Certe cose hanno un’intensità tale che potrebbero essere state dette e fatte solo da un adolescente. Siamo negli anni Ottanta a Reggio Calabria, e tutto è segnato dalla violenza della ‘ndrangheta e dalla divisione sociale. Rosario Cristallo è incatenato in una stanza buia di una casa disabitata. La sua rapitrice cerca risposte in lui e in una storia incompiuta che attraversa i segreti di famiglia.

Al centro della vicenda c’è la storia familiare, con il fuoco puntato sulle donne: soprattutto sulla nonna della protagonista e sulla zia, uccisa sulle montagne. Sono loro i punti di riferimento per Lucia, attraverso le parole: i modi di dire, i diari, le storie. E una verità che galleggia sotto la superficie: “se la tua famiglia è responsabile, tu sei responsabile“. Altrimenti, chiedetelo al ragazzo incatenato nell’oscurità.

Anna Mallamo ha una prosa che esplora il simbolico e un talento particolare nel collegare un oggetto o un rituale quotidiano al tema del capitolo. Ad esempio, le mosse degli scacchi mentre Lucia e Rosario parlano, o il bel rituale del piegare le lenzuola tra Lucia e sua madre, dove non si piega solo il tessuto ma anche tutto lo non detto che fluttua nella stanza.

Col buio me la vedo io è un romanzo che usa i cinque sensi per creare l’atmosfera e avvolgere il lettore in questo mondo carico di significati, attraverso la fervida immaginazione della protagonista. La stanza nell’oscurità è un altro personaggio: è viva, reagisce, chiede. C’è un continuo andirivieni tra l’azione principale e i ricordi. Lucia è una ragazza fatta di ricordi, letteralmente scolpita da persone che non ci sono più. È un’alchimista di un corpo in continuo cambiamento, che sta imparando a conoscere e a usare. È una ragazza ossessionata dai segni, come le altre donne della sua famiglia: “la famiglia è una lingua sconosciuta a tutti gli altri.” È premonitrice, porta in sé un’eredità intuitiva.

In questa storia ci sono diverse guerre, tutte narrate con strumenti diversi e associate a immagini spesso insolite: lenzuola, scacchi, sangue, silenzi, dialoghi. Le parole sono un modo di giocare, di deformare lo spazio, di rendere le cose più leggere o così pesanti che solo una stanza buia può contenerle. La prosa è originale e ludica – forse il punto di forza più grande del romanzo. Non mancano però alcune debolezze, come il finale che, pur essendo un colpo di scena coerente con la storia, risulta troppo rapido e stona con il ritmo del resto della narrazione.

Col buio me la vedo io, di Anna Mallamo, è la catabasi di un sistema familiare rappresentato da una ragazza che ha trovato il coraggio di tornare dall’oscurità con delle risposte. È anche la visita a un’oscurità che non ci appartiene, ma che ci ha già catturati e ormai è troppo tardi. A volte la ribellione più preziosa è quella di portare alla luce ciò che si cerca di nascondere. La scommessa sul linguaggio è ciò che vale di più e ciò che ci mette in contatto con la materia oscura così in fretta che non ce ne accorgiamo.

Agustina Colaprete

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