del passato, del presente, del futuro

Marzo 2011, esce in Italia per e/o una nuova edizione di Preghiera per Černobyl’. Edizione post Fukushima, dove nello stesso mese, un forte terremoto e il conseguente tsunami colpirono il Giappone, causando un grave incidente nucleare nella centrale di Fukushima Dai-ichi.

Svetlana Aleksievič, l’autrice, nell’introduzione del libro scrive:

“Cambiò il mondo. Cambiò il nemico. La morte ebbe facce nuove che non conoscevamo ancora. Non si vedeva, la morte, non si toccava, non aveva odore. Mancavano persino le parole, per raccontare della gente che aveva paura dell’acqua, della terra, dei fiori, degli alberi. Intanto, alle riunioni del mattino fra chi doveva rimediare alla catastrofe si facevano – prosaicamente – i conti: «Questo ci costerà dieci vite umane…», «Quest’altro venti…».
C’è qualcosa di mistico nel fatto che, il giorno del disastro giapponese, in America sia stata messa in vendita la nuova versione dell’iPad.
Dopo Hiroshima e Nagasaki, dopo Černobyl’, pareva ovvio che la società civile scegliesse un’altra via di sviluppo. Lontana dall’atomica.
Pensavo di avere scritto del passato. Invece era il futuro.”

Questo libro non parla di Černobyl’, parla di segreti.

Di gatti affamati che mangiano i loro piccoli, “dell’odore di reattore”, delle case abbandonate e di quella porta d’ingresso che diventa il talismano di famiglia, l’unica cosa importante da portare con sé. Si parla delle bare di Černobyl’, grandi pacchetti di polietilene con dentro quello che resta dei corpi, e della terra contaminata, seppellita nella terra. Di polmoni e di fegati che escono dalle bocche. Soprattutto si parla del fatto che nessuno ha annullato il piano di produzione, nessuno ha modificato la rotazione delle colture: se prima seminavano piselli, continuano a seminare piselli. Gli stessi. Ma vabbè, hanno ben altro a cui pensare, loro. Noi, eseguiamo. Si parla di milleseicento röntgen quando la dose mortale è quattrocento, di uomini che spengono reattori e diventano reattori. Uomini che partono per eroismo. Uomini che rimuovono pezzi di terra, uccidono animali, cacciano vecchi. In cambio? Un diploma d’onore e un po’ di rubli. Paghe più alte a chi compie atti più eroici, a chi è disposto a rimanere più tempo. E per curarsi? “Tanta vodka!” Alè.

Dopo così tanti anni, c’è chi pensa che sappiamo tutto ciò che c’è da sapere su Černobyl’: che sia una cosa del passato e che ormai nessuno voglia più sentirne parlare. In realtà, non solo non è stato dimenticato, ma non è mai stato veramente compreso. Dopo aver letto il libro, dice la scrittrice stessa, la reazione più frequente è che si tratta di una rivelazione: «Non avevo idea di come fossero realmente le cose». Faceva comodo tenere tutti all’oscuro della realtà.

Qui dentro, invece, la realtà c’è, eccome, ci sono 107 interviste necessarie, per noi, ma soprattutto, per ricordarci di loro, di quelli che potremmo essere e che forse saremo. Necessarie per dubitare. Qui dentro ci sono persone di professioni, destini, generazioni e temperamenti diversi. Che sono cadute nei buchi neri del mondo. Černobyl’ è stato il loro mondo, ha avvelenato ogni cosa, non solo l’acqua e la terra. Tutto il loro tempo. Tutto il loro spazio.

Pubblicato nel 1997, Svetlana Aleksievič ci ha messo 11 anni, per ricostruire, a sua volta capire Černobyl’. Restituendoci uno dei quadri più reali di quello che è successo. Non è un libro allegro, per niente, molte testimonianze sono estremamente toccanti. Ci sono parti forti; bisogna avere un po’ di stomaco e tante orecchie per ascoltare bene.

In questo “romanzo di voci” si ascoltano donne, uomini, bambini. I loro pianti, i loro sogni, le loro preghiere.

“Dov’è papà Miša? Quando ritorna?”
Chi altri può farmi una simile domanda? Solo lui, che lo aspetta…
Lo aspetteremo insieme. Io reciterò sussurrando la mia preghiera per Černobyl’… lui guarderà il mondo con i suoi occhi di bambino.” – Valentina Timofeevna Panasevič, la moglie di un liquidatore.

Gaia Tomsasoli

Il dolore che ti rende grande