Torino, 27 maggio 2019
Fernando Aramburu
Circolo dei lettori

Lo Scrittore presenta un suo nuovo lavoro non raccontandone la storia (o almeno parte di essa) ma svelandone il pensiero grazie al quale essa ha preso forma. Quello che lo ha portato hic et nuc a definirsi un “escritor y non camarero”. La libertà espressiva dettata dall’orgoglio di non produrre ciò che la gente vuole, ma quello che lui, lo Scrittore, avverte dentro.  

Le presentazioni si fanno così, un bicchiere di vino in mano e quel parlarsi intimo, caldo, introspettivo. Nel tono che riesce a valicare il confine della lingua, per farsi comprendere da una platea che parla un idioma diverso, rendendo persino superflua l’intermediazione di una interprete.

Fernando Aramburu, autore del premiatissimo Patria che ha incassato il Premio Strega Internazionale nel 2018, porta in Italia la sua nuova raccolta di racconti intitolata Dopo le Fiamme (edita da Guanda con traduzione di Elisa Tramontin). La sala grande del Circolo dei lettori di Torino è allestita per accogliere il grande scrittore basco tra i celebri bassorilievi ovali che mostrano il mito di Demetria e l’imponente lampadario di vetro di Burano, mentre lui, un calice di rosso in mano, sorseggia e racconta. Si racconta.

Come il protagonista di un romanzo di formazione riuscito, Aramburu ci parla dei suoi vent’anni, della fondazione con i suoi amici di un movimento surrealista che attuava una sistematica e pungente parodia della violenza dilagante negli anni settanta in Spagna, paese sfiancato da anni di franchismo già bacino di aspirazioni secessioniste. E lui e gli altri nell’intento di portare il sapere letterario fuori dal raggio di azione di salotti e scrivanie, per versarlo in strada. Al servizio della gente.

Inizia così a scrivere il giovane Aramburu. E lo fa partendo dalla poesia. Per anni si dedica solo a quella, studiandone la metrica, fermandosi sui grandi poeti della tradizione spagnola e internazionale. Fino a quando comincia a viverla come una specie di galera, una prigione che vieta l’uso dell’umorismo (insito nella sua formazione degli esordi), che indica nei versi – binari tracciati- nei quali si deve incanalare la propria ispirazione. Quando negli anni ottanta scopre la libertà della prosa decide di spoetizzarsi, di affrancarsi dall’incanto dell’atmosfera poetica divenuta troppo stretta per comporre senza più seguire il ritmo, senza contare le sillabe, senza evitare l’utilizzo divenuto indispensabile dell’ironia.

Sarà poi Patria e il suo travolgente successo a riappacificarlo con essa. Uno scritto politico, nel quale i carnefici convivono con le proprie vittime, in una terra dilaniata per anni dall’incubo dell’ETA e dalle manifestazioni cruente dei suoi adepti.

Dopo le fiamme riprende quei temi. Dieci racconti nei quali si narra di dolore e di perdono, di guerra per le strade e di ricerca intima di serenità.

Fabio Geda, che conduce queste chiacchiere edificanti, fa all’autore la domanda delle domande. Quella che ogni lettore porrebbe al suo scrittore preferito se ne avesse l’opportunità.

Da cosa inizi quando concepisci una storia?

“L’uso che faccio della lingua è sicuramente il vero protagonista di tutto quello che scrivo. Devo sentire quella voce. La storia, intesa come sviluppo dell’intreccio narrativo, viene dopo. Non sono subito concentrato sui fatti che succedono. Penso prima alla lingua. Poi ad aspetti tecnici come i personaggi, il paesaggio entro il quale farli muovere. A seguire il ritmo, la musicalità. Quando ho tutti gli elementi che mi servono per scrivere una storia lo faccio. Come un giocatore di scacchi che posiziona tutte le pedine sulla scacchiera, io definisco prima tutto e poi faccio muovere le mie pedine. Cerco di avere un’idea di massima per evitare di ritrovarmi in blocchi di creatività.”

