Quanto riusciamo a leggere chi non ci rappresenta più?

Qualche giorno fa a casa ho ascoltato una conversazione tra l’insegnante di inglese e mia figlia. Stavano leggendo un passo del primo volume di Harry Potter, uno in cui a parlare è il gigante Hagrid. “A very happy birthday to yeh. Got summat fer yeh here…”. Dopo la lettura, l’insegnante ha cominciato a far notare alla ragazza come il linguaggio di Hagrid fosse caratterizzato da un forte accento, come quell’accento fosse la parlata popolare del West Country e soprattutto come Hagrid fosse l’unico personaggio a cui la scrittrice Rowling avesse messo in bocca una parlata diversa, non avendo caratterizzato linguisticamente né Potter, né l’aristocratico Malfoy né alcun altro personaggio della saga.

La ragazza cercava di rimanere nella storia, non riusciva a raggiungere l’insegnante sul piano politico ed ideologico verso cui aveva immediatamente virato la discussione. Cercava di dirle che a lei quella voce sembrava coerente con il personaggio; Hagrid era figlio di una gigantessa, viveva immerso nella natura, in simbiosi con la foresta e le sue creature, parlava con creature che agli altri facevano paura o che gli altri disprezzavano ed era stato espulso dalla prestigiosa Hogwarts. Hagrid parlava una lingua non addomesticata.

L’insegnante sembrava sempre più sicura della sua ipotesi di classismo intellettuale di Rowling e sempre più irritata ed allibita dai ragionamenti della ragazza. La ragazza continuava a spiegare che le differenze linguistiche possono raccontare anche l’ambiente e la storia delle persone. L’insegnante diceva che anche lei era figlia di genitori dalla vita modesta ma che ciò non le aveva impedito di formarsi, accedere all’educazione e parlare un inglese standard. Dal politico al personale. La ragazza continuava a dire a parole sue che le differenze ci sono e che riconoscerle non significa attribuire loro un valore gerarchico. La discussione andava avanti verso la rottura. L’ora poi finiva mentre ognuna si barricava dietro la sua posizione, l’insegnante tornava a casa e la ragazza ritornava verso di me con molte domande.

Allora le ho spiegato che purtroppo il discorso intorno alla saga del maghetto era oramai contaminato da tutte queste prese di posizione. Che quella critica forse veniva da lontano, era una ulteriore critica del più ampio attacco ideologico sofferto da Rowling. Ed ho dovuto ricordare e spiegarle che Rowling aveva fatto delle dichiarazioni su sesso ed identità di genere che avevano suscitato accuse di transfobia.

Siamo tornate su quelle dichiarazioni in cui Rowling faceva anzitutto una premessa, quella di rispettare i diritti delle persone trans e più in generale LGBTQ+, ma esprimeva la sua preoccupazione per i percorsi di transizione dei minori, la sua preoccupazione per la presenza di donne trans nelle carceri femminili e negli spazi riservati alle donne vittime di violenza.

Quelle posizioni possono essere contestate nel merito, anche da chi continua ad amare i suoi romanzi.

Insomma problemi complessi che non si risolvono con un sì ed un no, a favore o contro, tutto o niente. Ma la culture war e il politicamente corretto funzionano per massimi sistemi, dentro o fuori.

Eppure Rowling aveva passato quegli anni tremendi a scrivere testardamente la sua storia contro tutto e contro tutti, lei che veniva da una famiglia umile della campagna di Bristol, divorziata da un marito violento, con una figlia a carico, ai limiti della povertà che in Inghilterra è tremenda, approfittando del caldo dei caffè di Edimburgo perché a casa non c’era riscaldamento, non c’erano i soldi nemmeno per le necessità primarie. Poi quei dodici rifiuti e solo la tredicesima casa editrice che finalmente decide di pubblicare quella storia. Possibile che tutto questo non esistesse più perché oramai era ricca, ricchissima? La storia personale della scrittrice merita attenzione anche se non dimostra che le sue scelte siano prive di pregiudizi.

Eppure tutto questo sta nella storia del maghetto, storia di bullismo, di ragazzi mezzosangue, di società fasciste ed unicorni e purezza primordiale… meglio allora fare come una parte della critica almeno in Italia salvare l’opera ma condannare e prendere le distanze dall’autore. È davvero possibile? Era davvero necessario in questo caso?

So che comparare il caso di Rooney al boicottaggio di Rowling non è proprio esatto. Ma preferisco le cose inesatte. Siamo sempre in UK, ma cambiano strumenti e soggetti che incidono sulla circolazione delle opere.

Rooney ha dichiarato di sostenere la Palestina e che con i proventi della vendita dei suoi romanzi editi da Faber&Faber avrebbe sovvenzionato Palestine Action: un’organizzazione specifica, che non coincide con l’intero movimento propalestinese. Faber&Faber annuncia la sospensione della fornitura delle sue opere nel Regno Unito, con il consenso di Rooney. La legislazione vigente impedisce alla casa editrice di versare all’autrice i proventi britannici del suo lavoro. Palestine Action è stata inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche vietate nel Regno Unito. Il provvedimento, per dovere di cronaca, è stato adottato dal governo laburista: è stato dunque un esecutivo di centro-sinistra ad applicare il Terrorism Act. Qui siamo nel campo della legge e dei divieti. Il divieto non riguarda il contenuto dei romanzi, anche se il vincolo sulle royalties finisce per incidere sulla loro distribuzione.

L’asticella è più alta. Con Rowling eravamo su un piano liquido ed orizzontale qui con Rooney siamo su quello verticale. Una contestazione pubblica e un vincolo legislativo restano però fenomeni diversi per forza ed effetti.

Le affermazioni di Rowling erano più facili da criticare per chi si riconosce nelle battaglie delle persone trans; quella di Rooney può apparire moralmente superiore a chi ne condivide l’impegno politico. Nel caso di Rowling possiamo facilmente sentirci autorizzati a prendere le distanze, nel caso di Rooney possiamo sentirci spinti a sostenerla perché quella guerra è ingiusta. Possiamo sentirci dalla parte giusta della storia perché quella guerra è un genocidio e la distribuzione di libri subisce le conseguenze di una legge antiterrorismo.

È sempre trovarsi da un lato o dall’altro, da quello buono o da quello sbagliato.

La questione resta la stessa: opera, autore ideologia dominante o minoritaria. Quanto siamo disposti ad accettare che un autore incarni l’ideologia dominante o la sua contronarrazione, il simulacro del momento, sia in un senso che in un altro? Quanto riusciamo a leggerlo quando smette di rappresentarci? Quanto ognuno di noi è davvero disposto a spingere le proprie opinioni? C’è ancora spazio per il dissenso individuale?

Torno ad Hagrid, alle parole di mia figlia che ricorda come Albus dicesse a Potter che sono le nostre scelte a mostrare chi siamo, non alla fiaba del maghetto ridotta ad una prova di appartenenza politica, ma alla pagina di letteratura: territorio di contraddizione e di esplorazione dell’umano in corto circuito con i dogmi del presente.

Allora il punto non è soltanto continuare a vendere e a leggere i libri di Rooney nel mercato europeo, non è solo una questione di libertà di espressione. È anche rimanere nella storia, nelle storie che ogni libro ci racconta e addentrarci nella foresta proibita con i suoi ippogrifi e thestral quegli animali invisibili che solo chi ha sperimentato il dolore può vedere, o in interludi di desiderio e disperazione, in quel tempo sospeso tra un prima e un dopo. Non in quell’ unica storia omologata in cui ci hanno fatto credere che quel libro si esaurisse.

Silvia Acierno
con la collaborazione di Lea Iandiorio