1.

È deciso, la storia del nostro viaggio nella nuovissima Russia va scritta. Sono passati più di trent’anni e la prima cosa da fare è contattare A. e gli altri compagni di viaggio, spremergli tutto ciò che è rimasto nella loro memoria di quell’estate del 1992.

A., il cui cognome significa più o meno l’uomo che non ha voglia di fare nulla, è un russo vulcanico, pieno di idee ed entusiasmi che più di trent’anni fa si presentò alla porta di casa mia con un invito ufficiale del Teatro della Gioventù di Volgograd, città che dal 1924 al 1961 si era chiamata Stalingrado. Io e la mia piccolissima compagnia teatrale (un’attrice, un fotografo e io come regista) eravamo invitati a rappresentare la nostra interpretazione di Giorni Felici di Samuel Beckett nella nuovissima Russia.

A San Pietroburgo in uno squat di artisti “non allineati”. Ora quello che allora era una casa occupata è uno dei centri culturali più attivi della città e sede del Museo di Arte Non Conformista.

Nuovissima perché solo qualche mese prima della nostra partenza dall’aeroporto di Roma, la grande bandiera dell’Unione Sovietica che sventolava sopra la cupola del Senato al Cremlino era stata ammainata per sempre. Settant’anni di storia comunista erano stati riposti nella teca di un museo.

Sbarchiamo dunque in una specie di interregno sbigottito tra nostalgie ed entusiasmi, voglia di libertà e nuova imprenditoria creativa e spesso con pochi scrupoli. Il nostro diventa un viaggio in un paese nato frettolosamente, che ci ha portato ad attraversare le strade di una Russia in disarmo, un enorme mercato dove ogni cosa è in vendita, lungo il fiume Volga e in treno fino all’antica capitale zarista che da poco ha di nuovo assunto il nome di battesimo: San Pietroburgo o più semplicemente Pietroburgo o Piter come preferiscono chiamarla gli indigeni.

In quella specie di interregno sospeso abbiamo accesso a luoghi e persone straordinarie. La nostra guida, A. ogni giorno chiede: cosa volete vedere oggi? Io domando della Mosfilm, la storica casa di produzione cinematografica che aveva prodotto i capolavori di Ėjzenštejn e Tarkovskij; di Pilot Film, la prima casa di produzione di cartoni animati indipendente guidata da Alexander Tatarsky, il Teatro d’Arte di Stanislavskij. Ad A. basta una telefonata perché le porte si aprano. Lo stesso capita a Volgograd e a Pietroburgo tra gli artisti di Puškinskaia10, allora uno squat nel pieno centro, ora la sede di un interessante punto di riferimento per l’arte contemporanea e sede del Museo dell’arte Non Conformista.

Le nozze si completano quasi sempre con una visita ai monumenti dedicati all’eroico passato.

Dal nostro piccolo punto di vista non possiamo vedere ciò che sta accadendo all’industria, alle risorse naturali, all’apparato militare della più grande nazione del mondo ma la via Arbat piena di commercianti improvvisati che vendono ogni ninnolo, libro, camicia, medaglia che hanno trovato in casa è una metafora che riesce a fotografare il momento storico.

L’anno scorso decido di farne un libro perché mi pare che in quel tempo sospeso si sono gettati i semi di quella che è la Russia di oggi, un passaggio necessario per comprendere cosa sta accadendo laggiù. Di quel viaggio io e i miei compagni avevamo conservato solo qualche rullino fotografico e una massa quasi informe di memorie. Per questo ho bisogno di riallacciare i legami che avevo costruito in quel lontano 1992.

2.

Durante l’estate del 1992 lungo il corso del Volga, nei pressi di Saratov, eravamo scesi dalla motonave per cercare un ufficio postale per telefonare a casa con grossi telefoni di bachelite gestiti da centraliniste burbere. Ora è tutto diverso, tutto più semplice. Dopo che la digitalizzazione è entrata a far parte della nostra quotidianità, dal bancomat alle email, dai balletti su TikTok alle chat collettive di Whatsapp, tutto sembra più facile, più vicino. Quindi scandaglio i social, riannodo flebili contatti, invio messaggi a email dormienti e provo ad usare vecchi numeri di cellulare su Whatsapp.