“Per i racconti invece” chiosa Aramburu, “la faccenda è un po’ diversa. La tecnica che si utilizza è più simile a quell’atto estemporaneo che porta alla creazione poetica. Mentre il romanzo richiede l’invenzione di un mondo di dettagli che chi legge vuole gustare e poi ritrovare scorrendo le pagine, per le storie brevi non è così. Con il racconto ci sono due autori: chi scrive e chi legge. Chi scrive insinua, chi legge immagina; lo scrittore richiede uno sforzo immaginativo al lettore e questo riempie i vuoti lasciati consapevolmente dal primo. Ma deve avere voglia di farlo. Perciò, in fondo, è più difficile scrivere un buon racconto che un buon romanzo. Perché il primo implica un doppio atto creativo.

Con Dopo le fiamme immaginiamo che Aramburu la sua parte l’abbia fatta bene. A noi la nostra.

Marsala, 15 – 19 maggio 2019
RAMMENDI

Ci sono poche, pochissime cose, godibili come un buon bicchiere di vino e un bel libro. A coniugare le note di un bianco fruttato o un nero corposo ai suoni della letteratura ci hanno pensato in uno dei territori più rigogliosi della Sicilia.
A Marsala: calici da sorseggiare e pagine da sfogliare.
Il Festival 38° parallelo – tra libri e cantine è giunto così alla sua terza edizione. Da mercoledì 15 a domenica 19 maggio 2019, tra cantine e luoghi istituzionali di Marsala, si sono incontrati sul tema RAMMENDI, tra visioni e paesaggi poeti ed economisti, artisti e politici: Valerio Magrelli e Gianfranco Pasquino, Antonio Calabrò e Paola Dubini. Per citarne qualcuno. È tornata anche la sezione dedicata ai bambini 38° KIDS, curata dalla libreria per bambini Albero delle Storie, che nelle giornate del Festival ha coinvolto i più piccoli in laboratori tenuti dalla casa editrice Else, dalla rivista Internazionale KIDS, dall’illustratrice Laura Bellini e dall’autrice Chiara Lorenzoni.
La Rassegna, ideata e diretta da Giuseppe Prode da sempre impegnato nella fotografia, è stata inserita nella programmazione de Il Maggio dei Libri 2019, ed è stata realizzata con il patrocinio e il contributo dell’Assemblea Regionale Siciliana, del Comune di Marsala, e con il patrocinio dell’Agenzia per la Coesione Territoriale, del Distretto Turistico Sicilia Occidentale e della Fondazione Treccani Cultura.
Quando gli attori istituzionali non si limitano a sterili comparsate ma interpretano ruoli decisivi.
Ogni incontro, un territorio da esplorare.
Le maggiori cantine della città, tra le quali le Cantine Pellegrino, le Cantine Florio, le Cantine Bianchi e le Saline “Ettore e Infersa”, hanno aperto le loro porte alla cultura e alla letteratura.
RAMMENDI, fil rouge, della terza edizione, un’azione semplice che conserva dentro sé una cultura antica ma oggi innovativa e rivoluzionaria: l’idea di recupero, come rinvenimento e riscatto del territorio, delle parole, della politica. Di ogni cosa.

Torino, 29 aprile 2019
Accademia Albertina

Ernesto Franco su Julio Cortázar


Il titolo del Salone Internazionale del Libro, giunto quest’anno alla sua 32° edizione, trae ispirazione da uno dei libri più importanti della letteratura sud americana traducendone, se possibile, il senso per regalargli una dimensione universale. Si tratta di Rayuela, che letteralmente corrisponde al gioco del mondo, della campana, della settimana, a quello che abbiamo fatto un po’ tutti da bambini, almeno quelli che sono cresciuti con la musica dei Duran Duran e il mito dei mondiali di Italia ’90. Il suo autore, l’argentino Julio Cortázar, nel 1963 ha pubblicato questo scritto d’avanguardia, tecnicamente geniale, un’opera nella quale la trama quasi scompare per fare posto al vissuto emotivo dei personaggi che la popolano, ai loro flussi di coscienza, ai tratti psicologici che li delineano.

