Un’elegia per Gaza per raccontare l’indicibile
Sudari, pubblicato da Feltrinelli nel settembre 2025, a due anni dall’inizio della guerra su Gaza, è un’opera sui generis di Paola Caridi, giornalista e saggista che si occupa di storia politica contemporanea del mondo arabo. Classificata come saggio, si avvicina più a un’opera poetica, come suggerisce il sottotitolo “Elegia per Gaza”. È un canto funebre per Gaza che nasce dal dovere morale di assumerci, noi occidentali, la responsabilità di sentirci parte del genocidio palestinese. Non come vittime, ma come carnefici.
“Raccontare un genocidio è un esercizio che ha a che fare con l’indicibile”, dice Caridi in un’intervista alla rivista Pandora. Ecco dunque che un saggio non basta perché un saggio mantiene quella distanza inevitabile di chi non vive direttamente il genocidio. Caridi fa ricorso allora al linguaggio poetico, strettamente legato alla lingua araba, capace di andare nel profondo della nostra immaginazione per comprendere. Seppure non scritto in versi, il ritmo, la scelta delle parole e delle immagini avvicinano il testo più a un’opera di poesia che prende spunto da quell’immagine dei lenzuoli bianchi – i sudari – che coprivano i corpi dei palestinesi che ha invaso le nostre case. Caridi usa immagini universali come i sudari, l’acqua, le cerimonie funebri, richiama opere universali come quelle di Piero della Francesca, Caravaggio, Donatello per creare nel lettore un’empatia profonda con quella sofferenza di cui siamo stati spettatori, per avvicinarci emotivamente all’indicibile orrore di cui il nostro silenzio è stato complice.
Come in una poesia, Caridi fa un uso quasi ridondante della parola genocidio, quella parola che ha diviso l’opinione pubblica tra chi la riteneva (e la ritiene tuttora) aderente a quanto è successo (e succede) nella Striscia e chi negava (e nega tuttora) che si potesse definire tale. La usa e la riusa come fosse l’unica parola che può definire l’orrore che si è riversato su quella terra dimenticata dal cuore degli uomini.
“Alla stregua di un sussurro, i sudari di Gaza sono un suono flebile e fragile, eppure costante. La colonna sonora del genocidio, come note bianche sul pentagramma nero del nostro presente. Sono la rappresentazione di una vita che c’era.”
I sudari di Gaza, troppi e tutti insieme, troppi anche rispetto alle guerre precedenti, sono un sussurro che ricorda e ripete i nomi delle vittime, ricorda e ripete il nome delle ingiustizie e delle privazioni a cui è stato sottoposto il popolo palestinese in quei due anni di guerra (ad oggi tre). I sudari di Gaza raccontano un rito funebre a cui il popolo non ha voluto rinunciare, anche quando i lenzuoli bianchi sono stati sostituiti da sacchi di plastica o dalle stesse macerie degli edifici; anche quando i corpi sono stati gettati nelle fosse comuni o raccolti a pezzi da parenti e amici dentro buste di plastica; anche quando al popolo è stata negata l’acqua purificatrice, essenziale per i vivi e i morti. I sudari di Gaza raccontano “la speranza di un popolo che, pur annientato, non dimentica il sacro”.
Il racconto poi si amplia e dai corpi ricoperti dai sudari si sposta sull’immagine di una terra, la Striscia di Gaza, diventata un “cimitero di trecentosessantacinque chilometri quadrati”, in cui le macerie, come un sudario, ne ricoprono il corpo contenendo le tracce della plurimillenaria storia di Gaza.
Caridi si chiede cosa possiamo fare. E quello che possiamo fare è continuare a sussurrare per non dimenticare, come fa il protagonista di un racconto di Omar El Akkad che incide ogni giorno, sul retro delle sedie, i nomi dei morti non conteggiati. Perché nessun nome deve essere dimenticato.
“Non possiamo permetterci altro se non continuare a sussurrare. E sussurrando mostrare l’osceno, lo sterminio, l’insostenibile disumanità”.
Elisa Bedoni
RSS - Articoli
E tu cosa ne pensi?