Per una lira è il titolo di una canzone di Lucio Battisti che comincia così: Per una lira io vendo tutti i sogni miei. E poi la voce a strisce di Battisti racconta la storia di qualcuno che a malincuore si distacca da una parte di sé. Ascoltandola, ho sempre pensato a chi scrive. In particolare agli esordienti. Chi, per la prima volta (e spesso per una lira) consegna il proprio destino al mondo. Nell’incertezza e nell’imprecisione, un esordio insegna a scrivere più di un capolavoro (anche quando le due cose coincidono: David Foster Wallace, La scopa del sistema, 1987). Per una lira è uno spazio dove leggendo le nuove voci della narrativa, italiana e straniera, metteremo in luce alcuni aspetti di un romanzo legati al gesto dello scrivere per la prima volta, ovvero alla scoperta della propria voce.

Alessandra Minervini, scrittrice, editor e writing coach. Il suo primo romanzo si intitola Overlove, LiberAria 2016. Il suo sito è alessandraminervini.info. Qui gli articoli pubblicati su exlibris20.


Il diner nel deserto di James Anderson
James Anderson, Il diner nel deserto, NN Editore 2018

Lezione n. 7

Il protagonista

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Se avessi l’abitudine di sottolineare le frasi dei romanzi (altro che darle a qualcuno le terrei tutte per me, come trasferelli indelebili sulla pelle) le pagine de Il diner nel deserto sarebbero corrose dalla punta della mia matita e le mie braccia impiastricciate di frasi tipo: Se qualcuno che ami ti chiede di rinunciare a qualcosa che ami, non farlo. Per fortuna non ho questa fissa della sottolineatura e il libro è rimasto intatto; io dopo averlo letto un po’ meno.

Questa storia si ricompone perfettamente alla fine, nella testa del lettore: effetti che riescono solo a narratori immensi. Succede non solo perché è un libro a puzzle, con una struttura che incastra la trama tassello per tassello. Non solo per le tante verità eterne che spara come proiettili da cui ti fai volentieri colpire anche per la prosa nitida, dove tutto fila liscio senza lungaggini e senza impietosi autocompiacimenti. È più che altro una specie di giallo interiore, capisci che non esiste un solo assassino, così come non esiste il male senza il bene e allora questa consapevolezza un po’ fa a pezzi e un po’ ristora chi legge. Ti spezza e ti ricompone, in questo mi ha ricordato un altro strepitoso amato esordio Eureka Street di Robert McLiam Wilson.

James Anderson, l’autore de Il diner nel deserto, pubblicato da NN Editore nella traduzione entusiasmante di Chiara Baffa, è un poeta, ex editore di Seattle e residente in Oregon (solo questi due luoghi dovrebbero farvi correre a comprarlo). Il romanzo racconta la storia di Ben Jones e senza il suo protagonista, anche voce narrante, non esisterebbe. Ho visitato il sito dell’autore. Nella breve biografia si legge che nella vita è stato (anche) truck driver. Camionista, lo stesso mestiere di Ben che ha 38 anni e nelle prime pagine si auto-(de)celebra così:

“La curiosità non era mai stata un problema per me. La trattavo come un cane che dorme in una discarica. In linea di massima, non scavalcavo la recinzione. Alcune cicatrici frastagliate sul sedere mi ricordavano le poche volte in cui avevo violato quella regola. Solo perché il cane non si vede, non vuol dire che non ci sia. Certo, di tanto in tanto do una sbirciatina oltre la rete. Ciò che vedo e penso lo tengo per me.”

Quindi resta poco da fare. Lo ami e prosegui. Amore a prima pagina. Jones è tutto il romanzo e tutto il romanzo è Jones. Se la costruzione del personaggio principale della vostra storia vi mette in crisi o vi hanno detto la classica frase “è cartonato”, chiudete i manuali e tutto il resto, insomma lasciate tutto e fatevi guidare nel deserto dello Utah da Ben. Io, che ho finito il libro da qualche ora, sono ancora lì.

Un protagonista è forte quando non è mai da solo. Ambientazione, personaggi secondari, dialoghi (da manuale) perfino il tema giocano tutti nella stessa squadra di Ben, un’orchestrazione perfetta dove neanche la voce narrante, per quanto dura e netta, sbava. Mai.

Ben è un personaggio che quando racconta punge, che non promette mai niente e per questo si apre dando tutto. Te lo immagini vicino a te, che ti parla, che ti fissa, che si arrende al destino, che ti insegna che la vita rispetta dei cicli naturali e a noi non resta altro che starci alla vita e ai suoi cicli. Vive nel deserto americano, non ha amici a parte Walt che è più che altro una sorta di specchio annerito del protagonista. Nel deserto non c’è nulla a parte il deserto che rappresenta il contemporaneo più di quanto si immagini. Ben è il fiore del deserto e come tale muore e resuscita a ogni pagina: quando va in bancarotta, quando assiste una minorenne incinta, quando scopre un cadavere, quando viene picchiato, quando attraversa la 117 sotto una pioggia che si confonde con un pianto collettivo. Muore e rinasce quando incontra Claire:

“Mi sentii come un uomo che non si accorge che il cuore gli si è fermato finché non ricomincia a battere”

Il diner nel deserto è anche un romanzo sulla maternità mancante. Ci sono madri loro malgrado e figli che sono tali loro malgrado: nessuno è preparato alla vita all’amore e alla violenza, alla sua ingiustizia insaziabile che ci lascia sempre digiuni di qualcosa. Tranne del presente. Come dice Claire a Ben: bisogna viverlo per essere felici. Qualsiasi cosa vita e felicità significhino.

Piccola bibliografia per chi vuole scrivere
Il protagonista


Robert McLiam Wilson, Eureka Street, Fazi 2002
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