Da allora e fino ad ora questo romanzo non ha mai smesso di avere seguito.

Ernesto Franco, scrittore e direttore editoriale di Einaudi, in una edificante conferenza tra le storiche mura dell’Accademia Albertina lunedì 29 aprile intrattiene il suo folto, e scopriremo dalle domande a margine dell’incontro, colto pubblico, chiedendosi le ragioni del successo che questo libro riscuote da decenni. Tanto da aver dato il suo nome alla manifestazione dedicata ai libri più importante del nostro paese, nell’anno in cui lo spagnolo ne è il focus tematico.

Rayuela e il suo successo. Perché? La risposta più immediata è quella che riflette il modo brillante nel quale questo romanzo è stato concepito, e a tre parole nello specifico: tavola di orientamento.

Ma procediamo per ordine.

La storia prima di tutto. In una Parigi palcoscenico di personaggi improbabili, l’eterno studente Horacio Oliveira calca le strade della città come i bambini le caselle che compongono il gioco del mondo. Un percorso nel quale il protagonista si muove a scacchiera fino a ricongiungersi alla sua Buenos Aires, in una storia frastagliata da tante altre storie, nelle quali la ricerca dell’amore prende le sembianze della maga Lucía, sua innamorata.

Franco, francamente, ammette di non aver compreso quasi nulla di questo romanzo, divenuto un classico della letteratura latinoamericana, fino a quando non ha deciso di seguire pedissequamente le indicazioni della tavola di orientamento contenuta al suo interno; una guida alla lettura che l’autore ha deciso di inserire per rendere lo spettatore delle sue pagine parte attiva del processo creativo.

I capitoli dovrebbero essere letti non in ordine sequenziale, come tutti siamo abituati da sempre, ma viene richiesto al lettore di saltare da un capitolo all’altro, in un piano letterario che richiama proprio la rayuela. Già da questo si evince l’idea di gioco, e l’intento dell’autore di viverlo seriamente. Solo seguendo queste indicazioni, chiosa Franco, lui è riuscito a comprenderlo davvero. E a stimarne la grandezza assoluta.

Il lettore di questo romanzo cardine dello sperimentalismo deve scegliere di aprire la porta e andare a giocare. Chiunque abbia letto Cortázar sa quanto sia fondamentale per lui saper aprire la porta per andare a giocare. Assioma preso in prestito dalla tradizione spagnola che lo vuole popolare come una canción para niños:

Arroz con leche
me quiero casar
con una señorita
de San Nicolás
Que sepa coser
que sepa bordar
que sepa abrir la puerta
para ir a jugar.

Cortázar, questa frase la declina in tanti suoi scritti, la pronuncia in molte delle sue interviste. L’idea di aprire quella porta, lasciando ciò che si sta facendo per andare a giocare, sta ad indicare una molteplicità di esperienze; rafforza, da un punto di vista letterario, l’invito che si fa al lettore a farsi coinvolgere pienamente nell’atto ludico, regalandogli una prospettiva differente rispetto al modo univoco e unico nel quale chi si immerge in una storia immagina possa esercitarsi la lettura.

