Premessa

Ti hanno uccisa come si uccidono le farfalle,
e l’alba ha pregato per te,
poiché da una fossetta sulla tua guancia sorge il giorno.
Ti hanno uccisa, affinché l’aurora non torni mai più,
affinché restiamo al buio, senza vedere.
Hanno detto che minacciavi il paese
con una cintura esplosiva in vita.
Solo io
sapevo
quanto amavi
le cinture di rose

Haidar al-Ghazali, Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, Fazi, Roma, 2025, p. 109

Perché gli assassini temono i poeti? Non eri un combattente. Non portavi armi. Scrivevi parole su carta. Eppure, tutta la potenza dell’esercito israeliano e dei servizi di intelligence è stata mobilitata per venirti a stanare.
(Chris Hedges, Lettera a Refaat Alareer, in Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 120)

A leggere con attenzione un’opera dirompente come Il loro grido è la mia voce[1] si comprende perché la poesia possa essere pericolosa, perché si possa premeditare di uccidere un poeta, perché la poesia sublime, la poesia che non può badare alla cura estetica tra le bombe, le macerie, la fame, la disperazione, il genocidio, scuote, commuove, fa provare la stessa disperazione di un popolo martoriato nell’indifferenza quasi delle cancellerie occidentali, seppure con l’affetto, la partecipazione emotiva, il sostegno dei popoli di tutto il mondo.

Che la democrazia abbia fallito lo si coglie da questo, da come ci sia un tale scollegamento tra la volontà popolare e i calcoli e le strategie dei “potenti” da rendere incomprensibile invocare la volontà popolare solo quando interessi ai governanti e non quando stia a cuore al popolo “sovrano”.

I popoli chiedono pace e giustizia per Gaza, per i palestinesi, ma i Governi balbettano o tacciono.

Questa poesia è pericolosa perché dice semplicemente la verità, e lo dice con una immediatezza sublime che sconvolge, commuove, ti rende diverso, ti restituisce umanità.

Mentre si discute di cose futili, le solite questioni “balneari” all’italiana, queste poesie ci richiamano ad un’umanità annientata con la nostra silente complicità. E non avremo scusanti, quando, un giorno, ci chiederanno spiegazioni, lo faranno i nostri bambini e noi non potremo dire che non sapevamo, che non potevamo, che non credevamo.

Per Dareen, Hend, Ni’ma, Yousef, Ali, Marwan, Yahya, Heba, Haidar, Refaat, la poesia diventa vita, la poesia diventa ragione di vita.

Perciò, le riflessioni che seguono, seppure scritte da un “consumato” filologo (classico, in gioventù, di letteratura italiana, nel corso della maturità), non necessitavano di particolare acribia, perché si tratta di una poesia “innocente”, che parla da sola, perché scritta da un popolo “innocente”.

Per chi volesse approfondire la poesia palestinese, potrà trovare prezioso materiale nella Nota dei curatori.[2] A noi interessava esclusivamente adesso dare voce a questi poeti per dare voce a Gaza e per raccontare il genocidio.

Poesia di lotta e di speranza

La rapida e sistematica distruzione di università, scuole, centri culturali e siti archeologici rivela uno degli aspetti più tragici di questo genocidio: la sua premeditazione.
(Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 114)

In un periodo storico come l’attuale, soprattutto negli ultimi mesi, la retorica dell’Occidente ha subito un’accelerazione, che non aveva precedenti forse dalla caduta del muro di Berlino e dalla dissoluzione dell’URSS. Da allora, almeno nel “vecchio Continente” (che non è l’Africa, ma l’Europa), alla retorica dell’Occidente si era in genere preferita quella dell’Unione europea, di un’unità nella diversità, della realizzazione della società più competitiva e inclusiva del Pianeta, promuovendo la crescita sostenibile, l’innovazione e la coesione sociale, così da poter competere con le Superpotenze e con i Paesi emergenti.

La retorica dell’Occidente, forse più comprensibile un tempo, quando vi erano i blocchi contrapposti della “Guerra fredda”, oggi risulta particolarmente artificiale sia perché l’Occidente è diviso quasi su tutto sia perché le stesse politiche sovraniste e nazionaliste, innanzi tutto di Trump, hanno messo bene in evidenza che le alleanze sono saltate e gli stessi Stati Uniti sono divenuti un problema non solo per il resto del mondo, ma anche per l’Europa e per l’Italia, i suoi vecchi alleati.

