Torino, 11 marzo 2019
Polo del ‘900

Fukuyama al Polo del ‘900 parlando di identità


Era il 1992 quando veniva pubblicato La fine della storia e l’ultimo uomo libro che rese celebre il politologo Francis Fukuyama, oggi tra gli studiosi di politica più stimati al mondo. La sua diagnosi di allora si è rivelata corretta: la democrazia liberale ha vinto, ma sono rimaste due minacce, il nazionalismo e l’estremismo religioso.

Nel suo nuovo lavoro, Identità, edito da UTET, Fukuyama pone quesiti di grande attualità quali la nascita del populismo, l’odio e l’aggressività gratuita che sempre più spesso fanno dei social media i mezzi di comunicazione post moderni super-conduttori degli istinti verbali più primitivi. Si chiede inoltre come mai le classi meno abbienti oggi si sentano così distanti dalle politiche di sinistra, le stesse politiche che un tempo avrebbero accolto e incanalato i bisogni proletari dando loro voce; intercettando il loro senso di appartenenza.

Nella sua conversazione con Maurizio Molinari al Polo del ‘900, luogo polivalente in una Torino sempre più capitale del libro, quest’incontro ha dato il via alla lunga e ricca catena di eventi che scandiranno il conto alla rovescia per il Salone Internazionale del Libro giunto alla sua 32° edizione. Presente per introdurre l’incontro anche Nicola Lagioia, direttore editoriale del 2019.

Con il garbo delicato che solo una genetica giapponese è in grado di attribuire, Fukuyama risponde alle domande di Molinari prima e del pubblico poi snocciolando le sue riflessioni su temi che sono molto sentiti, parte di un dibattito politico quotidiano e acceso. Esordisce affermando quanto sia interessante per uno scienziato della politica come lui osservare la situazione italiana, la gestione del potere da parte di una coalizione che, sull’emotività di un elettorato non più soddisfatto dalle risposte dei partiti tradizionali, ha siglato (e forse sigillato) la sua alleanza.

Quello che Fukuyama ci restituisce attraverso la sua lente di ingrandimento è una chiave di interpretazione del presente. Un hic et nunc fatto di concetti come l’istinto, la dignità, l’autostima. Il primo rappresenta il motore che spinge ad un’azione di pancia più che di testa, rintracciando nelle istanze populiste la sua forma espressiva più spontanea. La dignità, come quella che un leader politico potrebbe dichiarare sia stata offesa da sorde parti politiche mobilitando seguaci attorno a questa convinzione. Quest’esigenza di dignità che porta al terzo indicatore emotivo: l’affermazione di sé. Un bisogno, ancestrale potremmo azzardare, che però nelle moderne economie mondiali pare essere stato trascurato dai partiti tradizionale. Perché?

Per Fukuyama la risposta a questo senso di inadeguatezza che ormai fa parte della fisionomia delle sinistre, sempre più votate a ruoli di opposizione, sta nel fatto che la classe media delle società democratiche sente di aver perso. In termini di potere economico, di opportunità lavorative, di accesso ad un tipo di formazione che sia davvero funzionale ai ruoli ricercati da una società in costante evoluzione.

Dai grandi contesti urbani, popolati da individui che sono parte di un’economia globale, ai piccoli centri rurali, abitati da persone che sentono più affinità con i valori tradizionali di una dimensione locale che spesso non lascia molto in termini di crescita e di opportunità, per Fukuyama le macro-categorie sociali sono sempre più agli antipodi. Tra questi due poli opposti le élite non hanno saputo trovare mediazione. L’arretratezza periferica del secondo gruppo è rimasta inascoltata, fino a quando si è sentita resuscitata dalla politica del risentimento.

Molinari incalza chiedendo una cosa che probabilmente vorremmo sapere tutti, ovvero quale sarebbe nel nostro tempo una nuova declinazione di stato sociale. Quale modello di Good State dovremmo adottare per fare in modo che il bisogno di ascolto di questi individui venga accolto. E soddisfatto in chiave positiva. Per Fukuyama una soluzione non può prescindere dal saper porre attenzione ai bisogni veri della gente. Bisogni che non si traducono solo in provvedimenti tangibili, come la sanità pubblica, le pensioni, un sostegno al reddito, ma anche in azioni che migliorino la tranquillità sociale, riducendo la percezione di minaccia culturale che i flussi migratori apporterebbero, adottando provvedimenti che facilitino l’accesso alle nuove tecnologie. Questi sono due aspetti di primaria importanza perché rappresentano soluzioni strategiche intangibili ma necessarie per la formazione di una società democratica migliore, alla quale non serve più da tempo il simbolismo di precetti religiosi o l’identificazione in gruppi etnici per sentirsi parte del tutto. Una proiezione di appartenenza, la sua, basata su valori come le idee, la condivisione di valori, la costituzione. Una società democratica che non necessita di un reddito di cittadinanza per contrastare la povertà, ma una formazione adeguata per entrare in un mercato del lavoro caratterizzato da tecnologie nuove, da sfida costante ed evoluzione inarrestabile.