In questo romanzo si gioca molto, la sua trama vede la maga innamorata di Horacio mostrare le sue passioni e le sue ossessioni attraverso il gioco. I due amanti inventano addirittura un linguaggio fittizio, un codice espressivo per parlare d’amore. Come fanno i bambini quando vogliono comunicare tra loro senza che il mondo adulto possa capire. Giochi di nomi, personaggi che si inventano identità. I due protagonisti giocano a fare finta di incontrarsi pur essendosi dati appuntamento in un certo quartiere, a ricordare i particolari inutili di giornate magari memorabili. Si intrattengono cercando per terra qualcosa di rosso quando camminano. Non importa cosa. Ma mentre lei, Lucía, è molto aperta alla sperimentazione, Horacio Oliveira sta più fermo sulla soglia di quella porta, chiedendosi perpetuamente cosa non sia un gioco, cosa non lo rappresenti. Lui è un personaggio in rivolta, più o meno consapevole, nella Parigi dell’esistenzialismo, quella di Sartre e di Camus. Per lui Parigi è Buenos Aires e viceversa. La Ville Lumière viene vissuta come un mandala, uno spazio fisico da riempire con caleidoscopici colori.

Parigi, l’amore, i giochi tra i due personaggi, tutto si intreccia in una spirale senza fine, in un gioco dell’assurdo. Del nichilismo.

Horacio Oliveira è l’uomo che fa parte di ognuno di noi, colui che si pone costantemente delle domande, con la stessa insistenza di uno scrittore esigente, ossessionato. Cortázar così parte da Parigi per dipingere il ritratto di un’epoca della vita umana nella quale tendenzialmente ci poniamo più domande. Seguita da quella fase, più inutile dell’esistenza, nella quale facciamo finta di avere trovato tutte le risposte che cercavamo.

Queste sono le premesse concettuali di un evento che ci invita a giocare leggendo. E a vivere la letteratura giocando.

Quindi direi che, plauso al coltissimo Franco, questo Salone può avere inizio.

Angela Vecchione

Torino, 11 marzo 2019
Polo del ‘900

Fukuyama al Polo del ‘900 parlando di identità


Era il 1992 quando veniva pubblicato La fine della storia e l’ultimo uomo libro che rese celebre il politologo Francis Fukuyama, oggi tra gli studiosi di politica più stimati al mondo. La sua diagnosi di allora si è rivelata corretta: la democrazia liberale ha vinto, ma sono rimaste due minacce, il nazionalismo e l’estremismo religioso.

Nel suo nuovo lavoro, Identità, edito da UTET, Fukuyama pone quesiti di grande attualità quali la nascita del populismo, l’odio e l’aggressività gratuita che sempre più spesso fanno dei social media i mezzi di comunicazione post moderni super-conduttori degli istinti verbali più primitivi. Si chiede inoltre come mai le classi meno abbienti oggi si sentano così distanti dalle politiche di sinistra, le stesse politiche che un tempo avrebbero accolto e incanalato i bisogni proletari dando loro voce; intercettando il loro senso di appartenenza.

Nella sua conversazione con Maurizio Molinari al Polo del ‘900, luogo polivalente in una Torino sempre più capitale del libro, quest’incontro ha dato il via alla lunga e ricca catena di eventi che scandiranno il conto alla rovescia per il Salone Internazionale del Libro giunto alla sua 32° edizione. Presente per introdurre l’incontro anche Nicola Lagioia, direttore editoriale del 2019.

Con il garbo delicato che solo una genetica giapponese è in grado di attribuire, Fukuyama risponde alle domande di Molinari prima e del pubblico poi snocciolando le sue riflessioni su temi che sono molto sentiti, parte di un dibattito politico quotidiano e acceso. Esordisce affermando quanto sia interessante per uno scienziato della politica come lui osservare la situazione italiana, la gestione del potere da parte di una coalizione che, sull’emotività di un elettorato non più soddisfatto dalle risposte dei partiti tradizionali, ha siglato (e forse sigillato) la sua alleanza.

Quello che Fukuyama ci restituisce attraverso la sua lente di ingrandimento è una chiave di interpretazione del presente. Un hic et nunc fatto di concetti come l’istinto, la dignità, l’autostima. Il primo rappresenta il motore che spinge ad un’azione di pancia più che di testa, rintracciando nelle istanze populiste la sua forma espressiva più spontanea. La dignità, come quella che un leader politico potrebbe dichiarare sia stata offesa da sorde parti politiche mobilitando seguaci attorno a questa convinzione. Quest’esigenza di dignità che porta al terzo indicatore emotivo: l’affermazione di sé. Un bisogno, ancestrale potremmo azzardare, che però nelle moderne economie mondiali pare essere stato trascurato dai partiti tradizionale. Perché?

