione di una visione autentica del mondo femminile contro l’ipocrisia della respectability vittoriana, che alla donna assegnava il ruolo stereotipo di angel in the house, angelo del focolare, in tutte le sue rispettabili declinazioni; o, altrimenti, di fallen woman, donna perduta e disonorata, in quelle non rispettabili. Ma il femminismo, o meglio il protofemminismo letterario, già nel Medioevo e nel Rinascimento aveva individuato alcuni dei temi fondamentali della rivendicazione. Christine de Pizan (La città delle dame, 1404-5), Moderata Fonte (Il merito delle donne, 1600), Lucrezia Marinella (La nobiltà et l’eccellenza delle donne co’ diffetti e mancamenti de gli huomini, 1621), per citare solamente alcune tra le molte studiose, intellettuali, scienziate, filosofe, letterate che hanno combattuto le disparità di genere, scrissero per contestare i pregiudizi misogini del tempo e affermare i meriti storici e intellettuali delle donne, denunciando apertamente la tirannia maschile in ogni ambito sociale e culturale. Tra Settecento e Ottocento, il pensiero si fa più politico e filosofico e vengono finalmente poste le basi per la prima ondata di vero e proprio femminismo. Olympe de Gouges, autrice della Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne (1791), e Mary Wollstonecraft, A Vindication of the Rights of Woman (1792), affrontano politicamente il tema dei diritti delle donne, ed è grazie all’impegno di donne come loro che le basi del femminismo si rafforzano fino a sfociare nel primo vero e proprio movimento giuridico dei diritti delle donne. Parallelamente agli scritti politici e filosofici si viene affermando una generazione di scrittrici che portano sulla scena il vissuto delle donne lasciando parlare le donne, dapprima forse più timidamente, utilizzando l’arma dell’ironia, come la pioniera Jane Austen, e poi sempre più apertamente, denunciando più nitidamente soprusi e mancanze, come fanno le sorelle Brontë, George Eliot, George Sand, Virginia Woolf, Sylvia Plath, Doris Lessing, Simone de Beauvoir, Françoise Sagan, Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Clarice Lispector, Nadine Gordimer, per arrivare alla contemporaneità di Isabel Allende, Margaret Atwood, Zadie Smith, Sally Rooney, Sayaka Murata… Egerton ha il suo sacrosanto posto a sedere tra queste grandi della parola che non tradisce le donne.
Quanto alla scelta di firmarsi con il nome di un uomo, nell’Ottocento l’uso dello pseudonimo maschile da parte di scrittrici donne era la scelta per aggirare le barriere sociali, culturali ed editoriali dell’epoca. In una società patriarcale che confinava la donna alla sfera domestica, la firma maschile rappresentava per molte autrici l’unico mezzo per ottenere credibilità letteraria, indipendenza economica e protezione della propria reputazione, ma anche maggiore libertà tematica: lo schermo maschile consentiva di affrontare temi complessi, politici, erotici o sociali senza subire la censura morale riservata al genere femminile. E così sceglie di fare Mary Chavelita Dunne che, firmandosi George Egerton, riesce a pubblicare i suoi lavori pre-avanguardisti pur non risparmiandosi le ferocissime accuse dell’opinione pubblica per aver offeso la morale perbenista, puritana e patriarcale che l’età vittoriana imponeva come strategia per il controllo sociale. Egerton osa, sperimenta e osa, diventa così una tra le più significative esponenti del New Woman Movement e una brillante anticipatrice del Modernismo letterario in quanto a stile e prospettiva critica e culturale, fonte di ispirazione per i grandissimi del Novecento, da D.H. Lawrence a James Joyce, niente meno. Le short stories proto-moderniste di Terra vergine e altri racconti sono tratte dalle due raccolte originali dell’autrice, Keynotes e Discords, scritte e pubblicate in piena ondata estetico-decadente tra il 1893 e il 1894. Più che ai francesi, Egerton volge lo sguardo al teatro, alla poesia e al romanzo degli autori scandinavi di fine Ottocento, approfittando anche da novella sposa della sua temporanea permanenza in Norvegia. La Nora di Ibsen (Casa di bambola) e La signorina Giulia di Strindberg rispondono in modi e contesti sociali diversi all’insofferenza delle donne per ruoli che sono stati loro imposti e non corrispondono né al loro autentico sentire né alla reale aspirazione interiore di vivere come creature libere e capaci di autodeterminazione. Ed è questa la ragione per cui Egerton sceglie spesso ambientazioni scandinave o scenari di viaggio: i luoghi lontani vogliono sottolineare l’esperienza internazionale delle sue protagoniste, l’idea di una donna che si immerge nel cosmopolitismo per trovare la propria identità e comunione con il femminile universale.
Le protagoniste di Terra vergine e altri racconti sono l’esito del coraggio di Egerton, e ognuna di queste donne è un pezzetto di verità, concreta o latente, che alberga in ogni donna, senza inutili ipocrisie e senza reticenze, talvolta osando l’indicibile, ma con uno scopo ben preciso: far parlare l’inconscio, le pulsioni, ciò che è sepolto da secoli nel buio della negazione. E per riuscirci, è inevitabile dover scoperchiare anche ciò che è più disturbante e vicino all’osceno.
