Numero 14 | Novembre 1998

Mi piacerebbe dire che Moana e l’atletica del dilettante è al passo coi tempi, ma l’espressione «al passo coi tempi» è falsa e pretenziosa. Ognuno ha il proprio tempo e le proprie scadenze. Il proprio ritmo, sia esso accelerato o rallentato… (pur disprezzando l’ultimo Kundera, concordo con lui nel preferire la lentezza alla velocità). I tempi di cui parlo poi non sono espressioni matematiche, sono segni culturali, che sul finire del secolo si sono amplificati e nello stesso modo frammentati perché non esiste più un punto d’approdo.

Dunque… al passo coi tempi? Ma perché? Impossibile camminare quando la meta rincula sistematicamente.

Mi piacerebbe dire che Moana e l’atletica del dilettante rivendica il diritto a una sessualità libera e consapevole, ma mi accorgo che costringere gli altri, quelli che tutto sommato vivono voyeuristicamente le proprie pulsioni, a venire allo scoperto è un insulto al libero arbitrio.

E per rivendicare cosa? L’orgoglio di un’omosessualità vissuta normalmente nelle «normali» pieghe del tempo? (Ecco che ritornano i tempi). Ma la conseguenza sarebbe la condanna di un eros appartato, di un’identità che si nutre di sotterfugi e perenni malizie.

Lo ammetto: mi piace sbandierare una sicurezza in proposito. Offrirmi agli occhi degli altri per quello che sono e per gli uomini che mi porto a letto. Ma non mi piace coartare gli altri: uno sfregio alle resistenze di chi non ha il coraggio dei propri sentimenti.

Allora forse è meglio dire che Moana e l’atletica del dilettante è una storia di tentativi.

Il tentativo di Alfredo di riannodare le fila della propria esistenza attraverso il rapporto con un prostituto boemo che non è mercenario, né platonico, tanto meno sentimentale. È una sorta di trait d’union con la passione di Dina, personaggio che, lui scrittore, fa riemergere dalle nebbie di ricordi infantili e che vorrebbe coscienziosamente libero da ogni legame sia istituzionale che affettivo.

Alfredo e Dina sono simili e complementari: amano, anzi disamano, in pratica lo stesso uomo. E l’uno, impiegato statale, ma soprattutto scrittore, ha assolutamente bisogno della finzione letteraria e quindi dell’altra. Forse per creare similitudini, forse per creare parallelismi, di sicuro per riuscire a sopravvivere.

Moana e l’atletica del dilettante è il tentativo di Claudia, creatura sottile come un foglio di carta visto orizzontalmente e prozac-dipendente, di trovare uno scopo nella vita. Ci riuscirà in parte, legando il flusso, fiacco e costante, della sua esistenza, al dramma di un suicidio, cui ha assistito personalmente insieme a Alfredo, e ai suoi sviluppi imprevedibili.

Moana e l’atletica del dilettante è anche il tentativo dell’autore di dare lustro ai propri desideri e alla proprie fantasie inconsce. Che in ordine sono: la donna materna, coinvolgente, avvinghiante, felliniana, che trova il suo perfetto prototipo nelle Moana, femmina in odore di santità; il cinema mitologico, che trova il suo cantore e il viale del tramonto in Mario il panzone.

Ha ragione Marco Lanzòl che in un articolo scritto per Avvenimenti, mettendo a confronto il mio romanzo con Congedo ordinario di Gilberto Severini, dice: «… amore per il cinema, stavolta quello con la maiuscola. E allora ci scappa una bella domanda: non sarà che, passando dal Bergman di Tommaso allo Steve Reeves di Alfredo, siamo transitati dalle ambizioni alle voglie?»

Potrebbe essere un’idea: Moana e l’atletica del dilettante è un romanzo di voglie. Una volta c’erano quelle inconfessabili. Ora con la scusa della fiction si sbatte il mostro in prima pagina e si lavano i panni sporchi davanti a tutti.

Forse è meglio così.

 

Alfredo Ronci, romano, si occupa della rivista di inediti Il Paradiso degli Orchi. Moana e l’atletica del dilettante è il suo primo romanzo.

 

Il libro nel 1998

Moana e l'atletica del dilettante di Alfredo RonciAlfredo Ronci
Moana e l’atletica del dilettante
Mobydick 1998
pp. 158
L. 20.000

Il libro attualmente è fuori catalogo. Puoi comprarlo usato qui

 

 

«Non sopporto l’idea che un uomo possa uccidersi per qualcuno e nemmeno per qualcosa. Se proprio devo morire voglio avere il sacrosanto diritto di farlo per me stesso.»