Per Fukuyama la risposta a questo senso di inadeguatezza che ormai fa parte della fisionomia delle sinistre, sempre più votate a ruoli di opposizione, sta nel fatto che la classe media delle società democratiche sente di aver perso. In termini di potere economico, di opportunità lavorative, di accesso ad un tipo di formazione che sia davvero funzionale ai ruoli ricercati da una società in costante evoluzione.

Dai grandi contesti urbani, popolati da individui che sono parte di un’economia globale, ai piccoli centri rurali, abitati da persone che sentono più affinità con i valori tradizionali di una dimensione locale che spesso non lascia molto in termini di crescita e di opportunità, per Fukuyama le macro-categorie sociali sono sempre più agli antipodi. Tra questi due poli opposti le élite non hanno saputo trovare mediazione. L’arretratezza periferica del secondo gruppo è rimasta inascoltata, fino a quando si è sentita resuscitata dalla politica del risentimento.

Molinari incalza chiedendo una cosa che probabilmente vorremmo sapere tutti, ovvero quale sarebbe nel nostro tempo una nuova declinazione di stato sociale. Quale modello di Good State dovremmo adottare per fare in modo che il bisogno di ascolto di questi individui venga accolto. E soddisfatto in chiave positiva. Per Fukuyama una soluzione non può prescindere dal saper porre attenzione ai bisogni veri della gente. Bisogni che non si traducono solo in provvedimenti tangibili, come la sanità pubblica, le pensioni, un sostegno al reddito, ma anche in azioni che migliorino la tranquillità sociale, riducendo la percezione di minaccia culturale che i flussi migratori apporterebbero, adottando provvedimenti che facilitino l’accesso alle nuove tecnologie. Questi sono due aspetti di primaria importanza perché rappresentano soluzioni strategiche intangibili ma necessarie per la formazione di una società democratica migliore, alla quale non serve più da tempo il simbolismo di precetti religiosi o l’identificazione in gruppi etnici per sentirsi parte del tutto. Una proiezione di appartenenza, la sua, basata su valori come le idee, la condivisione di valori, la costituzione. Una società democratica che non necessita di un reddito di cittadinanza per contrastare la povertà, ma una formazione adeguata per entrare in un mercato del lavoro caratterizzato da tecnologie nuove, da sfida costante ed evoluzione inarrestabile.

Fukuyama chiude il suo intervento con un postulato che non trovo fuori luogo definire poetico. Ci parla di Casa Emotiva. Quella identità europea che dovrebbe riunire i suoi individui non sotto il colore di una stessa bandiera né tenerli distinti nei confini dei singoli stati nazionali. La casa emotiva è quando, pur con le diverse peculiarità, senti di appartenere ad una comunità perché condividi con i tuoi simili la stessa visione del futuro, la stessa apertura mentale, la stessa idea di stato democratico. Tutte cose che con il simbolismo della fede e il colore della pelle non hanno nulla a che fare.

Angela Vecchione

Torino, 6 marzo 2019
Murazzi Student Zone

Prima Conferenza Stampa della 32° edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino

La 32° edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino inizia oggi il suo conto alla rovescia e lo fa con una conferenza stampa effervescente e ricca di stimoli al Murazzi Student Zone, uno spazio che potrebbe sintetizzare tra le sue mura in stile post industriale e la sua ubicazione sulla sponda del Po un incontro tra vecchio e nuovo, tra tradizione e futuro.

