Disteso a folgore sconfitta
m’hai dimenticato, impulso

Nelle puntate di “Avanti un altro!”, l’esilarante programma condotto da Paolo Bonolis e Luca Laurenti, appare tra i personaggi la figura alta e mortuaria dello “Jettatore”. Chi lo rappresenta è un attore del Living Theatre e del Teatro del disgelo, musicista e poeta. Parliamo di Franco Pistoni. Quando chi scrive aveva cinque anni, cioè più di trent’anni fa, Franco Pistoni pubblicò un libricino di poesie dal titolo L’acustica del Mare Egeo (1988), tanto duro e stridente nella sostanza quanto equilibrato e arioso nella veste formale. A esso seguirono altri tre libri di poesia: Emporio di razza (1990) Risonanze di costola (1994) e Delle nuvole, ogni sera, resiste (2000). Questi libri sono a tutt’oggi di difficilissima reperibilità, facendo di lui un poeta semisconosciuto. Perché questa sorte? Considerando che l’autore ha un curriculum cinematografico e televisivo che gli ha conferito notorietà, il destino del poeta ha remato diversamente. Il motivo non è chiaro, in quanto il silenzio sull’opera è probabilmente connesso a vicende private dell’autore. Consideriamo come esempio che alcune rare copie de L’acustica del mar Egeo, pubblicato per Firenze libri, non portano l’ISBN stampato sul retro. Ciò rende difficoltosa la reperibilità e l’indicizzazione dell’opera prima di Pistoni. Ma cosa troviamo in L’acustica del mar Egeo? Da un lato, c’è la visione lirica e il tentativo di tenere in equilibrio i frantumi di un mondo personale per mezzo di una scrittura allucinata, come in questa lirica:

Imbottiti come sono
di mare e martiri lune,
i miei sguardi zavorra
che attendono lettere
o navi dall’Egitto,
condanna dei profeti,
li macchia, li spreme:
nessun oblio alla fame.
Controra di marzo,
il sole mi determina neve,
alla ricerca, sempre,
di non so più che cosa.

Dall’altro, si avverte una vocazione al plurale, di chi appartiene alla comunità civile che tutti unisce in “social catena”:

Grande, lunga, sozza strada,
grigi, curvi, ammassi d’umano.
[…]
Fiancheggio invece
in lontananza di mare,
la nostra morte da film,
dove odio s’accoppia alle labbra
sul ciglio di via.
“Ma in fondo” parlottano,
“c’è di meglio? C’è altro?”

Non c’è risposta agli inquietanti interrogativi di fondo, così come non c’è soluzione alla nebbia che affolla il cuore umano. Certo, il poeta può apparire definitivo in certi versi: “al mattino, qui, sulla soglia / dov’è strano l’inferno del mio cuore”, oppure aprire angolature di esotismo nel suo porsi quasi a demiurgo, a burattinaio di orizzonti privatamente esoticheggianti: “Nei giorni come questi / nel palmo della mia mano / sinistra / cresce un villaggio / con due tramonti / opposti”. Sembra che da un lato il poeta si conceda momenti distesi di momentanea sospensione dal reale, per metafore di alta levità: “l’azzurro cratere del fiato” o “virtù di calendario / i piedi ancora rose”; dall’altro ci seduce con toni intimi di morbida e sfumata sensualità: “E solo lo spasimo stanco / di due capezzoli che rinfrescano, / consacrati dallo specchio prediletto, restano sulle torri lontane / in suoni appena sbocciati / nel languore dell’eterno elemento”. Persino il poeta invoca Dio o comunque una persona divina:

Con le più lunghe
sue dita, ferisce,
d’amore, il primo pane

dove l’immagine cristologica ottenuta col prime time delle mani frangenti il pane ricostruisce, in soli tre versi, la solitudine di chi non ha più attorno alcun cenacolo, ma solo silenzio mediante l’espansione ottica della pagina bianca. Si passa a un umorismo “divino”:

Solo per colmarlo d’impaccio
sublime, in slip e canottiera,
venivo alla mente di Dio

Che razza di modo di pregare? Quale itinerarium mentis in Deo ha in cuore il poeta? Aspira alla salvezza chi dice: “Quieto è, l’intirizzito Dio”, non negandogli la maiuscola ma disonorandolo con l’uso di attributi inappropriati? Alla fine, non c’è trascendenza. Solo un tentativo di sopravvivenza, ora immergendosi nel reale a sentire “l’odore di napalm”, ora evadendo in scenari bucolici senza remissione, come in “Campagna”:

Chius’e basta
dal groppo ossuto dei cani,
cigola
in accesso di bambole.

Una poesia che si apre con “chiusa” è una poesia di negazione, ed effettivamente Franco Pistoni negli altri componimenti della raccolta allestisce alienanti scene urbane di vita contemporanea, grigia ed insensata. Il topos della campagna salubre e allegra della poesia dalla classicità fino a certo Novecento (Pasolini, Penna, Bertolucci) è qui tradita con un colpo di spugna. Franco Pistoni riprende la campagna per negarla, è campagna mortuaria di ossa, campagna di rifiuti con bambole: è campagna poetica, anche nel senso metaforico, di manifesto, che il termine riveste.

A questo punto il personale augurio è la riscoperta di questo poeta dimenticato mediante la ripubblicazione delle sue quattro opere di poesia al fine di offrire un quadro più completo e profondo dell’enigmatica figura dello jettatore di “Avanti un altro!”.

Fabio Barissano