E a proposito di pulsioni, vorrei scendere un po’ in profondità. L’insondabile protagonista di Lenze incrociate (A cross line, Keynotes, 1893), il primo racconto della raccolta, afferma di desiderare di essere un uomo e sostiene di esserlo forse stata in una vita precedente. Questa fusione di maschile e femminile lascia spazio al bisogno di non irrigidire la dimensione del genere. Si sofferma sulla dimensione enigmatica e indecifrabile che caratterizza il femminile, e sostiene che è proprio lo “spirito sfuggente” di una donna ad affascinare e a trattenere un uomo. Su questa ambiguità si snoda il racconto e la protagonista incarna l’ambivalenza nelle relazioni: il marito buono ma non passionale, dal quale torna sempre, e il seduttore sconosciuto, che ha un fascino irresistibile e la fa deragliare, la percepiscono come reale ma ognuno solo per una parte della sua essenza, senza afferrarla mai del tutto. L’imprevedibilità è una forma di potere e l’immaginazione le permette di esercitarlo. Immagina di essere in Arabia, dove cavalca un cavallo dalla criniera fluente, in una dimensione primitiva e selvaggia. Ora è impegnata in una danza seducente e sensuale, lenta, rapida, delirante; la folla la segue rapita mentre lei è sempre più travolta dal ritmo e dal bisogno di lasciarsi andare. Le pulsioni sessuali trovano espressione esplicita ma anche simbolica, ad esempio nel cavallo e nel serpente durante la danza sfrenata e ossessiva. Egerton sostiene che una donna dovrebbe potersi donare e dovrebbe poter accogliere il piacere senza riserve. E questa dimensione dionisiaca – non dimentichiamo la familiarità di Egerton con gli studi di Nietzsche – contrasta con la vita scialba delle donne che ha conosciuto, donne che paragona a macchine prive di gioia, che si spezzano la schiena lavorando troppo, o donne che vanno disperatamente a caccia di un marito per sistemarsi, e infine mogli devote che crescono i figli e si consumano nell’indifferenza di un matrimonio senza amore. E proprio il tema dei figli sigilla questo racconto in un finale che dà alla protagonista una motivazione ulteriore: al di sopra e al di là delle relazioni convenzionali, anche le più insoddisfacenti, c’è il mistero della vita, il mistero che per antonomasia riguarda l’essere donna.
E il tema della maternità è al centro di molti dei racconti, da Affondare (Gone under, Discords, 1894) al tragico Vincolo coniugale (Wedlock, Discords, 1894), a sottolineare quanto la maternità fosse per la New Woman un compito sacro da una parte, ma anche una responsabilità dall’altra, in una sorta di dovere generativo in funzione della collettività. Mi soffermerei però su quest’ultimo pensiero espresso dalla ragazza che, sfidando i benpensanti, soccorre Edith, la sfortunata protagonista di Affondare, e dice così:
[…] Ogni donna dovrebbe avere almeno un bambino anche solo come guida morale. Ho spesso pensato che una donna che accoglie un figlio illegittimo e trova il coraggio di crescerlo onestamente sia più degna di lode di tante mogli che, dedite alla vita mondana, rinunciano alla maternità. È, nel profondo, fedele alla fibra più autentica del suo essere, a quell’istinto fondamentale, il Mutterdrang, che la eleva al di sopra dell’istinto animale e alimenta le più alte qualità di altruismo e dedizione. […]
Questo è un pensiero eternamente vero e universale: non occorre essere madri biologiche per essere vere madri. George Egerton è una voce evolutiva e rivoluzionaria, ci richiama e ci illumina; e tuttavia attendiamo una nuova Mary Chavelita Dunne per riprendere il filo di un femminismo che oggi ha un po’ perso la matrice fondamentale dell’autentica solidarietà femminile e della comprensione in assenza di giudizio, delle quali l’autrice dà un esempio illuminante proprio attraverso la ragazza che soccorre Edith in uno dei racconti più toccanti. La soccorre e non si cura delle conseguenze morali e sociali del suo gesto. E questo è un grandissimo insegnamento, una dimensione da recuperare oggi, perché non c’è niente di più mortificante del vedere le donne contro le donne, la mancanza di reciproco riconoscimento e di lealtà, l’assenza di fiducia. Lo specchio dei social ci rimanda un quadro sociale desolante di aggressività al femminile, un contesto di conflittualità che vede le donne più deboli e isolate: il contrario di ciò che serve. Egerton ha una visione chiarissima della New Woman, in suo nome affronta battaglie e ostracismi, e per lei vorrebbe un ritorno alle origini, a quella terra vergine nella quale la donna possa finalmente esprimere liberamente la propria essenza. Una terra da esplorare con rispetto, nella quale nessun maschio colonizzatore possa piantare bandiere e accampare diritti.
Il finale aperto e il presente come tempo della narrazione sono essi stessi un messaggio che arriva anche attraverso aspetti dello stile: l’eredità morale di Mary Chavelita Dunne, in arte George Egerton, non ha una scadenza, non ha esiti scontati e la rinuncia a lottare per i propri diritti non è un’opzione e non è un lusso che le donne si possono permettere, oggi meno che mai.
Luisa Campedelli
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