La situazione è sin troppo chiara, dunque non necessita di alcun approfondimento.

All’interno dell’Occidente è stato incluso anche Gerusalemme e lo Stato di Israele, che assumono, nella retorica attuale, un ruolo centrale e non secondario, non solo per ragioni geopolitiche (perché rappresentano il baluardo estremo all’Oriente), ma anche perché gli interessi economici in gioco sono rilevanti, nonché quelli politici (la destra israeliana è sostenuta dalle destre occidentali). A queste ragioni se ne aggiungono altre non dichiarate quali: la volontà inespressa ma chiara di arrivare ad uno “scontro di civiltà” e un malcelato razzismo, coerente con il “sovranismo bianco”.

Sono tutti ingredienti di cui si sostanzia quotidianamente la retorica trumpiana, che trova non pochi corifei anche nel panorama politico italiano.

Un altro aspetto di questa “guerra di civiltà”, condita da un inevitabile razzismo culturale, è rappresentato dalla cancellazione, una sorta di “damnatio memoriae”, della cultura palestinese perpetrata scientemente nel corso della distruzione sistematica della Striscia di Gaza.

È sufficiente leggere il libro Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza già citato, di cui si consiglia l’acquisto, anche perché 5 euro di ogni copia venduta sarà devoluto a Emergency “per le sue attività di assistenza sanitaria a Gaza” per comprendere bene il senso di questa “damnatio”.

Andiamo per ordine e tentiamo di chiarire alcuni aspetti rilevanti.

Nella breve ed essenziale Prefazione Ilan Pappé non solo sottolinea la centralità della poesia nella cultura araba, ma anche come questa abbia sostituito la voce di politici e attivisti a causa della repressione e della censura (p. IX) oppure per celebrare le piccole-grandi vittorie di liberazione e resilienza o ancora per dichiarare il proprio essere umani (p. X), tra il silenzio e l’indifferenza dell’Europa.

Nell’Introduzione. Una casa di versi, a firma di Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini e Leonardo Tosti, i curatori stigmatizzano la voluta ignoranza della cultura palestinese da parte dei propri “vicini”, ma anche del resto dell’Occidente:

Ilan Pappé ha ricordato una volta quella domanda elementare che Edward Said rivolse ad Amos Oz nel corso di un confronto politico. Said – esule prima in Egitto e poi negli Stati Uniti – aveva domandato il nome di un filosofo o uno scrittore arabo e palestinese, ma a quell’interrogativo il letterato israeliano ammetteva di non avere risposte. Beninteso, non perché non esistessero scrittori e filosofi palestinesi quanto perché, già allora, sistematicamente ignorati. I palestinesi erano – e sono tuttora – vittime di un’apartheid talmente radicata da essere esclusi anche dall’essenziale dimensione poetica.[3]

Tale “damnatio memoriae” della poesia avviene accanto alla distruzione di scuole, università, di luoghi sacri, di opere d’arte, all’uccisione o persecuzione di giornalisti, di librai, di scrittori e di intellettuali, configurandosi come una parte non irrilevante della “pulizia etnica” sistematica di questi anni.[4]

Proprio per tale ragione un libro come Il loro grido è la mia voce diventa fondamentale per non lasciare che questi versi siano annientati dalle bombe e dalle stragi, che possano sopravvivere oltre le pubblicazioni estemporanee della Rete e possano divenire momenti essenziali della storia umana.

Non si tratta di poesie che avrebbero trovato il consenso del gusto alessandrino o di cenacoli letterari e accademie troppo legati al labor limae, perché spesso sono scritte al momento, tra le bombe, le morti, le macerie, per raccontare in presa diretta la catastrofe, l’“istante” (pp. 8, 10).

Solo per la testimonianza, ma anche per la forza della parola, di chi vive ogni giorno la morte o l’ha subita, queste poesie, ancora per scomodare Orazio, sono un monumentum aere perennius, perché cantano una verità, che dobbiamo ascoltare e dobbiamo ripetere e divulgare.

