La sicurezza degli oggetti (Iperborea, 2025), curato da Nicola Sofri con testi del collettivo de Il Post e di altri autori come Roberto Alajmo, Stefania Carini, Matteo Curti e Anna Siccardi è un libro difficile da definire. Le quasi trecento pagine illustrate da Klaus Kremmerz, passano dalla storia della plastica a una riflessione sullo scheumorfismo, dalla storia del carrello ad un elenco ragionato degli oggetti protagonisti nei film.
“Storie di strumenti, prodotti, manufatti, arnesi e cose di vario design che cambiano i nostri mondi”. Ma anche se in apparenza il libro si presenta come un elenco di cose, della loro storia e dei loro usi, in realtà è molto più di questo. È invece un tentativo di indagare con modalità antropologiche, sociali e quasi sentimentali le relazioni che si instaurano tra noi e gli oggetti. Relazioni che si definiscono e mutano in base al tempo, allo spazio, al contesto culturale, ma anche in funzione dei tratti più propriamente emotivi dell’esperienza umana.
Che le cose siano più che semplici entità materiali e che la relazione tra soggetti e oggetti sia molto più complicata di quello che la grammatica vuol farci credere è ormai un presupposto acclarato dalle scienze sociali. Il concetto di agency degli oggetti è stato introdotto negli anni Ottanta dal sociologo Anthony Giddens come parte della sua teoria della strutturazione. Giddens considera infatti gli oggetti come elementi capaci di influenzare le pratiche sociali, in una relazione dinamica tra uomini e cose. Dopo di lui, altri studiosi come Raymond Williams o Arjun Appadurai hanno indagato sulla relazione esistente tra cultura materiale e potere sociale, e hanno guardato agli oggetti come attori sociali, capaci di assumere significati mutevoli nel tempo e nello spazio.
Sebbene in La sicurezza degli oggetti, data la sua natura chiaramente divulgativa, non ci sia un preciso riferimento a questo tipo di studi, la prospettiva teorica è la medesima, ed è con lo sguardo di chi osserva non la fissità di un quadro, ma la dinamica di una pellicola che i vari autori guardano ciascuno al proprio oggetto di riferimento.
“Ma naturalmente gli oggetti non esistono solo per essere posseduti o indirizzati verso le discariche, con le complicazioni globali del caso. Hanno storie, funzionamenti, sviluppi, usi, di grande interesse e fascino” scrive Luca Sofri nell’editoriale. Le pagine più interessanti, perciò, sono proprio quelle in cui si riflette meno sulle cose in sé, ma più su di un loro uso inedito e inconsueto.
È il caso, ad esempio, de “Gli oggetti che si lanciano”.
“Nessuna specie al mondo è in grado di lanciare oggetti con la precisione e la potenza con cui lo sanno fare gli esseri umani”, si legge. Già, ma la questione non sta tanto nelle capacità fisiche dell’essere umano, ma nella motivazione per cui alcune persone lanciano particolari oggetti che, in quel volo non previsto, assumono improvvisamente significati nuovi. Le cose vecchie, come piatti, bicchieri e stoviglie, lanciate dai balconi a Capodanno sono il simbolo del passato che lascia spazio al futuro. La spugna gettata sul ring indica il ritiro del pugile dall’incontro. Un mazzo di fiori lanciato da una donna in abito bianco è il passaggio di testimone da una sposa alla prossima. E così le monete lanciate in aria servono per affidare una scelta al caso. Ma quando il 30 aprile del 1993, nel pieno dell’inchiesta Mani Pulite, una folla di manifestanti accolse Bettino Craxi con un lancio di monetine, il significato di quegli oggetti e soprattutto del gesto di lanciarli fu senza dubbio un altro.
Tutti questi casi dimostrano con evidenza come le cose non abbiano mai un significato dato una volta per tutte, ma il loro senso è continuamente rinegoziato nell’uso che i soggetti ne fanno in uno specifico contesto.
Ma se questo è sicuramente vero, è vero anche il contrario. Cioè è vero che gli oggetti a loro volta definiscono il senso, l’identità e i valori dei soggetti, sia quando sono accumulate e ostentate, come si racconta nel capitolo “L’accumulo degli oggetti esibito su Tik Tok”, sia quando sono accuratamente selezionate secondo “L’arte di farsi bastare le cose”.
In questo ultimo saggio, Roberto Alajmo ragiona sulla pratica di comporre il perfetto bagaglio a mano per raccontare in effetti la severa selezione operata sugli oggetti da portare con sé in viaggio in base a quanto questi siano o meno capaci di essere realmente indispensabili e insostituibili. “Mi dico che lo spirito del bagaglio a mano è una metafora che dovrebbe valere sempre per il genere umano nella sua interezza. Anzi, forse è la formula che ci consentirebbe di uscire vivi dalla fine del mondo: farci bastare meno roba, e possibilmente portarcela dietro”. È un invito non tanto ad eliminare il superfluo, ma a ricostruire una relazione di reciproca necessità tra persone e cose. Ed ecco che gli oggetti, nel loro esserci o no, definisco il nostro modo di stare al mondo e di attribuirgli un valore.
Tra tutte le “cose spiegate bene”, però, c’è una categoria su cui è impossibile non soffermarsi nel momento in cui si sta leggendo questo libro (e lo si sta recensendo): i libri finti.
“Li costruiscono legatorie e piccole aziende specializzate per abbellire stanze e dare un tono agli sfondi delle videoconferenze”. Copertine vuote senza parole, con titoli a volti inesistenti, ma belli da esporre e guardare. Ora, non è affatto corretto dire che questi libri non hanno senso. Al contrario il fatto di essere semplici sagome di quello che dovrebbero essere li rende degli oggetti estremamente significativi, così come allo stesso tempo l’atto di comprali ed esporli attribuisce un senso a coloro che lo fanno. Questi libri finti sono forse gli oggetti più eloquenti di una relazione tra noi e le cose che si costruisce solo sull’apparenza effimera e sempre meno sulla sostanza. Perché in fondo, nella maggior parte dei casi, gli oggetti che ci circondano sono perfetti sconosciuti di cui ignoriamo provenienza, caratteristiche specifiche, significato e valore. Sono libri senza parole.
Ed ecco perché invece un libro come La sicurezza degli oggetti, vero e non finto, è assolutamente necessario: serve a ricordarci che dietro ogni cosa c’è una storia e che quella storia quasi sicuramente ci riguarda.
Loredana La Fortuna
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