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Anno 0 | Numero 4 | Dicembre 1996

Essere matita è segreta ambizione.

Bruciare sulla carta lentamente

e nella carta restare

in altra nuova forma suscitato.

Diventare così da carne segno,

da strumento ossatura

esile del pensiero.

Ma questa dolce

eclissi della materia

non sempre è concessa.

c’è chi tramonta solo col tuo corpo:

allora più doloroso ne è il distacco.

da Ora serrata retinae

 

Ho spesso immaginato che gli sguardi

sopravvivano all’atto del vedere

come fossero aste,

tragitti misurati, lance

in una battaglia.

Allora penso che dentro una stanza

appena abbandonata

simili tratti debbano restare

qualche tempo sospesi ed incrociati

nell’equilibrio del loro disegno

intatti e sovrapposti come i legni

dello shangai.

da Nature e venature

 

Tu dormi accanto a me così io mi inchino

e accostato al tuo viso prendo sonno

come fa lo stoppino

da uno stoppino che gli passa il fuoco.

E i due lumini stanno

mentre la fiamma passa e il sonno fila.

Ma mentre fila vibra

la caldaia nelle cantine.

Laggiù si brucia una natura fossile,

là in fondo arde la Preistoria, morte

torbe sommerse, fermentate,

avvampano nel mio termosifone.

In una buia aureola di petrolio

la cameretta è un nido riscaldato

da depositi organici, da roghi, da liquami.

E noi, stoppini, siamo le due lingue

di quell’unica torcia paleozoica.

da Esercizi di tiptologia

 

DIFFAMAZIONI

A Pierpaolo Pasolini

 

Avrebbe minacciato un benzinaio

con la pistola carica

di un proiettile d’oro.

Cineasta e poeta, orafo e orco!

Ma cosa contestare a quest’accusa,

l’arma o la sua pallottola?

Santa Romana Chiesa o l’usignolo?

Quel colpo mai sparato traversa

la sua opera

piegandola ad un duplice ossimoro,

fantastico fantasma di violenza

e pietà, di sangue e alloro.

da Altre poesie

 

 

In circa sedici anni ho pubblicato tre raccolte di poesie, che adesso, con qualche inedito, ho riunito in un unico volume per Einaudi. Vederle tutte insieme, mi invita a dare un senso e un’intenzione che forse non hanno mai avuto. In ogni caso, è un gioco che mi attira: provare a riconoscere qualcuno da un identikit.

Il primo libro (Ora serrata retinae, Feltrinelli, 1980) avrebbe dovuto rappresentare un blocco unico, calcificato, senza vuoti. Il secondo (Nature e venature, Mondadori, 1987) è invece ripartito in dieci capitoli che offrono una sorta d’inventario, esprimendo un accentuato senso di movimento, spaesamento, confusione. Nel primo titolo i temi dominanti erano quelli della scrittura, del sonno, dello sguardo; nell’altro emerge piuttosto la presenza di oggetti tipici del nostro orizzonte quotidiano, tecnologico e degradato (monete e fotografie, telefoni e autobus). Insieme a tutto ciò, in entrambi i testi, si fa ricorso a pratiche come l’anagramma, il collage o il calligramma, testimonianza di una particolare attenzione al valore iconico della scrittura.

Ancora. Mentre Ora serrata retinae rappresenta la stasi e la concentrazione, Nature e venature intende collocarsi in un paesaggio che, al di là di un’apparenza luminosa e pacata (la linea, la venatura della pietra o dell’organismo), si rivela percorso dalla -continua minaccia di crolli, smottamenti, fratture (la natura notturna, celata nelle profondità geologiche): “Come se il fregio sempre / nascondesse lo sfregio”. Secondo un’ipotetica etimologia, ho cioè immaginato che dentro la dolce e rassicurante venatura incombesse la presenza muta e abissale della natura, e dietro azioni familiari o innocue si intravedesse in agguato il senso verticale e potenziale, tragico e contumace, del pericolo. Ma in questo gioco di parole ho anche cercato di proporre una possibile definizione della poesia stessa: la natura (cioè l’esperienza, il pensiero, l’emozione di chi scrive) letta attraverso le venature della pagina, vale a dire i suoi versi. Quanto al terzo volume (Esercizi di tiptologia, Mondadori, 1992), si tratta di poesie, traduzioni e prose. L’idea di riunirle nasce dall’interesse per un tipo di scrittura ibrido, contagiato, sporco, spurio. Non un modello di prosa poetica, dunque, bensì l’idea di un libro ornitorinco. Esercizi di tiptologia vive infatti della spiccata attrazione sia verso materiali non strettamente poetici (reportages e resoconti), sia verso tecniche e forme compositive tradizionalmente associate a un genere basso (poesia d’occasione e testi su committenza). È la spola dei versi scardinata, la molla rotta, la macchina inceppata, il vecchio giradischi che si incanta e seguita a girare rimando con se stesso. Dietro a tutto, sta un comune sentimento dell’infanzia, anzi, per meglio dire presentimento, al modo in cui si parla di un pericolo. C’è una frase che mi ossessiona da tempo come una specie di algoritmo psichico. Difficile da tradurre, io la intendo così: “Più noi proviamo a guardarla da vicino, più lei ci osserva da lontano. “Il suo autore, Karl Kraus, si riferiva alla parola e alla sua potenza estraniante. A me invece, in un primo momento, è venuto spontaneo applicarla all’espressione che provoca in noi lo sguardo di una bestia. Mi sbagliavo. In verità si trattava dell’infanzia: “Pìù noi tentiamo di guardarla da vicino, più lei ci osserva da lontano.” Ma l’infanzia, la bestia, la parola, non abitano forse nella stessa regione, alla stessa, remota distanza da noi?

Valerio Magrelli

Tutto su Valerio Magrelli

http://www.einaudi.it/libri/autore/valerio-magrelli/0002302

 


 

Questo articolo è stato ripubblicato (con grafica diversa)
nel numero 12 di exlibris, settembre 1998