Dobbiamo leggerli, questi poeti, perché “dove la loro poesia vivrà i palestinesi resisteranno”.[5]

Questo libro, che vuole essere un messaggio di pace, è rivolto anche “agli ebrei della diaspora, alla vera tolleranza di chi, dopo Auschwitz, ci ha ricordato di dover spostare – come aveva scritto Primo Levi – il proprio baricentro al di fuori di Israele”.[6]

È una dichiarazione di resistenza, di resistenza “fintanto che il mondo non saprà leggere la tragedia immane di Gaza, per riportare la sua gente – dal Giordano al Mediterraneo  –  dentro la Storia”.[7]

Il libro raccoglie i versi di dieci poeti (Hend Joudah, Ni’ma Hassan, Yousef Elqedra, Ali Abukhattab, Dareen Tatour, Marwan Makhoud, Yahya Ashour, Heba Abu Nada, Haidar al-Ghazali, Refaat Alareer), due dei quali (Abu e Alareer) uccisi rispettivamente nell’ottobre e nel dicembre 2023. Hend, Ni’ma, Yousef, Heba, Haidar, sono ancora “impegnati a sopravvivere all’assedio di Gaza” (p. 11).

Di Hend Joudah si pubblica una sola lunga poesia (p. 15), una poesia narrativa, che racconta uno stato d’animo, il sentimento della colpa che si prova nell’essere ancora poeti a Gaza. Vengono in mente i versi di Quasimodo che dichiaravano l’impossibilità a “cantare”:

Come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?

Hend non si sofferma sull’impossibilità di non scrivere versi, ma sulla possibilità di scriverli nonostante tutto, quasi a voler dichiarare l’inutilità di questa testimonianza di verità e di vita. Al contrario di Quasimodo, che non può scrivere, o dichiara di non poterlo fare e in realtà lo fa, la poetessa si apre al dolore dell’umanità sofferente, che la circonda, e che coinvolge l’intera Natura in questa polverizzazione della vita:

Cosa significa essere poeta in tempo di guerra?
Significa chiedere scusa,
chiedere continuamente scusa, agli alberi bruciati,
agli uccelli senza nidi, alle case schiacciate,
alle lunghe crepe sul fianco delle strade,
ai bambini pallidi, prima e dopo la morte
e al volto di ogni madre triste,
o uccisa!

(Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 15)

La colpa principale risiede nel fatto di essere ancora vivi, di poter ancora pensare, respirare, di poter ancora prospettare una possibilità e non disperarsi soltanto, quasi di non essere impietriti di fronte ai volti pallidi di morte dei bambini e delle madri.

Non è solo colpa, è anche vergogna, quella della poetessa, come chiarisce nella strofa successiva, che sembra richiamare indirettamente un’altra celebre poesia, di Primo Levi, che ogni lettore ricorderà.

Leggiamole insieme:

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Queste parole oggi le potremmo ripetere per i palestinesi.

Ed ecco la seconda strofa di Hend:

Cosa significa essere al sicuro in tempo di guerra?
Significa vergognarsi,
del tuo sorriso,
del tuo calore,
dei tuoi vestiti puliti,
delle tue ore di noia,
del tuo sbadiglio,
della tua tazza di caffè,
del tuo sonno tranquillo,
dei tuoi cari ancora vivi,
della tua sazietà,
dell’acqua disponibile,
dell’acqua pulita,
della possibilità di fare una doccia,
e del caso che ti ha lasciato ancora in vita!
Mio Dio,
non voglio essere poeta in tempo di guerra.

(Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 15)

Entrambi, Hend e Primo, assolvono allo stesso dovere, che accomuna gli ebrei della Shoah e i palestinesi di Gaza, assolvono al dovere della memoria, trasmesso con delicatezza, a bassa voce, ma mentre Levi si rivolge agli uomini perché non dimentichino, Joudah non vorrebbe essere poeta “in tempo di guerra” non perché non vuole scrivere versi, ma perché non vorrebbe scriverli “in tempo di guerra”: vorrebbe che questo sterminio finisse adesso, subito.

Vergogna e colpa diventano poesia.

Citavo Quasimodo e Primo Levi non a caso, le sofferenze sono le stesse, il dolore lo stesso, la persecuzione la stessa di quella raccontata ottant’anni fa.

