“Ci troviamo nel periodo di passaggio dall’era delle cose, all’era delle non-cose. Non sono gli oggetti, bensì le informazioni a predisporre il mondo in cui viviamo”.
Esordisce così il filosofo Byung-Chul Han nelle prime pagine di Le non cose (Einaudi 2022), un breve ma avvincente saggio filosofico che riflette su di una delle dinamiche più caratteristiche del nostro tempo: la perdita di contatto con il reale a favore del virtuale e dell’artificiale.
“Oggi le cose precipitano sempre più sullo sfondo della nostra attenzione. L’attuale iperinflazione degli oggetti, che conduce alla loro esplosiva proliferazione, è a sua volta sintomo di una crescente indifferenza nei loro confronti. Le nostre ossessioni non sono più indirizzate alle cose, bensì alle informazioni e ai dati”.
La constatazione di partenza da cui, dunque, si avvia il ragionamento di Han è che, nella loro esistenza sempre più digitale e tecnologicamente mediate, gli esseri umani hanno smesso di vivere il reale, di avvertire la presenza del mondo concreto, di prestargli attenzione e di entrare in relazione con esso. Nella contemporaneità “la civiltà umana si lascia comprendere nei termini di una crescente smaterializzazione della realtà”. È l’epoca perciò delle non-cose, a cui il filosofo attribuisce un nome specifico, quello di “infomi”. Non oggetti, ma “agenti che elaborano informazioni”.
Le non cose non sono solo diverse dalle cose, ma instaurano con noi relazioni insolite. Per le “non cose”, infatti, ha poco senso il verbo possedere. Quello che gli infomi chiedono è invece l’esperire. “In termini astratti, esperire significa consumare informazioni. […] Acquistando cose, compriamo e consumiamo grandi emozioni. L’economia dell’esperienza sostituisce l’economia delle cose”.
Per questo motivo, Secondo Byung-Chul Han, il principale infoma del nostro tempo – e non potrebbe essere diversamente – è lo smartphone proprio per la sua capacità di “derealizzare il mondo” e di trasformarlo in un accumulo di informazioni. La stessa concretezza di questo oggetto è del tutto superflua alle sue funzioni. La sua forma, il suo colore, il suo peso si percepiscono appena a favore di uno schermo sempre più esteso su cui passano immagini e dati di ogni tipo. Sono questi oggetti dalle proprietà insolite. Non si contrappongono al soggetto, ma ne costituiscono quasi un’estensione, una protesi.
“La parola oggetto viene dal latino obicere, che significa opporre, contrapporre, obiettare. Originariamente, l’oggetto è qualcosa che mi oppone resistenza, mi si contrappone e mi resiste. Gli oggetti digitali non possiedono la negatività dell’obicere”. E la superficie levigatissima del touch screen ne è l’esempio più evidente. Lo stesso si può dire della voce rassicurante di Alexa. Sono oggetti, quelli digitali, che ci seducono, ci assecondano, ci ammaliano.
Tra le tante citazioni filosofiche, letterarie e culturali che compongono il suo ragionamento, il filosofo coreano ricorda i primi episodi dei cartoni animati di Topolino, in cui il protagonista quasi combatte con oggetti poco ubbidienti, poco servili, la cui meccanica si rivela misteriosa e ostile. Questi oggetti richiedono intuizione, cura, delicatezza e percezione consapevole per essere ammaestrati e dunque usati. Eppure “Anche Topolino conduce oggigiorno una vita digitale, smart, non cosale. Il suo mondo si digitalizza, s’informatizza. Nella nuova serie La casa di Topolino, la realtà oggettuale viene rappresentata in chiave assai diversa. […] A Topolino e ai suoi amici basta esclamare «Oh Toodles» per far comparire un dispositivo che ha l’aria di uno smartphone a forma di testa di topo. Per ogni problema Toodles ha la soluzione”. È la metafora illuminante e divertente di una vita a misura di app pronte a rispondere ad ogni tipo di esigenza.
Ma se anche Topolino ha trovato un nuovo mondo di stare nel mondo dei cartoni, perché la predita della cosalità è avvertita da Han in maniera così minacciosa e preoccupante? Perché le cose sono un punto di ancoraggio, sono “affidabili” e la loro affidabilità sta nella capacità che hanno di creare relazioni tra noi e il mondo, tra noi e gli altri. Ed è intorno a loro, intorno alle cose “vere”, modeste e materiali che si creano comunità, si definiscono storie e memorie, si creano immaginari e ipotesi. La loro perdita comporta inevitabilmente l’alienazione e la solitudine.
“Il juke-box trasforma l’ascolto musicale in una spassosissima esperienza visiva, acustica e tattile […]. Come un centro gravitazionale, il juke-box raduna e connota ogni cosa che lo circonda, facendone un luogo. È un creatore di luoghi, che conferisce loro contorni silenziosi.”
Per questo Byung-Chul Han confessa di averne uno nella sua casa. Un esemplare turchese dalla tipica estetica cromata degli anni Cinquanta.
Abbiamo bisogno di oggetti come il juke-box: concreti, ingombranti, collettivi. E a quanto pare è proprio così se l’ultima campagna ideata da Prada mette al centro della scena proprio un jukebox come oggetto simbolo di una socialità ormai perduta. Un oggetto che chiede, anzi impone, scelte collettiva e condivise. Chiede un ascolto della musica diverso da quello che abitualmente facciamo da soli, con le nostre cuffie, anche queste senza fili, lontani dagli altri, lontani dai rumori circostanti, lontani persino dal mondo. Paradossalmente, la verità è che, più che i device, sono proprio le cose con la loro concretezza a poterci connettere al mondo. Quello umano e reale.
Loredana La Fortuna
RSS - Articoli
E tu cosa ne pensi?