Una delle mie due nonne è di origine russa, ma gli ucraini sono una nazione politica. Essere ucraina è una scelta: se voglio esserlo, significa che lo sono. E gli ucraini sono consapevoli di essere stati presi di mira come gruppo.
Victoria Amelina

Se la prima vittima della guerra è la verità, possono bastare poche righe di Victoria Amelina per sgomberare il campo dalle ambiguità e definire con infallibile precisione una questione politica e identitaria divenuta centrale nei dibattiti attuali. Essere ucraini è una scelta che può provocare enormi dolori. Ecco perché un silenzio assordante dovrebbe accogliere 🔗Guardando le donne guardare la guerra, non solo per le crude testimonianze raccolte, provenienti dalla martoriata Ucraina, ma anche per il profondo carico di amore, rabbia e rimpianto che ogni pagina di questo volume trasmette. Si tratta di un’opera rara, nata da un vero e proprio sacrificio, dove vita e scrittura si intrecciano indissolubilmente. Victoria Amelina, da scrittrice di romanzi, aveva deciso di dedicare la propria esistenza a documentare i crimini di guerra dopo il 24 febbraio 2022 e ha pagato con la vita il prezzo di questa testimonianza. Ci ha lasciato un libro incompleto, mutilato dalla propria fine tragica e prematura, causata da un raid russo su Kramators’k.

Victoria Amelina non era soltanto un’autrice di grande talento, è diventata anche una delle tante vittime di una élite sanguinaria che, in oltre un secolo, ha sempre colpito con ferocia chiunque osasse dissentire, ovunque nell’Impero russo, in Unione Sovietica, nella Russia di Putin, dentro e fuori i propri confini. In questa repressione spietata non sono caduti solo gli oppositori russi, più noti in Occidente, ma anche numerosi ucraini, spesso ignorati dalle sensibilità dell’Europa occidentale fino al precipitare degli eventi nel 2022, sebbene l’indipendenza dell’Ucraina sia stata riconosciuta nel 1991. Le pagine di questo libro offrono un riflesso di un metodo di distruzione che ha radici profonde, lo stesso che, circa un secolo fa, portò alla persecuzione migliaia di artisti e scrittori ucraini nel periodo del Rinascimento Giustiziato, e che contribuì all’avvento di tragedie come l’Holodomor, tra i capitoli più oscuri e violenti della storia del Novecento.

Gli anni Venti del Duemila, in Ucraina e in Europa, si vedono riaffiorare questi fantasmi, e Victoria Amelina si erge a simbolo di un recupero culturale, nonché esempio di attivismo temerario. Dopo il 24 febbraio, ha scelto di dare voce alle donne che indagano sui crimini di guerra, trasformandosi in un’investigatrice determinata a documentare atrocità, torture e omicidi. In questo viaggio fatto di figure tenaci, animate da amore e disperazione, emerge anche il recupero di preziosi beni letterari, come il diario del poeta e scrittore Volodymyr Vakulenko, rapito e ucciso dai russi, dissotterrato dal giardino della vittima e pubblicato grazie all’impegno della stessa Amelina. 

Guardando le donne guardare la guerra, proprio per la sua natura incompleta e frammentata, alterna momenti biografici a racconti di vite che resistono. Sono storie di donne che scelgono di arruolarsi nell’esercito o di impegnarsi nel volontariato, che lavorano per tenere aperte biblioteche e musei, facendo tutto il possibile per mantenere viva la cultura del proprio paese. Questo mosaico raffigura la storia di un popolo determinato a combattere anche raccogliendo e testimoniando il proprio dolore, trasformandolo in memoria collettiva, preservando ogni pietra infranta, ogni filo d’erba strappato, per le future generazioni. La spinta a esprimere e testimoniare la barbarie non nasce solo dalla sete di giustizia, ma è un argine contro l’oblio, una possibilità che gli ucraini sfruttano per sottrarsi al carnaio di una storia russificata, dalla quale cercano di liberarsi da quasi quattro anni in una guerra sanguinosa. 

Nel mezzo di eventi così tragici, gli ucraini riescono comunque a ritagliarsi momenti di riflessione e dialogo con personalità internazionali. Uno degli episodi più significativi del libro è l’incontro tra Victoria Amelina e lo scrittore Philippe Sands, autore de La strada verso Est (in Italia pubblicato da Guanda), avvenuto al Lviv BookForum nel 2022. In questa conversazione si approfondiscono temi cruciali legati alla scrittura e al crimine, con due punti chiave di grande rilevanza anche a livello internazionale, oltre il contesto della guerra in Ucraina: la necessità di testimoniare gli orrori e la complessità legale del termine “genocidio”.

Nel primo caso, si riconosce che i crimini commessi superano di gran lunga la capacità del sistema giudiziario di garantire giustizia. Per molte atrocità, infatti, l’impunità è quasi certa, anche a causa della scarsità di testimonianze che rendono difficile identificare i responsabili. Per questo motivo, attraverso le parole di Sands, Amelina sottolinea l’importanza del lavoro di documentazione: riportare ogni episodio o atto criminoso è il presupposto fondamentale per il riconoscimento del torto subito. Questa attività risulta imprescindibile anche in un’eventuale fase di riconciliazione tra i familiari delle vittime e le comunità vicine, o persino tra coloro che hanno causato e perpetrato tali crimini.

In seconda istanza, il dibattito sul termine genocidio assume un ruolo cruciale, poiché, nel diritto internazionale, per poterlo applicare è necessario dimostrare l’intenzionalità dell’atto criminale. Provare la volontà deliberata di sterminio, ad esempio, è un’operazione complessa. Tuttavia, pochi termini, come genocidio, hanno avuto nella storia un impatto così forte nell’immaginario collettivo. Riportiamo uno stralcio delle parole di Sands in conversazione con Amelina, essenziale per approfondire questa delicata questione, che va ben oltre la guerra russo-ucraina:

La parola «genocidio» è frutto di un’intuizione, ed è una parola magica, per questo ha un effetto così potente. Però, porta con sé conseguenze negative non volute, e qui mi spingo oltre, dicendo che il concetto di genocidio può aver dato origine all’atto che intendeva prevenire. Concentrandosi sull’elemento psicologico, sull’intenzione di distruggere un gruppo nella sua totalità o in una parte, si rafforza, anche nelle comunità delle vittime, l’odio verso la comunità dei perpetratori del crimine.

Il punto è questo: Lemkin ha inventato una parola che ha un enorme presa sull’immaginazione. Lei è una scrittrice di romanzi, conosce bene il potere delle parole. Se mostrate su uno schermo le definizioni di «genocidio» e «crimini contro l’umanità», la gente reagirà alla prima perché evoca, in modo non tecnico, l’orrore assoluto in un modo che la seconda non fa, perché è «legalese», non accende la fantasia.

Sono certo che in molti si chiederanno quante riflessioni e suggestioni avrebbe avuto ancora da offrire ancora Victoria Amelina, considerando che la sua opera in Italia, fatta eccezione per qualche poesia, è completamente sconosciuta. Eppure grazie a questa traduzione di Yaryna Grusha e alla pubblicazione di Guanda, possiamo attingere a piene mani a un’eredità importante: non bisogna smettere mai di guardare, di raccontare o lasciare che la storia venga riscritta o dimenticata. In un tempo in cui il diritto alla verità è spesso negato, il sacrificio di Amelina è simbolo di giustizia e nutrimento per la memoria collettiva, non solo di quella ucraina, ma dell’Europa intera. 

Federico Preziosi