Entriamo poi nella vita di una madre-poetessa, che deve pensare alla sopravvivenza dei propri figli, valutando i luoghi, i pericoli, i rischi, mettendo in campo l’esperienza per garantire di vedere la luce il giorno dopo.

Così Ni’ma Hassan ci consegna una testimonianza, che sconvolge, perché si spera in una morte insieme, senza scampo e superstiti:

All’inizio di ogni guerra raccolgo i miei bambini intorno a me e comincio a preparare la stanza-fortezza.
O almeno vorrei che così fosse. Scelgo una stanza con il soffitto di cemento. I tetti in lamiera di amianto o di zinco, quando vengono giù, non uccidono in un colpo solo. Si lasciano rimpianti alle spalle. Il cemento invece ha potere su tutti gli abitanti della stanza. Crolla in un colpo solo, senza lasciare dietro di sé alcuno spazio per i rimpianti.
(Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 17)

Ed ecco la poesia, che racconta

Una madre a Gaza non dorme …
Ascolta il buio, ne controlla i margini, filtra i suoni uno ad uno
per scegliere una storia che le si addica,
per cullare i suoi bambini
E dopo che tutti si sono addormentati,
si erge come uno scudo di fronte alla morte
Una madre a Gaza non piange
Raccoglie la paura, la rabbia e le preghiere nei suoi polmoni,
e attende che finisca il rombo degli aerei,
per liberare il respiro
Una madre a Gaza non è come tutte le madri
fa il pane con il sale fresco dei suoi occhi …
e nutre la patria con i suoi figli.

(Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 19)

Fare “il pane con il sale fresco dei suoi occhi” non è una bellissima metafora, purtroppo, ma descrive la madre che piange e si dispera, mentre la farina è bagnata dalla scarsa acqua e dalle molte lacrime di mamma.

In questo canzoniere ideale protagoniste sono le madri, protagonisti sono spesso i bambini, ma ritorna ancora, insieme alla sofferenza dei piccoli, l’impossibilità o difficoltà a scrivere poesie nel dramma della distruzione, del genocidio, dell’annientamento della stessa Natura.

È il caso ancora di Yousef Elqedra, che sulla linea di Hend Joudah, ma con un significato più vicino a Quasimodo (anche nell’incipit), irrompe, introducendo la nota politica della “neutralità viscosa”, dell’“impotenza svelata”, del “servilismo verso l’America”, da cui l’UE non è immune:

Posso scrivere una poesia
con il sangue che sgorga,
con le lacrime, con la polvere nel mio petto,
con i denti della ruspa, con le membra smembrate,
con le macerie dell’edificio, con il sudore della protezione civile,
con le urla delle donne e dei bambini,
con il suono delle ambulanze, con i resti di un albero che amo,
con tutti questi volti che cercano i loro dispersi,
con la voce del bambino Anas sotto le macerie che dice: “Sono ancora vivo”,
con i corpi senza lineamenti,
con l’attesa, l’attesa, e ancora l’attesa!
Posso scrivere una poesia con il fragore del tradimento,
con il silenzio nudo,
con la neutralità viscosa, con l’impotenza svelata,
con il servilismo verso l’America.
Cosa può una poesia?

(Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 23)

Yousef introduce anche il tema dell’inutilità della poesia, che non può fermare la strage.

Ma noi vorremmo smentirlo, ringraziandolo e invitandolo a scrivere ancora. Anzi lo smentiscono i fatti, perché i poeti fanno “paura” a chi vuole cancellare le tracce delle stragi.

In questi poeti, la loro voce non è mai rassegnata, anzi testimonia con caparbietà la volontà di continuare a lottare sempre, di resistere sempre, come in questo componimento che descrive un attacco aereo dell’IDF, che causò la morte di ventidue persone, tra cui otto bambini, e la distruzione di quaranta tende nella “zona umanitaria” di al-Mawasi – Khan Yunis:[8]

Il vento scuote la tenda.
La tenda abbraccia la pioggia,
e la pioggia lava via tutto,
ma non la memoria di chi ci vive.
Così la tenda rimane in piedi,
a testimoniare che la fragilità
è l’altro volto del Sumūd.

dove per Sumūd si intende “fermezza”, “perseveranza incrollabile”, resilienza, resistenza, determinazione di fronte alle avversità[9].