Alcuni nel frattempo sono morti. Savva Kulish, il regista sovietico che ci aveva guidato tra i meandri degli studi di una Mosfilm semi abbandonata; Alexander Tatarsky fondatore della Pilot Film, la prima casa di produzione di cartoni animati non statale; e Dima Tulpanov che dopo aver abbandonato la Russia aveva fondato il Clipa Theatre a Tel Aviv.

Traffico privato quasi del tutto inesistente, la vista sociale incomincia nel tardo pomeriggio. Imparagonabile alla vita notturna attuale.

Per gli altri, i sopravvissuti, non è comunque così semplice. Non è come mandare una mail a Parigi o a Manchester. Non è neppure come telefonare alla mia amica Siobhan che vive tra New York e Tolone. Quelli della mia generazione sono cresciuti con una cortina di ferro saldamente installata nella testa rinforzata dai romanzi di Ian Fleming e Le Carré, da una certa propaganda politica, dalla Siberia come modello di inferno vivente. Non sono bastati gli investimenti per trasformare Mosca in una destinazione alla moda o per far diventare le crociere sul Volga valide alternative alla navigazione turistica nei fiordi norvegesi ad abbassare una certa diffidenza nei confronti dei russi. Nel 2022 si è aggiunta una nuova barriera: il fronte della guerra in Ucraina, l’invasione o l’operazione speciale, a seconda dei punti di vista.

Quindi quando cerco un contatto con la gente di laggiù devo tenere conto che la Russia è un paese in guerra.

Non è un caso che i primi a rispondere siano gli espatriati.

Quando conobbi P. era un ragazzino curiosissimo che lavorava per un canale televisivo del sud della Russia. Trasmettevano grazie ad una pila di registratori VHS ma la bassa qualità tecnica non riusciva a contenere la creatività esplosiva e a tratti anarchica che vedeva l’immediato futuro come una grande opportunità di libertà creativa. Pochi anni dopo il nostro incontro P. ha lasciato la Russia alla ricerca di prospettive per la sua creatività. Dopo aver pellegrinato per l’Europa nel 2004 si stabilisce a Berlino. La prima reazione alla bozza del libro che gli mando è struggente:

Come se avessi guardato in un abisso. Un abisso dell’incompiuto. Non provavo quella sensazione da tanto tempo, come se fossimo sulla soglia di un’era incredibile. E leggendo il tuo testo – e rivivendo di nuovo quelle sensazioni – diventa particolarmente amaro pensare alle possibili vie di sviluppo degli eventi che sono mancate. E dentro di me mi ero congedato da quella sensazione già da molto tempo. Si parla soprattutto di quei tempi con un po’ di nostalgia. Provo a chiedergli cosa pensa ora del suo paese natale anche se, tra le righe della sua reazione, risulta chiaro come quella terra è ormai percepita come qualcosa che non gli appartiene.

P. risponde laconico, distaccato. Non sente alcun legame con una presunta identità russa e soprattutto nessun desiderio di ritornare. È un po’ preoccupato perché crede che l’Europa si stia crogiolando in una immagine distorta e illusoria del possibile rapporto con l’attuale Russia. E conclude: It’s only a disordered mad country, moved by cruel force.

S. è una donna ancora più internazionale. Si divide tra Milano, la Francia, dove vive la figlia, e la Russia dove ritorna spesso. È una pittrice che, ai tempi nei quali l’ho conosciuta, affondava la sua immaginazione nella tradizione delle favole russe. Resta colpita dal parallelo che nel testo c’è tra il realismo magico sudamericano e quello russo: Mentre per i sudamericani la realtà è punteggiata da finestre magiche, per i russi il mondo è magico, mistico a tratti ieratico dentro il quale, qualche volta, fa capolino quella che ci ostiniamo a credere sia la realtà. Lo trova confortante e commenta: “credo che nell’epoca dell’intelligenza artificiale e dei ritmi di vita che si velocizzano, la Russia rimarrà il paese con la capacità di guardare al cielo“. Mi dice che allora la Russia aveva cullato la speranza di far parte di quel mondo “libero” dal quale per settanta anni si era esiliata. Ma ora è diverso. È convinta che la Russia sia alla ricerca spasmodica di una propria identità, un posto nel mondo che sia soltanto suo. È convinta che malgrado tutto la sua Russia abbia conservato quelli che lei chiama “valori importanti, vitali e rari” che lei non trova più in Europa e li elenca, come una serie di decorazioni da appuntare sul petto: sincerità, assenza di ipocrisia, importanza e peso della parola, la fede. È convinta che saranno questi valori quelli che assicureranno un futuro radioso alla Russia. È talmente positiva che il suo sembra quasi un discorso elettorale, ma sono convinto che sia sincera.

