Ci sono due aggettivi che hanno accompagnato in me la lettura di questo romanzo di Edith Bruck, L’amica tedesca: evolutivo e disturbante.
Con una tale pregnanza e intensità entrambi che mi sono fatta la fantasia che fossero nell’ intenzione dell’ autrice.
Roma, 1975. Mentre Erika passeggia per la città, la sua vita viene invasa dall’incontro con Lena. Due mondi diversi e comunicanti che impattano.
Che dire del personaggio di Lena? È lei, l’amica tedesca. Eccessiva, invadente, tenera e inconsapevole. Le parole con un tono stridulo, un’ ottava troppo alto e troppo veloci. Il desiderio di entrare nella vita di Erika per farsi amare e accogliere, ma anche per redimere.
Una tedesca che cerca il riscatto da certi orrori della storia che non ha vissuto, né compreso. Perché altri meno eclatanti orrori hanno inseguito il suo corpo di donna e la sua indole bambina, fino a trasformarla in un eccesso sorridente e colorato.
Una storia di cui è figlia e stirpe, ma che non conosce e non riconosce.
Da quell’ orrore è segnata Erika, sopravvissuta ai campi di concentramento, distante anni luce dal pensare di mettere nella stessa frase la Germania e l’ amicizia. Eppure nell’ incontro, invadente e fastidioso, trova curiosità e tenerezza, stordita forse da quelle attenzioni nuove e così diverse.
Finirà per metterci piede di nuovo in Germania, a celebrare l’arte, protetta da una tribù variopinta che ricorda le tavolate dei film di Ozpetek.
L’incontro con Lena ammorbidisce le paure di Erika, perché una storia fatta da uomini non corrisponde alla colpa della loro stirpe. La dolcezza ingenua e talora stucchevole di Lena non rappresenta l’orrore del Nazismo, malgrado l’accento e il passaporto.
“Io penso, io so anche pensare, tu non vuoi vedermi perché io sono tedesca. Vero? È colpa mia?”
“Oh no, no,” mi difesi dalla sua frase inattesa e appena la salutai, senza alcuna promessa di vederci, mi chiesi se potesse avere ragione, oppure semplicemente non ritenevo necessaria una nostra probabile amicizia? Avevo amiche americane, ungheresi, inglesi, olandesi, slave, elencai dentro di me, è un caso che non abbia mai avuto un’amica tedesca? Oltre al dubbio, mi resi conto della mia irrazionale resistenza nei confronti di una giovane che non c’entrava niente con il mio vissuto, che lei chiamava “la cosa brutta”: i campi di concentramento!“
Il romanzo scorre in brevi capitoli, asciutti e dinamici, che vedono le due donne confrontarsi con il loro passato e con le prospettive dell’ora, fino alla conclusione netta e inattesa.
Le pagine non lasciano ad Erika un sollievo, più probabilmente un dolore. In fondo e tra le righe una possibilità: vedere e rileggere il passato, anche quello indicibile e, senza voler dimenticare, lasciare spazio all’altro e a fiori colorati, dipinti sulla tela.
Elena Cappai
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