Utopia nasce all’inizio del 2020 e porta i suoi primi volumi in libreria a settembre. Si occupa di letteratura di qualità, senza compromessi di natura commerciale. Utopia appunto, come recita il nome della giovane casa editrice che ha già realizzato due collane che superano la classica suddivisione tra autori italiani e stranieri, spostando i confini intorno all’Europa: Letteraria Europea e Letteraria Straniera. Gerardo Masuccio è l’editor, in redazione c’è Zeno Toppan, mentre Mariastefania Pati si occupa dell’ufficio commerciale e Giovanni Cavalleri coordina la parte grafica. Mattia Tortelli segue i social, Giorgio Ghiotti le pubbliche relazioni e Roberta De Marchis l’ufficio stampa. “Fino ad oggi abbiamo pubblicato nove libri – precisa Masuccio – che hanno raggiunto già migliaia di lettori, con un deciso sostegno dei librai e il consenso pressoché unanime della critica”.

Masuccio, qual è l’elemento che distingue Utopia?

La coerenza letteraria. I libri sono capitoli di un’opera d’arte a pieno titolo, che è il catalogo. E al catalogo si lavora come fosse un enorme libro, che racconta una storia congrua, con uno stile e una lingua precisi.

Perché ha ancora senso investire nell’editoria quando, ormai da anni, i dati di settore raccontano di una crescente vocazione alla scrittura, ma di un progressivo e inesorabile calo del numero di lettori?

Non ha più senso, credo. Ma credo, nel contempo, che a venticinque anni si debba coltivare una vocazione. Se si fallisce, si fa sempre in tempo a dedicarsi a un qualsiasi mestiere d’ufficio.

“Utopia non proporrà libri che si vendono, ma venderà i libri che si devono proporre”. Alla luce della vostra mission, come scegliete e selezionate i vostri autori?

Con gli occhi di chi leggerà tra duecento anni, con gli occhi di chi legge dall’altra parte del mondo. La letteratura è tale se scavalca i limiti del tempo e i confini geografici. Il resto dura una stagione, che è magari una stagione di enorme successo, ma che è fine a se stessa.

Proporre oggi non è impresa facile. Utopia come promuove i suoi libri e i suoi autori?

Attraverso la stampa e i social. In otto mesi le recensioni sono state circa duecento, e molte sulla stampa maggiore. Anche i numeri sui social sono rassicuranti, con centinaia di interazioni al giorno.

Cosa vuol dire essere un editore indipendente e cosa pensate dell’editoria a pagamento. Con il tempo può diventare un “male necessario”?

Esistono gruppi editoriali di pregio, grandi case editrici meravigliose, piccoli editori di grande valore, editori indipendenti formidabili. Le dimensioni e la proprietà non influiscono sul valore del progetto e l’editoria italiana pullula di case editrici indipendenti e mediocri. L’editore indipendente, però, è costretto a minori compromessi, in genere rischia di più nello scouting e nel lancio di autori senza un nome consolidato e ha un volto, dei lineamenti, una voce. Le grandi case editrici, invece, sono spesso un’astrazione. E sono spesso identiche, senza identità. Quanto all’editoria a pagamento, faccio fatica a considerarla con serietà.

Secondo lei la carta ha i giorni contati? Il digitale ha già vinto?

Penso che il libro di carta abbia ancora una lunga vita davanti, più lunga per esempio di quella del giornale. Forse nel lungo periodo tutto si smaterializzerà, ma credo che nei prossimi cinquant’anni la carta resterà al suo posto. E lo spero, perché non amo la lettura in e-book.

Pochi mesi di vita e, immagino, tanti progetti in cantiere.

Abbiamo in corso traduzioni da una quindicina di lingue, tra cui il tamil, il vietnamita, l’uzbeco, il farsi e il curdo. Rotte linguistiche poco battute, in una civiltà come la nostra, dai riferimenti culturali statici, che continua a coniugarsi al presente e non si accorge di essere stata superata. 

Intervista a cura di Marco Grasso