I russi di Russia, invece tengono un profilo rigorosamente basso. Alcuni, dopo i primi contatti cordiali smettono di rispondere. L’ho messo in conto. Nei miei messaggi insisto sul fatto che se non vogliono rispondere io posso capire: non potrei sopportare la responsabilità di aver messo nei guai uno di loro per una dichiarazione improvvida interpretata come un codice segreto da censori paranoici. Ma i paranoici sono i censori o sono io? Dove sta il confine se non nella mia testa? È così che funziona il condizionamento di una dittatura?

Malgrado ciò qualcuno risponde.

Il primo è proprio A. la nostra guida. In questi trent’anni è apparso qualche volta a casa mia, inatteso. Per qualche anno scompare tanto che comincio a pensare sia morto. Quando ricompare mi racconta di essere stato in carcere ma della ragione per la quale sia stato arrestato non parliamo. Mi manda una mail, tradotta, probabilmente con l’Intelligenza artificiale. È meno laconico di P. ma è sibillino, con una poeticità che si conserva anche se tradotta da un computer..

 Caro Livio, mi hai sparato, il tuo proiettile ha attraversato tutti i tessuti della mia memoria! Tutti i 50.000 miliardi delle mie cellule sono esplosi in un istante! Perché hai concepito questo libro? Quello che ho visto non è mai esistito. Non è mai accaduto. È un mondo ideale immaginario che abbiamo sempre sognato, che tutti gli esseri umani sognano. Esiste solo nell’immaginazione, nelle favole. Posso solo raccontare ai miei figli le storie di un mondo che non è mai esistito, ma di cui siamo stati testimoni, e della nostra vita in esso. Glielo dirò, ma non ci crederanno. Sono diversi…. E noi siamo ancora lì! Ed è questo che conta! Ehi, sogno, è arrivato il tuo momento, vieni fuori! Vado a bere grappa….

L’ultima frase è una specie di messaggio. Ai tempi mi aveva insegnato che russo la pronuncia della frase rassegnata What can i do? Corrisponde a quella della frase: Водка найду (vodka naidu) – troverò della Vodka. Per noi era diventata una specie di frase magica: di fronte a difficoltà insormontabili ci dicevamo: andiamo a bere vodka (o grappa, le volte che ci eravamo trovati in italia). E dunque: what can we do?

La Grande Guerra Patriottica, come la definì Stalin resta un caposaldo dell’eredità russa. Soprattutto nelle città chiave di Volgograd (Stalingrado) e San Pietroburgo (la cui regione si chiama ancora oggi Leningrado)

T. che invece sta nella capitale mi racconta come già nei primi giorni la desovietizzazione il nuovo Stato aveva stretto un legame con la chiesa ortodossa. Pilot Film che aveva sede in una vecchia chiesa sconsacrata era stata presto sfrattata per restituire la chiesa al Patriarcato. Mi racconta anche l’incertezza di allora:  “Dal 1990 il rublo iniziò a svalutarsi, tutto diventava più caro, i negozi erano vuoti, le mense universitarie chiudevano, non c’era niente da mangiare. Si sentivano spari per strada, la gente veniva aggredita. Tutti i lampioni e le cabine telefoniche erano stati distrutti. Terribile! È stato un periodo difficile. Ma allo stesso tempo c’era la speranza che tutto sarebbe passato presto e che ci sarebbe stata una ripresa. C’era libertà di parola, la stampa parlava apertamente di tutto. Ora tutto è molto peggio e più spaventoso. A volte rimpiango l’URSS. Ma le autorità, sia nell’URSS che in Russia, non chiedono mai cosa sia più conveniente per la gente.”