Ali Abukhattab vive esiliato in Norvegia, a seguito delle minacce subite da Hamas. Il suo verso si abbandona ad una speranza messianica, una speranza che sembra una “profezia”:

Non fermarti sul ciglio dell’inno …
Li vedo avvicinarsi alla tua eco
Li vedo insinuarsi dalle membra della tosse
Fuggi
Segui la profezia del vento

(Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 23)

Qui la poesia – ma abbiamo pochi elementi per affermarlo chiaramente – assume una funzione rasserenatrice e la volontà di continuare a vivere e a guardare al futuro.

Ancora più “significativa” la biografia di Dareen Tatour, poetessa e fotografa, incarcerata per la poesia Resisti o popolo mio, resisti loro, perché avrebbe incitato al terrorismo, sulla scorta di una traduzione scorretta in ebraico del componimento, eseguita da un “poliziotto israeliano” (sic), e di un tribunale che ha negato (sic) il carattere poetico dell’opera.[10]

La poesia vincerà sui proiettili, la poesia sfida la violenza:
I vostri proiettili sono mortali
E nell’inchiostro della mia penna c’è vita
Le vostre armi saranno annientate
E la poesia rimarrà viva

(Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 33)

Questi sono i versi della poesia (1) Allucinazione incitante alla violenza e al terrorismo, titolo beffardo di sfida nei confronti di chi pratica la violenza, ma anche di monito: perché i veri deboli sono loro, che sanno usare la violenza, non il poeta che ha verità e vita dalla sua parte.

Il “democratico” Stato d’Israele, oltre ad usare sistematicamente la violenza, nega in carcere la vita e la luce e l’inchiostro e la carta e le penne, proprio perché vuole impedire la poesia, la libertà, la memoria.

Ecco (2) Allucinazione di una prigioniera in isolamento:

Non c’è luce nella mia prigione
Né sole né finestra
Non c’è nulla qui
Tranne il carceriere … una porta e le manette
Ho chiuso gli occhi ed è giunta la luce
L’amore in prigione è la mia libertà
E la passione nella mia prigione è cielo
Sono in isolamento
E le penne sono vietate
Né inchiostro né carta
Il cuore scrive memorizza i versi
La poesia in prigione è luce e fuoco
La poesia nella mia prigione
È nutrimento
È acqua e aria

(Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 33)

La poesia lenisce il dolore, la sofferenza anche di chi la pratica, perché dà speranza di vita, di libertà, di sopravvivenza.

In Un attimo prima della morte ribadisce:

[…] Scrivere in guerra è una morte rapida
In essa c’è vittoria e c’è suicidio
E c’è salvezza

(Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 39)

La violenza non prevarrà, perché dalla violenza si genera “resistenza” e “volontà”:

Scriverò
Dalle tenebre delle caverne
Forse potrò risuscitare il fiore del mattino
Perché la poesia
È come il filo delle spade
Come il tuono del cielo
Perché tutti i proiettili che hanno sparato
Per soffocare le parole
Per uccidere la nostalgia, per uccidere l’antico e il nuovo
Per il nostro annientamento
Aumentano la resistenza
Rafforzano la volontà

(Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 39)

Si tratta di poesia d’impegno civile, non per scelta, ma per necessità, perché, come osserva Marwan Makhoul,

Per scrivere una poesia non politica
devo ascoltare gli uccelli,
e per sentire gli uccelli
bisogna far tacere gli aerei da caccia

facendo eco a Mahmud Darwish, uno dei massimi poeti palestinesi del ‘900, che aveva scritto:

Quando i caccia scompaiono, le colombe spiccano il volo
bianche, bianche, a lavar la gota al cielo
con ali libere riprendono lo splendore e il possesso
dello spazio e del gioco.

(Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., pp. 41, 55)

Anche per Marwan la poesia è strumento di denuncia, di testimonianza, di memoria (New Gaza, pp. 44-46), seppure i poeti “sono lenti” e non riescono a tenere il passo del “massacro / che corre come una lepre” (p. 45).

