Vincitore del Booker Prize 2024, Orbital di Samantha Harvey è un romanzo dalla poetica delicata e dalla intonazione gentile, in cui la contemplazione diventa un’azione costante per i personaggi di questa storia legati dalla solitudine e, al contempo, da relazioni strette e simbiotiche.
Ruotano e viaggiano in orbita sei astronauti nel nero profondo del cosmo, ognuno di loro ha caratteristiche differenti e tali peculiarità diventano energia reciproca per affrontare le quotidianità della vita senza gravità. Pietro la mente, Anton il cuore, Roman le mani, Chie la coscienza, Shaun l’anima e Nell il respiro. Come chakra attivati di un solo organismo gli astronauti collaborano, lavorando ogni giorno affinché l’equilibrio rimanga stabile tra l’equipaggio.
Un giorno, per loro, non equivale allo stesso sulla terra e in quelle ore sono destinati, non solo a mantenersi in vita, ma a praticare attività fisica per non compromettere la muscolatura, ad alimentarsi con nutrimenti liofilizzati; in un giorno che, per loro, vale quanto sedici giri intorno alla Terra, devono analizzare dati, controllare la formazione dei tifoni, fare affidamento uno sull’altro e ammirare il globo da lontano.
«Ed è così, ma in questo nuovo giorno gireranno intorno alla Terra sedici volte. Vedranno sedici albe e sedici tramonti, sedici giorni e sedici notti. Roman si aggrappa al corrimano accanto al finestrino per raddrizzarsi mentre le stelle dell’emisfero meridionale si allontanano.»
I titoli dei capitoli del romanzo rappresentano le sedici orbite che effettua l’equipaggio; alcuni capitoli hanno una numerazione doppia, in quanto l’autrice ha previsto una rotazione ascendente e discendente e, in questi capitoli, talvolta completamente descrittivi, emergono nella narrazione, oltre alle storie dei personaggi, anche l’amore profondo per il loro lavoro, gli affetti lasciati sulla terra, i sogni e le preoccupazioni.
«Va così, ma poi magari un giorno guardano una di quelle cinque persone e lì, nel modo di sorridere o di concentrarsi o di mangiare, vedono ogni cosa e ogni persona che hanno amato, proprio tutto, lì davanti a loro, e l’umanità, ridotta nella sua essenza a questa manciata di persone, non è più una specie tanto diversa…»
La trama può apparire fuorviante, perché non è un romanzo da colpi di scena o da impossibili imprevisti. La narrazione non è tesa e in alcuni capitoli manca di dinamismo, ma non è l’obiettivo espressivo che Samantha Harvey voleva trasmettere al lettore.
Il romanzo è un canto poetico, scritto con dettagli particolarmente curati per enfatizzare la natura immersiva della Terra vista da lontano e dell’assenza di vita quasi totale dello spazio, dove l’unica compagna scenografica sembrerebbe la luna, nelle sue costanti evoluzioni.
La metafora rappresentativa di questo libro è senza dubbio la precarietà individuale e collettiva.
«Forse la natura di tutte le cose è la precarietà, l’esistenza è un vacillare in equilibrio su una capocchia di spillo…»
L’ambientazione è lo spazio, ma la vera protagonista è la Terra, nel suo fascino, nella sua complessità, nella sua mutevolezza; questo è un romanzo dedicato alla bellezza del nostro globo e ai suoi misteri ancora ignoti.
«La sua bellezza risuona-la sua bellezza è la sua eco, un canto squillante di splendore. Non è periferica e non è il centro; non è tutto e non è niente, ma sembra molto di più di qualcosa.»
Caterina Incerti
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