Nei saluti e nei ringraziamenti di rito da Silvio Viale, presidente Associazione Torino, la Città del Libro, a Maurizia Rebola e Giulio Biini, rispettivamente direttrice e presidente della Fondazione del Circolo dei Lettori, che guideranno il comitato organizzatore, si avverte tutta la fatica e lo sforzo congiunto di enti istituzionali e soprattutto privati nell’aver fatto in modo che il Salone del Libro restasse a Torino, dopo che il 24 dicembre scorso il marchio della kermesse fu aggiudicato all’asta dalla cordata di fornitori finanziata dalle fondazioni bancarie.

Dopo la parte più istituzionale la parola passa a Nicola Lagioia, direttore editoriale del 2019 che nel suo incedere senza sosta ci racconta quale sarà l’impalcatura che reggerà l’anima di questa edizione, lo spirito da anno 0 che ne direzionerà gli intenti.

Il tema di quest’anno è Il gioco del mondo è il tema, un gioco che vede nella cultura un passe-partout in grado di abbattere muri, valicare confini, unire popoli lontani, anche quando geograficamente non lo sono. Come fa il lettore del romanzo più celebre di Julio Cortázar, scrittore che sull’incontro fra culture ha plasmato il suo occhio critico, invitando all’avventura, alla ribellione, alla fuga. Partendo da tale presupposto si è immaginato per quest’appuntamento non più un paese ospite, ma una lingua ospite: lo spagnolo. La terza lingua più parlata al mondo per numero di persone, la seconda per diffusione. Perché lo spirito è quello che se un paese può avere dei confini, la lingua e la cultura no. Così, dal 9 al 13 Maggio 2019 Torino sarà la capitale mondiale degli autori di lingua spagnola provenienti dalla penisola iberica e dal latino America. Una comunità di scrittori hispanohablantes che incontreranno il pubblico non solo al Lingotto ma anche all’Oval, che con i suoi 13000 mq (in sostituzione del 5° Padiglione) ospiterà nel suo cuore una sala La Plaza de los Lectores, con biblioteca, libreria, uno spazio dedicato a istituzioni e rappresentanze dai Paesi.

La regione focus sarà le Marche; la città Sharja, capitale di uno dei sette emirati che compongono gli Emirati Arabi e capitale mondiale del Libro 2019.

Potremmo raccontare dei primi grandi nomi che apriranno il Salone, come Fernando Savater, uno dei più importanti intellettuali spagnoli coevi, o di ospiti illustri come Wole Soyinka, Nobel per la Letteratura 1986, attivista e scrittore nigeriano di etnia yoruba; potremmo svelarvi che quest’anno nei cinque giorni di rassegna si celebreranno importanti anniversari come la nascita di Primo Levi e quella di J.D. Salinger o la morte di Jack Kerouac, o che molte case editrici festeggeranno il compleanno a cifra tonda, 50 per Sellerio, 40 per e/o, 25 per Fazi e minimum fax, 20 di Fandango Libri.

Potremmo dirvi tutto quello che un programma dettagliato farà da aprile meglio di noi ora.

Ma quello che ci preme sottolineare adesso è quanta adrenalina ci abbia trasmesso questa presentazione, così densa di appuntamenti, di collaborazioni, di sinergie. Quanta positività ci abbia regalato la constatazione che in un momento di profonda rabbia sociale e di antitesi tra popolo ed élite un appuntamento come il Salone del Libro sia in grado, come ha sempre fatto in passato, di mettere d’accordo davvero tutti, accomunati da qualcosa più grande capace di annientare differenze, assottigliare diversità.  

Ci preme descrivervi quanto colorato ottimismo si sia respirato tra gli addetti ai lavori e gli appassionati di questa kermesse sempre più internazionale. Così fiera di restare nella città che più di ogni altra merita di ospitarla. Libera di immaginare ancora mondi che sulla pagina, come nella vita di chi legge, sono ancora possibili.