In Versi senza casa il poeta ribadisce ancora la forza della poesia e la speranza nella poesia:

E anche tu, poesia mia, morirai sicuramente,
eppure scriverò
e possa tu vivere anche solo un po’
dopo di me

(Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 49)

La rassegnazione non vince mai, permane la volontà di resistere e di dire una verità certa:

Anche se gli occidentali hanno derubato gli orientali,
non potranno mai privarli
della vista del sole che sorge

(Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 49)

Yahya Ashour preferisce compiere una recisa condanna del nostro “mondo bianco”, che ipocritamente chiede di porgere “l’altra guancia” e di ringraziare chi ha ucciso i figli di Gaza; al contempo condanna l’indifferenza del mondo di fronte al genocidio (Porgi l’altra guancia, pp. 59-61):

Gioisci, o Gaza:

non siamo più uccisi mentre il mondo dorme.
Il mondo è ben sveglio: balla e canta.
Alcuni leggono le nostre notizie,
solo quelle che possono reggere.
Pochi manifestano nei ritagli di tempo.
E il nostro mondo arabo, sui carboni ardenti,
aspetta che passino mille e una notte,
perché tu, o Gaza, salvi te stessa
raccontando le storie di migliaia di vittime …

(Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 61)

Con Heba Abu Nada si ritorna al dolore delle madri e dei bambini, lei stessa uccisa il 20 ottobre 2023 a Khan Yunis da un bombardamento israeliano, alle stragi, ai morti a cui non si può dedicare neanche un degno addio:

Non c’è tempo per grandi funerali e addii adeguati,
non c’è molto tempo: un razzo furioso sta arrivando,
ci accontenteremo di un bacio veloce sulla fronte
e un addio rapido, aspettando la nuova morte.
Non c’è tempo per l’addio.

(Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 67)

Si vorrebbe scrivere di altro, di “amore eterno”, ma questo forse in un altro mondo, nel “paradiso”:

15/10/2023
Noi lassù costruiamo una seconda città,
medici senza pazienti né sangue,
insegnanti senza aule gremite e urla agli studenti,
nuove famiglie senza dolori né tristezza,
e giornalisti che fotografano il paradiso,
e poeti che scrivono sull’amore eterno,
tutti da Gaza, tutti.
Nel paradiso c’è una nuova Gaza che si sta formando ora, senza assedio.

(Il loro grido è la mia voce, cit., p. 69)

Ritorna qui forte il tema della poesia impegnata come necessità di testimoniare imposta dalla guerra.

Ecco quello che sembra lo sterminio di una famiglia:

18/10/2023
Le nostre foto di famiglia: un sacco di brandelli, un mucchio di cenere,
cinque sudari avvolti l’uno accanto all’altro di dimensioni differenti.
Le foto di famiglia a Gaza non sono come tutte le altre.
Ma erano insieme, e insieme se ne sono andati.

(Il loro grido è la mia voce, cit., p. 73)

La poesia come testimonianza ritorna ancora con forza in Haidar al-Ghazali, giovane di ventuno anni, che finché ha potuto ha studiato Letteratura Inglese e Traduzione, sino a quando la sua università non è stata rasa al suolo!

E così scrive:

24/10/2023
Stavo per mettere un boccone di lenticchie in bocca
quando un razzo si è avvicinato al nostro quartiere,
chiudendo  la finestra del sole con un mucchio di terra.
E poiché sono un poeta,
sarei sicuramente morto.
Mio padre abbraccia i miei fratelli e mia madre
tra le sue braccia
in un angolo,
e io sto sotto le lastre di zinco e le schegge,
osservando questa scena
per scriverla.

(Il loro grido è la mia voce, cit., p. 83)

Attraverso i libri il giovane poeta ha scoperto la libertà (p. 89), sebbene la libertà sia stata negata da “demoni bianchi” (p. 97), che rifiutano la possibilità che ci sia un “solo mondo”.

 Qui importante è il rifiuto dello “scontro di civiltà”, rifiuto che dovremmo fare tutti nostro, il desiderio di creare una cittadinanza planetaria.

Ricorrente è ancora il tema delle madri e dei figli, delle martiri vere di questa carneficina.

