Per Patrizia Calefato la moda è sempre stata un modo per guardare e capire il mondo, “un sistema di senso entro cui si producono le raffigurazioni culturali ed estetiche del corpo rivestito”. È questa la definizione che lei stessa ne dà alla voce Fashion Theory del Dizionario di Studi Culturali. Sociologia della moda non è, perciò, una rassegna sulle ultime tendenze, né tanto meno un repertorio di stili o maison. È un’indagine sul modo in cui gli abiti, i corpi e i consumi costruiscono identità, relazioni sociali e immaginari collettivi.
La moda, al contrario di quello che si pensa, non è mai superficiale, ha se mai a che fare con la superficie del corpo che “riveste” con abiti, accessori e decori. Ma è proprio questo collocarsi in un territorio di confine tra corpi e mondo, tra identità e realtà, che definisce la moda come uno spazio culturale densissimo fatto di desiderio, appartenenza, politica e conflitto.
“La moda è una forma culturale”, si legge in apertura del primo capitolo, “Beninteso, nel concepire la moda come cultura non compiamo un’operazione «tranquilla», come se stessimo collocando il pezzo di un gioco entro una casella predeterminata: la cultura stessa, infatti viene «ripensata», per così dire, nella prospettiva della moda.” Sotto lo sguardo di Patrizia Calefato, perciò, i vestiti non coprono semplicemente il corpo, ma lo interpretano e lo “rivestono” di significati. A questa costruzione di senso però partecipa anche il corpo stesso, a volte come luogo di libertà, altre volte come spazio regolamentato da stereotipi, modelli estetici e dinamiche di mercato. La moda, allora, si definisce come una dimensione profondamente critica in cui espressione creativa, emancipazione, trasformazione personale, ma anche controllo e omologazione si confondono. Uno spazio sociale che dunque necessita di essere studiato sociologicamente.
A partire da questo assunto, le pagine che seguono mettono insieme teoria critica e osservazione della vita quotidiana e ci mostrano come la moda sia un linguaggio sociale attraverso cui la contemporaneità si racconta. Per questo motivo, anche nei punti più esplicitamente teorici del libro dove, ad esempio, si passano in rassegna le teorie sociologiche sulla moda dall’Ottocento ad oggi, o si definisce la nascita e l’evoluzione della Fashion Theory, il discorso non è mai scienza astratta, ma riflessione situata di fenomeni concreti che vanno dal fast fashion agli influencer, dai corpi digitalizzati alle estetiche dei social network. E seguendo quasi un ragionamento progressivo, si arriva negli ultimi due capitoli a parlare della dimensione mediale e della dimensione politica della moda, viste quasi come espressioni parallele di uno stesso fenomeno che la studiosa definisce “modalizzazione” della realtà.
Scrittura, blog, social media, pubblicità, piattaforme digitali, e-commerce e intelligenza artificiale hanno modificato radicalmente il rapporto con gli oggetti di moda. L’abito non è più solo qualcosa che si indossa, ma è un contenuto da condividere, un’immagine da performare, un’esperienza da consumare online. Ne consegue che “è la moda, nei suoi segni e nei suoi meccanismi, a configurare molti aspetti dei media” e quindi la realtà stessa, a tal punto che neppure le rappresentazioni mediali dei leader politici sono esenti dal fenomeno della “modalizzazione”.
“Nel luglio del 2024, sulla sua pagina di x, Elon Musk, pubblicò un video fatto con l’intelligenza, artificiale che rappresentava una sfilata di moda a cui prendevano parte i leader politici mondiali e i proprietari delle maggiori aziende digitali globali. In circa due minuti di passerella sfilavano tutti: da Putin a Biden, da Trump a papa Francesco, dai Clinton a Kim Jong-un, da Xi Jinping a Modi, da Barack Obama a Bill Gates, da Tim Cook a Kamala Harris, da Zuckerberg a Musk stesso. Addosso gli e le inquietanti mannequins portavano abiti creati sempre con l’IA, su alcuni dei quali erano esibiti dei loghi simili a quelli di alcuni brand della moda. Il video ebbe milioni di visualizzazioni, e tuttora viene cliccato e magari citato. […] La questione è capire come la moda, in diverse forme, entri nella politica diventando politica essa stessa, rendendo performativi i suoi segni e dando ad essi la possibilità di agire politicamente”.
Nel discorso politico contemporaneo allora, l’abito, non è più una scelta estetica individuale, ma un dispositivo che organizza appartenenze, differenze e visibilità sociali, mentre la moda partecipa attivamente alla costruzione delle identità collettive di genere, di classe, di etnia, di generazione trasformandosi in terreno di negoziazione politica.
“Nell’infelice incontro alla Casa Bianca tra Zelensky, Trump e Vance, svoltosi nel febbraio del 2025, uno degli elementi sui quali il presidente ucraino venne «bullizzato» dai suoi interlocutori fu il modo in cui era vestito: una polo nera su pantaloni neri invece che il formale suit da protocollo. […] Notoriamente, Zelensky ha fatto la promessa pubblica che tornerà a indossare abiti formali solo quando la guerra con la Russia sarà finita: indossa infatti sempre felpe, magliette, indumenti in tessuto mimetico, e comunque mai giacca e cravatta. […] La moda «riavvolge il nastro» di tutto e si prende la scena, se, come è successo effettivamente, dopo l’incontro alla Casa Bianca, varie versioni della Zelensky skirt sono state messe in vendita sulle piattaforme di shopping con risultati di acquisto considerevoli. Nella ricezione dei pubblici, quella maglietta ha dunque assunto il valore di segno forte nel contesto sia della personalizzazione che della polarizzazione politica”.
Il video creato da Elon Musk o la maglietta nera di Zelensky sono solo alcuni dei tanti esempi con cui Patrizia Calefato ci mostra come gli oggetti del vestire siano elementi sociali e politici a tutti gli effetti, capaci di raccontare le contraddizioni del presente molto più di tanti discorsi teorici. I vestiti che indossiamo parlano molto più di quanto crediamo, parlano delle gerarchie sociali, delle aspirazioni, delle paure collettive, parlano persino del nostro rapporto con il tempo. Sociologia della moda, in maniera brillante e sofisticata insieme, ci ricorda che nessun oggetto pertanto è innocente e che anche una cucitura, un logo o una scelta cromatica possono raccontare una precisa visione del mondo.
Loredana La Fortuna
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