Angela Vecchione

Torino, Salone del Libro 2019


Avellino, 1 marzo 2019
Circolo della Stampa

Conferenza stampa di presentazione di Incantautori in Città

Le città che non si arrendono. Sono quei piccoli centri dove l’emigrazione non ha estirpato la linfa vitale del bisogno di cultura, dove alle nuove generazioni si vuole promettere qualcosa che non siano solo sneakers firmate e vacanze a quattro stelle, dove se l’economia reale gira a rilento, il bisogno di emancipazione per stare al passo con i grandi centri urbani ruota con insospettabili spirali di effervescenza.

Succede ad Avellino. Città spesso dichiarata morta culturalmente dai suoi stessi cittadini, bistrattata, snobbata, finanche ripudiata da chi, deluso, l’ha lasciata giurando di non tornarci a vivere. Eppur si muove, chioserebbe Galileo Galilei se rimettesse piede sulla terra, irpina.

Ed è proprio qui, che tra l’8 e il 10 marzo 2019 vedrà la luce la prima edizione di un festival dedicato alla lettura e ai bambini, ragazzi, studenti, docenti e famiglie. Incantautori in città questo il titolo della manifestazione pensata dall’associazione Ebbridilibri, presieduta dall’insegnante Marina Siniscalchi, che a un declino del sapere non c’è stata e questa iniziativa, insieme alle co-fondatrici Antonella e Marirosa, l’ha fortemente voluta. Si è prefissa un duplice obiettivo la caparbia Marina: quello di promuovere la lettura come piacere, per diffonderne l’interesse tra i bambini e i ragazzi dei vari gradi di scuola, e quello di sostenere le competenze di docenti, librai, bibliotecari e operatori culturali per informarli sulle ampie proposte editoriali della narrativa contemporanea.

Tra spettacoli con l’incantautore, in cui si daranno vita a lezioni comico-teatrali insieme a musicisti, illustratori e attori, workshop di scrittura, letture ad alta voce e incontri con gli autori, il programma si presenta ricco e dettagliato. Gli autori per ragazzi David Conati, Ornella della Libera, Antonio Ferrara, la giornalista de Il Mattino Donatella Trotta sono solo alcuni dei nomi che terranno compagnia ai più e meno giovani in questa maratona letteraria. Tre giorni di attività e performance in più luoghi della città: un evento che avrebbe potuto per ambizione, organizzazione e autori coinvolti, essere stato messo in piedi a Milano, Torino, Roma, Napoli o Palermo.

Incoraggiare l’amore per la lettura in un’epoca di molteplici stimoli digitali, educare alla lentezza di una storia che non si consuma (solo) per immagini ma grazie allo scorrere delle pagine, appassionare i più piccoli alla dimensione affabulativa di una lettura a voce alta non è semplice, soprattutto quando si vive in un territorio che spesso trova ostracismo da parte delle istituzioni che più dovrebbero promuovere iniziative lodevoli come questa. Ma siamo certi che gli incantautori andranno lontano, e contribuiranno con le loro storie a disegnarne una ancora più grande. Quella della rinascita.

Il programma dettagliato della manifestazione è consultabile cliccando qui.

Angela Vecchione


Torino, 8 novembre 2018
Società del Whist Accademia Filarmonica

Presentazione di Fratelli allo specchio (Mondadori) di Mariella Cerutti Marocco

La presentazione di un libro è il suo battesimo. Battesimo inteso come rito collettivo che segna il punto di separazione tra quello che era la storia prima di essere presentata al suo pubblico, e quello che sarà di lei dopo questo passaggio. Una nuova nascita.

Avviene sempre così. Centinaia di riti condivisi, ognuno calato nella propria atmosfera, con i suoi protagonisti, la sua platea di ammiratori curiosi o scettici. Ognuno con le sue parole.

Poi c’è il padre, o la madre come in questo caso.

Lo scrittore esordiente, quello affermato, quello dimenticato che cerca di essere ricordato: si prende parte alla sacralità della cerimonia profana con un carico di aspettative che, anche se a diverse longitudini, sono le medesime per tutti coloro i quali si siedono davanti ad un pc per raccontare una storia, sempre la stessa: la propria.