Sono versi che dovrebbero far meditare, essere letti nelle scuole di Israele per scuotere un senso di giustizia nuova:

10/05/2024
Scivoliamo dai grembi delle nostre madri
e il dottore ci pone sui loro cuori
e questo è il primo significato del silenzio.
Come può calmarsi
un bambino uscito piangendo
dal grembo di una madre martire
che non ha dormito sul suo petto
strappato?
(Il loro grido è la mia voce, cit., p. 107)

Refaat Alareer è stato docente di Letteratura inglese presso l’Università Islamica di Gaza ed è stato ucciso da un raid israeliano mirato contro il poeta e intellettuale il 6 dicembre 2023.[11]

La poesia, che segue, pubblicata nella Rete pochi giorni prima dell’uccisione, è divenuta simbolo della resistenza palestinese ed è stata tradotta in tutto il mondo:

Se devo morire
Se devo morire,
tu devi vivere
per raccontare la mia storia,
per vendere le mie cose,
per comprare un pezzo di stoffa
e qualche filo
(fallo bianco, con una lunga coda),
così che un bambino, da qualche parte a Gaza,
fissando il cielo negli occhi,
aspettando suo padre che è partito tra le fiamme –
senza dire addio a nessuno,
neanche alla sua carne,
neanche a sé stesso –
veda l’aquilone, il mio aquilone che hai fatto tu, volare alto
e pensi, per un momento, che lassù ci sia un angelo
che riporta l’amore.
Se devo morire,
che porti speranza,
che sia una storia.

(Il loro grido è la mia voce, cit., p. 116. La traduzione è di Enrico Terrinoni)

Deve far riflettere come una poesia di speranza possa essere ritenuta così pericolosa da sancire la condanna a morte del suo autore!

Questo avviene per mano del democratico Occidente e ne sancisce il suo fallimento, sancisce al contempo il tradimento dei valori fondanti dell’Occidente.


Il “martirio” di Refaat e il desiderio di un mondo di pace e giustizia

Ci stanno silenziando. […]
I giornalisti che raccontano i massacri di massa e smascherano la propaganda israeliana sono stati rimossi dai programmi che conducevano o licenziati dalle loro testate.
[…]
Basta un sussurro di protesta e veniamo fatti sparire.
(Chris Hedges, Lettera a Refaat Alareer, in Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., pp. 117-118)

Quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza è solo una parte di un progetto geopolitico di costruzione di sistemi autoritari, che tenderebbero a mettere in crisi la stessa democrazia liberale o a cancellarla, conservandone soltanto gli elementi esteriori e formali.

Karl Popper insegna che la prerogativa principale di una democrazia sia che quest’ultima si configuri come una “società aperta”, una società in cui l’opinione pubblica possa formarsi ed esprimersi liberamente, e i cittadini possano parlare liberamente, senza ritorsioni, minacce, intimidazioni, senza il timore di subire violenze di varia natura. Anche la paura di essere licenziati basta a creare conformismo e sudditanza.

Conservare soltanto le elezioni, formalmente democratiche, ma reprimendo tutti coloro che la pensano diversamente, significa instaurare un regime autoritario e antidemocratico.[12]

Le democrazie liberali, in questi mesi trumpiani, rischiano di diventare sempre di più “società chiuse”, dove esercitare il libero pensiero può mettere a rischio se non la vita, certamente la sicurezza economica di chi si macchiasse di hybris nei confronti dei potenti.

Questa è l’accusa che muove Chris Hedges nella Lettera a Refaat Alareer, descrivendo le intimidazioni indirizzate negli Stati Uniti contro studenti universitari, docenti, medici, giornalisti, intellettuali che manifestano per Gaza: l’obiettivo è nascondere, cancellare tutto ciò che è “sgradito” del genocidio in atto.

Ma l’obiettivo vero è realizzare un sistema autoritario nel mondo e imporre il terrore e la paura a chi dissente in generale, non solo relativamente alla “questione palestinese”. Questo fenomeno è analizzato indirettamente anche da Tomaso Montanari nel suo volume Università libera (Einaudi, Torino, 2025).

Scrive Hedges:

L’obiettivo è lo stesso: la cancellazione. La vostra storia, la storia di tutti i palestinesi, non deve essere raccontata.

[…]

“Le storie insegnano la vita”, scrivi, “anche se l’eroe soffre o muore alla fine”.