Fukuyama chiude il suo intervento con un postulato che non trovo fuori luogo definire poetico. Ci parla di Casa Emotiva. Quella identità europea che dovrebbe riunire i suoi individui non sotto il colore di una stessa bandiera né tenerli distinti nei confini dei singoli stati nazionali. La casa emotiva è quando, pur con le diverse peculiarità, senti di appartenere ad una comunità perché condividi con i tuoi simili la stessa visione del futuro, la stessa apertura mentale, la stessa idea di stato democratico. Tutte cose che con il simbolismo della fede e il colore della pelle non hanno nulla a che fare.

Angela Vecchione

Torino, 6 marzo 2019
Murazzi Student Zone

Prima Conferenza Stampa della 32° edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino

La 32° edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino inizia oggi il suo conto alla rovescia e lo fa con una conferenza stampa effervescente e ricca di stimoli al Murazzi Student Zone, uno spazio che potrebbe sintetizzare tra le sue mura in stile post industriale e la sua ubicazione sulla sponda del Po un incontro tra vecchio e nuovo, tra tradizione e futuro.

Nei saluti e nei ringraziamenti di rito da Silvio Viale, presidente Associazione Torino, la Città del Libro, a Maurizia Rebola e Giulio Biini, rispettivamente direttrice e presidente della Fondazione del Circolo dei Lettori, che guideranno il comitato organizzatore, si avverte tutta la fatica e lo sforzo congiunto di enti istituzionali e soprattutto privati nell’aver fatto in modo che il Salone del Libro restasse a Torino, dopo che il 24 dicembre scorso il marchio della kermesse fu aggiudicato all’asta dalla cordata di fornitori finanziata dalle fondazioni bancarie.

Dopo la parte più istituzionale la parola passa a Nicola Lagioia, direttore editoriale del 2019 che nel suo incedere senza sosta ci racconta quale sarà l’impalcatura che reggerà l’anima di questa edizione, lo spirito da anno 0 che ne direzionerà gli intenti.

Il tema di quest’anno è Il gioco del mondo è il tema, un gioco che vede nella cultura un passe-partout in grado di abbattere muri, valicare confini, unire popoli lontani, anche quando geograficamente non lo sono. Come fa il lettore del romanzo più celebre di Julio Cortázar, scrittore che sull’incontro fra culture ha plasmato il suo occhio critico, invitando all’avventura, alla ribellione, alla fuga. Partendo da tale presupposto si è immaginato per quest’appuntamento non più un paese ospite, ma una lingua ospite: lo spagnolo. La terza lingua più parlata al mondo per numero di persone, la seconda per diffusione. Perché lo spirito è quello che se un paese può avere dei confini, la lingua e la cultura no. Così, dal 9 al 13 Maggio 2019 Torino sarà la capitale mondiale degli autori di lingua spagnola provenienti dalla penisola iberica e dal latino America. Una comunità di scrittori hispanohablantes che incontreranno il pubblico non solo al Lingotto ma anche all’Oval, che con i suoi 13000 mq (in sostituzione del 5° Padiglione) ospiterà nel suo cuore una sala La Plaza de los Lectores, con biblioteca, libreria, uno spazio dedicato a istituzioni e rappresentanze dai Paesi.

La regione focus sarà le Marche; la città Sharja, capitale di uno dei sette emirati che compongono gli Emirati Arabi e capitale mondiale del Libro 2019.

Potremmo raccontare dei primi grandi nomi che apriranno il Salone, come Fernando Savater, uno dei più importanti intellettuali spagnoli coevi, o di ospiti illustri come Wole Soyinka, Nobel per la Letteratura 1986, attivista e scrittore nigeriano di etnia yoruba; potremmo svelarvi che quest’anno nei cinque giorni di rassegna si celebreranno importanti anniversari come la nascita di Primo Levi e quella di J.D. Salinger o la morte di Jack Kerouac, o che molte case editrici festeggeranno il compleanno a cifra tonda, 50 per Sellerio, 40 per e/o, 25 per Fazi e minimum fax, 20 di Fandango Libri.