Mi colpisce come non parli del presente, se non in un breve accenno alla fine del messaggio. Mi fa intuire che nella sua percezione il potere, sovietico o russo, sia rimasto lontano dalla gente, spietato, insensibile. Ma rispetto a quei tempi lontani a speranza è assente.

Dopo questi primi contatti, la comunicazione si interrompe.

3.

A fine ottobre di quest’anno leggo sull’edizione europea della Novaya Gazeta che il Roskomnadzor, l’autorità russa per la regolamentazione di mass media, comunicazione, information technology, e telecomunicazioni ha determinato un blocco parziale delle piattaforme WhatsApp e Telegram. Lo scopo è quello di preservare i cittadini da tentativi di coinvolgerli in truffe, sabotaggi e attività terroristiche che provengono dall’estero. Resta attiva la piattaforma di messaggistica MAX, sostenuta dallo stato.

Nel corso di questi ultimi due anni, da quando ho ripreso in mano le memorie e le fotografie di quel viaggio, mi sento sprofondare in una sensazione sgradevole. Mi sento circondare da una nuova cortina. Non di ferro, non tangibile. È una linea di demarcazione che non è fissata tra i picchi di una catena montuosa o le acque di un lago, segnata da filo spinato o barriere elettrificate. Eppure invalicabile. È una linea adattabile, mutante che si muove assieme a chi la vorrebbe attraversare. Resta sempre un metro più avanti, irraggiungibile. È un confine che sta nella mia testa. Un confine imposto dall’incubo di un condizionamento.

Sulla storica via Arbat, a Mosca, i nuovi giovani capitalisti fanno di tutto per assomigliare ai coetanei occidentali.

È uno stillicidio di notizie che arrivano dall’altra parte. È sempre la Novaya Gazeta a riportare la notizia di un processo intentato ad un cittadino di Sverdlovsk per aver consultato on line informazioni sulla Brigata Azov ucraina e sul Corpo Volontari Russo che combatte a fianco degli ucraini. L’avvocato difensore, opponendosi, ha dichiarato che il suo cliente aveva visto soltanto un paio di immagini relative a quegli argomenti e che questo non dimostrava una intenzione “né diretta, né indiretta”  a commettere reati. Ma intanto l’uomo di Sverdlovsk è finito in tribunale. E a quattro anni di carcere è stato condannato Nicolay Romanyuk un pastore della chiesa Pentecostale per un sermone pacifista. E tre ragazze espulse dall’università per aver twerkato di fronte alla Cattedrale di Cristo Salvatore. Tutto ciò mi dice che laggiù le cose sono prese tremendamente sul serio.

Esistono confini segnati da barriere, filo spinato, fiumi invalicabili e sistemi di vigilanza costruiti e addestrati per l’impermeabilizzazione di un luogo. Esistono poi confini impalpabili, senza una forma fisica costruiti per forgiare l’immaginazione, la paura attraverso immagini che si autogenerano nella fantasia.

Durante la dittatura militare argentina e negli anni della Stasi, nella Germania Democratica arrivavano telefonate mute. Arrivavano a persone convinte di avere qualche cosa da nascondere. Era un modo semplice ed economico per esercitare il controllo. Bastava un telefonista con un elenco di numeri e in una sola giornata di innocente lavoro si potevano tenere sotto assedio centinaia di persone alimentando la loro stessa paranoia. Quando la prigione si costruisce nella testa diventa impossibile evadere.

Appena arrivati sulla via Arbat cambiamo pochi dollari in rubli e diventiamo ricchi. Da destra: Roberta – protagonista dello spettacolo teatrale, Paolo ­– autore delle fotografie, Livio – Autore di questo testo.

A questa barriera, per ora, ho rinunciato a valicarla, per non mettere in pericolo amici di un tempo, persone alle quali avevo voluto bene.

Smetto di insistere, di chiedere.

Ogni tanto controllo per vedere se qualcuno ha risposto.

O se ha dato segni di vita.

Livio Milanesio
foto di Paolo Rapalino