“La maternità surrogata viene spesso condannata sulla base di un senso di sacralità violata, piuttosto che su un danno concreto dimostrato.” — From Disgust to Humanity

Un arco temporale dal 2016 al 2024. America, Arkansas, i cappellini con la visiera e l’effige di Trump, la carne nei supermercati gocciola sangue assieme ad una umanità che sta marcendo. Fiori finti sulla tomba di Elvis. Ma davanti in questo viaggio Chiara Tagliaferri ha un miracolo che è sempre luminoso. Davanti ci sono gli alberi, l’erba, quella cosa che accende e spegne le stelle, l’alternarsi del giorno e della notte, che argina le acque, aria, quella cosa che regge il mondo…

Questo libro non è fatto di parole ma della sostanza degli incubi, uno dei peggiori, quello che tua figlia ti scivoli dalle braccia perché il tuo utero non la potrà sostenere né proteggere, ma è scritto anche con la materia dei sogni, di un sogno che è sempre stato lì, che è la misura dell’incubo, un sogno che per fortuna si è realizzato. Una bimba è un sogno prima di essere un oggetto giuridico (la parola soggetto giuridico e le altre astrazioni giuridiche mi hanno sempre fatto ridere dai tempi dell’università, avvertivo già l’ipocrisia del linguaggio giuridico), prima di essere condannato all’illegalità, alla sorte che chi scrive le leggi deciderà. Per fortuna però esistono i sogni.

Piove a dirotto e sta per nascere Lula. “Ci ho messo sette anni, non me la faccio portare via nemmeno dalla morte”. Concepire una figlia durante sette anni, non nove mesi. È così umano e disumano. Lei è sempre stata Lula come la protagonista di Cuore selvaggio, il film di Lynch. E come dice il maestro, così caro anche a Tagliaferri, il tempo del sogno è l’unico tempo reale; lì, in quella dimensione, Lula c’era già, è lì a misurare quanto siamo disposti a fare per raggiungerla e portarla con noi. Lula è un portale.

Sette anni, i dinosauri sono tre, lui rosa, io giallo, e quello verde? È forse la cosa più reale. Quarant’anni e la menopausa, i tentativi di fecondazione eterologa, gli ovuli non sono buoni. Ogni volta è peggiore della precedente. La rabbia si impasta con la neve. Trasloco a Torino per la fecondazione assistita. Il problema è solo mio. Trasloco a Roma la fecondazione non è riuscita. Esami farmaci e terapia di coppia. Buone notizie e cattive notizie, il covid nel mezzo, formulari, corsi online, appuntamenti, cliniche, soldi, tanti soldi, una donatrice di ovuli, la ricerca di una gestante… Gli anni del desiderio, un’era fatta di traslochi dell’anima, inseguendo speranze, di un corpo che ti tradisce, ma tu resisti.

Tagliaferri ci porta dritto dove la materia tocca le norme, dove la vita è sempre qualcosa in più di una piatta norma, dove ogni disciplina prova i suoi limiti, dove la legge collide con l’etica, dove la legge non è sufficiente, e l’etica da sola neppure, dove le griglie attraverso cui organizziamo la realtà rischiano di essere strette, dove conservatorismo e paternalismo sono sempre in agguato. Dichiariamo reato la maternità surrogata ma non perseguibile la prostituzione. Ignoriamo le zone d’ombre dove la dignità viene calpestata. In fondo il diritto dovrebbe essere quel campo imparziale dove il disgusto ed i pregiudizi si trasformano in umanità. E invece le leggi e i divieti codificano solo quei pregiudizi.

Le femministe sullo sfondo diranno che la maternità surrogata rischia di trasformare il corpo della donna in una commodity, proprio come accade nella prostituzione e nella pornografia. MacKinnon sostiene che la maternità surrogata potrebbe perpetuare una forma di sfruttamento di classe, dove chi ha i mezzi compra la capacità riproduttiva di chi non ne ha. Ma ci sono forme di GPA solidale (Grecia, Canada e Gran Bretagna) in cui la legge ha provato a predisporre delle garanzie e cautele per evitare che ci sia sfruttamento e lucro. “The job of the poet of democracy therefore becomes that of singing “the body electric”, establishing that the locus of common human need and aspiration is fundamentally acceptable and pleasing”. E, citando di nuovo Martha Nussbaum, il benessere di una democrazia dipende dalla capacità di disfare quelle formazioni e gerarchie sociali che si stringono attorno al disgusto. Il desiderio di genitorialità e la capacità riproduttiva sono parte di quell’aspirazione umana fondamentale che la legge non dovrebbe amputare. E smettere di legiferare attorno a quello che trova sacrilego e repellente.