Scrivere, dicevi ai tuoi studenti, “è una testimonianza, un ricordo che sopravvive a ogni esperienza umana, ed è un obbligo di comunicare con noi stessi e con il mondo. Abbiamo vissuto per una ragione: raccontare storie di perdita, sopravvivenza e speranza”.[13]

La frase “anche se l’eroe soffre o muore alla fine” si avvicina non a caso ad un’idea della storia, del dovere dell’individuo, che si sacrifica per il bene dell’umanità, che rimonta al Risorgimento italiano e a Giuseppe Mazzini.

Leggere della persecuzione di Refaat ha qualcosa che rappresenta a tutti gli effetti l’odio, il male assoluti:

[…] non sei riuscito a sfuggire a chi ti dava la caccia. Sei stato ucciso insieme a tuo fratello Salah, a uno dei suoi figli, a tua sorella e ai suoi tre bambini.

Hai scritto la poesia “Se devo morire” nel 2011. L’hai ripubblicata un mese prima della tua morte. È stata tradotta in decine di lingue. L’hai scritta per tua figlia Shymaa. Nell’aprile 2024, quattro mesi dopo la tua morte, anche Shymaa è stata uccisa in un attacco aereo israeliano, insieme a suo marito e al loro figlio di due mesi, tuo nipote, che non hai mai conosciuto. Si erano rifugiati nell’edificio dell’organizzazione benefica internazionale Global Communities.[14]

Hedges si chiede:

Perché gli assassini temono i poeti? Non eri un combattente. Non portavi armi. Scrivevi parole su carta. Eppure, tutta la potenza dell’esercito israeliano e dei servizi di intelligence è stata mobilitata per venirti a stanare.[15]

Abbiamo tentato di scriverlo all’inizio, ma l’intellettuale aggiunge altre ragioni: la cancellazione del popolo palestinese parte dalla cancellazione della sua cultura, dalla volontà perseguita fino in fondo che questo popolo non debba esistere anche attraverso la sua cultura e non abbia storia.

Si è anche consapevoli che

“una poesia è più potente di un’arma” (Refaat Alareer)[16]

e che

la conoscenza sia il peggiore nemico di Israele (Refaat Alareer).[17]

A seguire è edito il Discorso alla Oxford Union di Susan Abulhawa.

Non ho le competenze storiche per confermare il quadro di sistematica oppressione e violenza perpetrato dallo Stato di Israele contro il popolo palestinese. Ma posso dire, chiamando a testimone l’intero Pianeta, che molto di quanto ricostruito con dolorosa indignazione dalla scrittrice palestinese-americana, lo abbiamo letto sulle testate internazionali e visto in televisione in questi ultimi anni.

Anche Susan Abulhawa non si abbandona alla disperazione:

Un giorno, la vostra impunità e la vostra arroganza avranno fine. La Palestina sarà libera; sarà restituita alla sua gloria plurale, multireligiosa e multietnica; […] metteremo fine alla macchina da guerra sionista-americana di dominio, espansione, estrazione, inquinamento e saccheggio.

… e voi ve ne andrete, oppure imparerete finalmente a vivere con gli altri da pari a pari.[18]

Quest’ultima frase è estremamente forte, ma non è assolutamente un invito alla vendetta.

Certo è che, se non si pone fine al genocidio, quando lo Stato di Israele non avrà più l’ombrello degli Stati Uniti e dell’Occidente, il popolo israeliano potrebbe pagare per le responsabilità del suo governo.

Perciò, è anche compito del popolo di Israele fermare l’esercito e Netanyahu.

Paolo Saggese


[1] Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, Prefazione di Ilan Pappé. Con interventi di Susan Abulhawa e Chris Hedges, a cura di Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini, Leonardo Tosti, traduzione dall’arabo di Nabil Bey Salameh, traduzione dall’inglese di Ginevra Bompiani ed Enrico Terrinoni, Fazi Editore, Roma.

[2] Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., pp. 138-139.

[3] Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 5.

[4] Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 5.

[5] Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 7.

[6] Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 10.

[7] Ibidem.

[8] Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 20.

[9]  Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 25, n. 2.

[10] Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 30.

[11] Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 114.

[12] La società aperta e i suoi nemici, vol. unico, Armando Editore, Roma, 2018.

[13] Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 118.

[14]  Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., pp. 118-119.

[15] Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 120.

[16] Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 125.

[17] Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 126.

[18] Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, cit., p. 135.