Leggere L’amore a vent’anni è un po’ come leggere le vite degli altri dal finestrino di un treno. Quelle che si nascondono dietro le finestre dei palazzi, quelle che sbirci dalla strada di notte, immaginando le vite di quelli con le luci ancora accese, le conversazioni nelle stanze che riesci a vedere da fuori, dalla piazza o dalla finestra della tua stanza. Le vite che vedi attraversare da un tram che ti porta in facoltà, quelle che scorrono veloci dal finestrino, tra le braccia appese in su, dal viale Regina Elena a viale Università, anche lì trovi l’amore a vent’anni di Giulio con gli occhi pieni di Silvia alla fermata del tram.

L’amore a vent’anni di Giorgio Biferali, edito da Tunuè, ha tutto l’incanto di chi i dettagli non si limita a guardarli, intere pagine come fotografie istantanee, stanze di una casa che riesci a percepire, «il mobile con i piatti e i bicchieri buoni per i giorni di festa, la natura morta sopra la tv, la poltrona con le pieghe, che ormai ha preso la forma di mio padre che gioca a scopa sull’IPhone, la libreria che nasconde tutta la parete dietro il divano» e di cui riesci a percepirne le voci, i rumori, gli odori, le non voci. I silenzi delle cene di famiglie che non sanno cosa dirsi, a ritmo di posate e televisione che colma vuoti troppo profondi. La catenella degli occhiali della mamma, quella che assomiglia a Diane Keaton, che si addormentava sul divano e leggeva libroni di filosofia. L’amore a vent’anni è casa, odore di casa e di lontananza, l’odore che sente chi la casa sta per lasciarla, chi cerca di fotografarla per ricordarla com’era prima, prima dei vent’anni, prima di questo amore, prima della partenza.

E poi c’è Roma, una Roma che forse di questo amore è la parte più bella, una Roma che si lascia amare anche quando fa i dispetti. È la Roma di chi è innamorato o forse è soltanto la Roma di chi è più solo e in certi posti si sente più a casa, nel tratto della metro tra Lepanto e Flaminio, nel vedere un nasone, nel percorrere il Lungotevere, nella luce accesa di un forno nelle notti vuote. È una Roma fatta di piccole cose, di «micro-gioie», una casa calda impregnata di nostalgia, la nostalgia di chi, questa casa, deve lasciarla e cerca di portare via gli odori più belli. Gli odori così forti da diventare gli stessi dei vent’anni, di quando «c’era odore di chiuso, sì, ma era un odore di chiuso buono, caldo, dolce, come quando io e lei camminavamo la notte per tornare alla macchina e all’improvviso sentivamo nell’aria quell’odore di pane, di cornetti, di crema, e in una via che sembrava tutta addormentata spuntava la piccola luce di un forno». Fino all’odore finale, quello più vero, l’unico che forse Giulio porterà via con sé, quello che «sapeva di casa, sigarette, di romantici tedeschi, di caschetti, di phon in piscina, di in bocca al lupo davanti alla porta di casa, di scuola, di letti rifatti, di cambi di stagione».

L’amore a vent’anni è nostalgia, la stessa che ti ritrovi addosso dopo averlo letto. «Tanto ero solo e anche se a volte potevo sentirmi infelice ero comunque al sicuro». Una nostalgica malinconia, che si nutre di gioie e di tristezze, di ricordi e di aspettative. È la nostalgia di due che vivono per tutta la vita nello stesso mondo, nella stessa città, nella stessa strada senza accorgersene, fino ai vent’anni. Si incontrano come due estranei che pensano di conoscersi da sempre, poi tornano i mondi lontani di due che parlano troppo, pensano troppo «In fondo è tutta una questione di mondi, a pensarci bene, ce ne fosse solo uno come dicono in tanti forse sarebbe tutto più facile. Il mondo di fuori, il mondo di dentro, il mondo parallelo, il mondo degli altri, il nostro mondo». E in questo nostro mondo ci portano per mano tra le strade di una città che sa di caldo, di sorella maggiore. Succede che ti vien voglia di prenderlo, questo libro arancione, portarlo con te tra le strade di Roma quando è notte, tenerlo in borsa e sorridere quando la metro inizia a salire nel tratto Flaminio-Lepanto, ringraziarlo e pensare di fargli respirare aria di casa, la stessa che da qualche mese, tra le aule de La Sapienza, la metro affollata, Trastevere, i forni notturni, i rumori dei nasoni che scorrono, è diventata anche la tua di casa. E allora capita che mentre gusti il tuo gelato al pistacchio, in una caldissima domenica di luglio, arrivi a piazza Cavour, inciampi in un sampietrino e sorridi anche lì. Perché sotto i sampietrini c’è la spiaggia. E l’amore a vent’anni lo lasci lì, sui sampietrini.

Giusy Esposito