Potremmo dirvi tutto quello che un programma dettagliato farà da aprile meglio di noi ora.

Ma quello che ci preme sottolineare adesso è quanta adrenalina ci abbia trasmesso questa presentazione, così densa di appuntamenti, di collaborazioni, di sinergie. Quanta positività ci abbia regalato la constatazione che in un momento di profonda rabbia sociale e di antitesi tra popolo ed élite un appuntamento come il Salone del Libro sia in grado, come ha sempre fatto in passato, di mettere d’accordo davvero tutti, accomunati da qualcosa più grande capace di annientare differenze, assottigliare diversità.  

Ci preme descrivervi quanto colorato ottimismo si sia respirato tra gli addetti ai lavori e gli appassionati di questa kermesse sempre più internazionale. Così fiera di restare nella città che più di ogni altra merita di ospitarla. Libera di immaginare ancora mondi che sulla pagina, come nella vita di chi legge, sono ancora possibili.

Angela Vecchione

Torino, Salone del Libro 2019


Avellino, 1 marzo 2019
Circolo della Stampa

Conferenza stampa di presentazione di Incantautori in Città

Le città che non si arrendono. Sono quei piccoli centri dove l’emigrazione non ha estirpato la linfa vitale del bisogno di cultura, dove alle nuove generazioni si vuole promettere qualcosa che non siano solo sneakers firmate e vacanze a quattro stelle, dove se l’economia reale gira a rilento, il bisogno di emancipazione per stare al passo con i grandi centri urbani ruota con insospettabili spirali di effervescenza.

Succede ad Avellino. Città spesso dichiarata morta culturalmente dai suoi stessi cittadini, bistrattata, snobbata, finanche ripudiata da chi, deluso, l’ha lasciata giurando di non tornarci a vivere. Eppur si muove, chioserebbe Galileo Galilei se rimettesse piede sulla terra, irpina.

Ed è proprio qui, che tra l’8 e il 10 marzo 2019 vedrà la luce la prima edizione di un festival dedicato alla lettura e ai bambini, ragazzi, studenti, docenti e famiglie. Incantautori in città questo il titolo della manifestazione pensata dall’associazione Ebbridilibri, presieduta dall’insegnante Marina Siniscalchi, che a un declino del sapere non c’è stata e questa iniziativa, insieme alle co-fondatrici Antonella e Marirosa, l’ha fortemente voluta. Si è prefissa un duplice obiettivo la caparbia Marina: quello di promuovere la lettura come piacere, per diffonderne l’interesse tra i bambini e i ragazzi dei vari gradi di scuola, e quello di sostenere le competenze di docenti, librai, bibliotecari e operatori culturali per informarli sulle ampie proposte editoriali della narrativa contemporanea.

Tra spettacoli con l’incantautore, in cui si daranno vita a lezioni comico-teatrali insieme a musicisti, illustratori e attori, workshop di scrittura, letture ad alta voce e incontri con gli autori, il programma si presenta ricco e dettagliato. Gli autori per ragazzi David Conati, Ornella della Libera, Antonio Ferrara, la giornalista de Il Mattino Donatella Trotta sono solo alcuni dei nomi che terranno compagnia ai più e meno giovani in questa maratona letteraria. Tre giorni di attività e performance in più luoghi della città: un evento che avrebbe potuto per ambizione, organizzazione e autori coinvolti, essere stato messo in piedi a Milano, Torino, Roma, Napoli o Palermo.

Incoraggiare l’amore per la lettura in un’epoca di molteplici stimoli digitali, educare alla lentezza di una storia che non si consuma (solo) per immagini ma grazie allo scorrere delle pagine, appassionare i più piccoli alla dimensione affabulativa di una lettura a voce alta non è semplice, soprattutto quando si vive in un territorio che spesso trova ostracismo da parte delle istituzioni che più dovrebbero promuovere iniziative lodevoli come questa. Ma siamo certi che gli incantautori andranno lontano, e contribuiranno con le loro storie a disegnarne una ancora più grande. Quella della rinascita.

Il programma dettagliato della manifestazione è consultabile cliccando qui.

Angela Vecchione


Torino, 8 novembre 2018
Società del Whist Accademia Filarmonica

Presentazione di Fratelli allo specchio (Mondadori) di Mariella Cerutti Marocco

La presentazione di un libro è il suo battesimo. Battesimo inteso come rito collettivo che segna il punto di separazione tra quello che era la storia prima di essere presentata al suo pubblico, e quello che sarà di lei dopo questo passaggio. Una nuova nascita.