Non sfugge a questa ritualità la poetessa Mariella Cerutti Marocco al suo esordio come romanziera. E alla sua creatura letteraria riserva tutto il pregio di un battesimo grandioso, ricercato, elegante, con la stessa premura e attenzione che una madre riserverebbe al suo primo figlio, a lungo atteso. Desiderato.

Il portone della prestigiosa Società del Whist di Piazza San Carlo, i suoi saloni affrescati, la sua platea colta e il personale d’accoglienza hanno fatto da straordinaria cornice alla presentazione di Fratelli allo specchio, edito da Mondadori, avvenuta giovedì 8 novembre a Torino.

La serata viene moderata da Maurizio Cucchi che introduce relatori d’eccezione del calibro di Ernesto Ferrero e Gian Arturo Ferrari. Tre uomini che tra citazioni letterarie, divagazioni intellettuali e anche ricordi personali danno vita ad un’atmosfera colloquiale, quasi intima, per farci da guida nella storia immaginata dalla Cerutti Marocco. Così scopriamo che Ernesto Ferrero, direttore editoriale di Einaudi e Salone del Libro, da amico aveva in passato già consigliato alla scrittrice di non limitarsi all’eterno presente della poesia ma di immergersi nei ritmi della prosa. Così simile alla vita: i suoi prima e i suoi dopo. Provare a raccontare attraverso la struttura della narrazione. Gian Arturo Ferrari, manager e letterato tra i più potenti dell’editoria italiana, arriva a parlarci di una sonda interiore spietata per mezzo della quale l’autrice sceglie di indagare uno dei rapporti più complessi che esitano tra gli esseri umani: quello tra fratelli.

Una penna femminile in mezzo ad un universo di soli uomini. E funziona.

La storia di Davide e Marco si ambienta negli anni che seguono la seconda guerra mondiale, le loro vite corrono parallele durante infanzia e prima giovinezza, fino a quando l’intromissione delle rispettive mogli e soprattutto la competizione nell’azienda di famiglia li metterà uno contro l’altro. La rivalità provoca il dolore primordiale nella loro madre, Mamma Piccola, tratteggiata dalla Cerutti Marocco come l’angelo del focolare, il porto sicuro, l’ancora di salvezza su cui approdano i turbamenti dell’uno e la durezza dell’altro. La tensione drammatica crescerà attraverso la malattia di Davide, il riavvicinamento del fratello, la deriva nella vita affettiva di Marco. Sebbene la vicenda venga quasi svelata tutta nel suo intreccio narrativo, non perdiamo la curiosità di leggerla, come se il classico spoiler non corresse il rischio di compiersi fino in fondo perché più dello sviluppo incuriosisce il punto di vista, più dell’azione la voce narrante, più del finale il tema di fondo.

“Ci si sarebbe potuti aspettare un romanzo sull’infanzia, in letteratura i bambini vengono generalmente bene!” Chiosa Ferrero commentando la scelta di raccontare una storia che riserva al lettore note di meschina crudeltà, a prima vista stonate rispetto alla figura garbata della Marocco Cerutti. “L’autrice ha ricavato parte della crudeltà che le serviva da The Master of Ballantrae di Stevenson.” Risponde Ferrari.

L’autrice legge con pacata eleganza passi del libro, accompagnandoci tra le pagine con il suo registro linguistico misurato, coerente all’atmosfera in cui si muovono i capitoli che sanciscono le vite di Davide e Marco. Il suo tono rassicurante ci riporta ad una narrazione antica e orale.

Il rito collettivo è compiuto, la miccia della curiosità innescata, la parabola della rinascita letteraria ormai completata.

Gli ospiti ricevono una copia del romanzo in omaggio e vengono invitati nei saloni per un cocktail di augurio.

Cin cin al festeggiato.

Angela Vecchione