Rumore di fondo, cori di rivolta, ma questo libro di Tagliaferri è un’interferenza.

È il viaggio lungo una ferrovia sotterranea di una donna che voleva una bambina sua. Una ferrovia che mi fa pensare alla Highway californiana su cui Joan Didion ed il marito portavano a casa Quintana (la figlia adottata) e quella sensazione che quel ritorno non è un atto scontato, ma una vera nascita. Che mentre tutto sfreccia o collassa in un nubifragio, nel bianco abbacinante della California per Didion o schiacciati dal bianco della clinica per Chiara e Nicola, quella figlia così desiderata è la cosa più reale e più fragile. Il fondo bianco della foto del passaporto di Lula è l’ultimo ostacolo burocratico. Dopo ci saranno solo i colori della strega e del cappotto multicolore della canzone di Dolly Parton.

Un viaggio oltreoceano, un’odissea, nel senso in cui ce la mostrava Calvino: un viaggio di ritorno, verso un punto già noto, quando Odisseo viene riconosciuto. Per arrivare da Daisy, la madre gestante, dopo agenzie di surrogacy, dottori, prezzi, pacchetti, database, il contratto. Chiara si muove come una rabdomante in cerca di connessioni non di transazioni, tra cose che sembrano altre, una cartografia molto intima con tanti rimandi cinematografici e culturali e feticci pop, horcrux che nascondo parti mostruose dell’animo, topini e coniglietti di ceramica che vegliano su di lei, vestita con un cappotto animalier magari, equivalente della giacca di pelle di serpente di Sailor, i lunghi capelli ondulati da effige preraffaellita, sempre in procinto di affondare ovviamente. Daisy la riconosce. Anche lei va verso il sogno. Daisy è uno specchio. Le guerriere Sailor vengono da posti diversi ma si scelgono.

Le norme morali guidano i comportamenti, ma ghigliottinano le opportunità che contengono le storie.

La maternità per Tagliaferri e per molte di noi viene da prima, dalla storia familiare, un frammento d’infanzia che ci determina, da quando lei aveva nove anni e in un giorno di neve, con le scuole chiuse, Sara la sorella decide di comprarle un paio di scarpe calde. Una madre che continua a dispiacersi per quello che non ha fatto eppure sa attraversare il filo del telefono. Da Piacenza e i suoi autunni, dalle morti che hanno segnato l’infanzia (una morte bianca e poi quella precoce del padre) e si sono portate via le feste… Tagliaferri ha sempre lasciato luce e cibo in attesa che i morti tornassero. Ma i morti tornano solo se ci sono bambini secondo le leggende celtiche. Lula in qualche modo le restituirà quello che ha perso perché la maternità è anche un atto di riparazione.

Tutto questo è dovuto rimanere segreto, soffocato, per scaramanzia ma soprattutto perché si stava progettando e compiendo quello che in Italia è diventato un illecito. Come Ulisse che doveva nascondere la propria identità. Intanto Lula è nata, ha compiuto un anno, poi due, giri furtivi col passeggino di notte, Lula che balla sulle sirene del pericolo. E ad un certo punto col coraggio della scrittura Chiara ha deciso di dircelo a tutti. Lula le ha restituito la voce. Perché la scrittura ci permette di diventare il soggetto della nostra narrazione (in un senso altro rispetto al memoir, all’autofiction, alla scrittura autobiografica). La scrittura non è tutti quei vani discorsi attorno al soggetto della narrazione, una regola grammaticale, ma lo specchio di un corpo elettrico e sacro, è anch’essa elettrica (come cantava Withman) e sacra perché è capace di generare attrazione, solidarietà, gratitudine, quella forza che lega gli esseri umani al di là della legge ed i suoi torpori.

This whole world is wild at heart and weird on top.

Silvia Acierno

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