Avviene sempre così. Centinaia di riti condivisi, ognuno calato nella propria atmosfera, con i suoi protagonisti, la sua platea di ammiratori curiosi o scettici. Ognuno con le sue parole.

Poi c’è il padre, o la madre come in questo caso.

Lo scrittore esordiente, quello affermato, quello dimenticato che cerca di essere ricordato: si prende parte alla sacralità della cerimonia profana con un carico di aspettative che, anche se a diverse longitudini, sono le medesime per tutti coloro i quali si siedono davanti ad un pc per raccontare una storia, sempre la stessa: la propria.

Non sfugge a questa ritualità la poetessa Mariella Cerutti Marocco al suo esordio come romanziera. E alla sua creatura letteraria riserva tutto il pregio di un battesimo grandioso, ricercato, elegante, con la stessa premura e attenzione che una madre riserverebbe al suo primo figlio, a lungo atteso. Desiderato.

Il portone della prestigiosa Società del Whist di Piazza San Carlo, i suoi saloni affrescati, la sua platea colta e il personale d’accoglienza hanno fatto da straordinaria cornice alla presentazione di Fratelli allo specchio, edito da Mondadori, avvenuta giovedì 8 novembre a Torino.

La serata viene moderata da Maurizio Cucchi che introduce relatori d’eccezione del calibro di Ernesto Ferrero e Gian Arturo Ferrari. Tre uomini che tra citazioni letterarie, divagazioni intellettuali e anche ricordi personali danno vita ad un’atmosfera colloquiale, quasi intima, per farci da guida nella storia immaginata dalla Cerutti Marocco. Così scopriamo che Ernesto Ferrero, direttore editoriale di Einaudi e Salone del Libro, da amico aveva in passato già consigliato alla scrittrice di non limitarsi all’eterno presente della poesia ma di immergersi nei ritmi della prosa. Così simile alla vita: i suoi prima e i suoi dopo. Provare a raccontare attraverso la struttura della narrazione. Gian Arturo Ferrari, manager e letterato tra i più potenti dell’editoria italiana, arriva a parlarci di una sonda interiore spietata per mezzo della quale l’autrice sceglie di indagare uno dei rapporti più complessi che esitano tra gli esseri umani: quello tra fratelli.

Una penna femminile in mezzo ad un universo di soli uomini. E funziona.

La storia di Davide e Marco si ambienta negli anni che seguono la seconda guerra mondiale, le loro vite corrono parallele durante infanzia e prima giovinezza, fino a quando l’intromissione delle rispettive mogli e soprattutto la competizione nell’azienda di famiglia li metterà uno contro l’altro. La rivalità provoca il dolore primordiale nella loro madre, Mamma Piccola, tratteggiata dalla Cerutti Marocco come l’angelo del focolare, il porto sicuro, l’ancora di salvezza su cui approdano i turbamenti dell’uno e la durezza dell’altro. La tensione drammatica crescerà attraverso la malattia di Davide, il riavvicinamento del fratello, la deriva nella vita affettiva di Marco. Sebbene la vicenda venga quasi svelata tutta nel suo intreccio narrativo, non perdiamo la curiosità di leggerla, come se il classico spoiler non corresse il rischio di compiersi fino in fondo perché più dello sviluppo incuriosisce il punto di vista, più dell’azione la voce narrante, più del finale il tema di fondo.

“Ci si sarebbe potuti aspettare un romanzo sull’infanzia, in letteratura i bambini vengono generalmente bene!” Chiosa Ferrero commentando la scelta di raccontare una storia che riserva al lettore note di meschina crudeltà, a prima vista stonate rispetto alla figura garbata della Marocco Cerutti. “L’autrice ha ricavato parte della crudeltà che le serviva da The Master of Ballantrae di Stevenson.” Risponde Ferrari.

L’autrice legge con pacata eleganza passi del libro, accompagnandoci tra le pagine con il suo registro linguistico misurato, coerente all’atmosfera in cui si muovono i capitoli che sanciscono le vite di Davide e Marco. Il suo tono rassicurante ci riporta ad una narrazione antica e orale.

Il rito collettivo è compiuto, la miccia della curiosità innescata, la parabola della rinascita letteraria ormai completata.

Gli ospiti ricevono una copia del romanzo in omaggio e vengono invitati nei saloni per un cocktail di augurio.

Cin cin al festeggiato.

Angela Vecchione