Ex-Libris-0-7-11

Anno 0 | Numero 7 | Aprile 1997

Brano tratto da: «Per favore, mi lasci nell’ombra», interviste a Carlo Emilio Gadda 1950-1972 (ed. Adelphi), scelto da Bruno Ruffilli.
Come tante tessere queste interviste costruiscono il mosaico Gadda. Un mosaico non proprio nitido, vista l’introversa e reticente personalità dello scrittore milanese.

 

È bene che uno scrittore si guadagni la vita con il mestiere dello scrittore? Oppure è preferibile che eserciti un’altra professione e riserbi alla letteratura le sue ore più disinteressate?

Poiché allo scrittore si domanda ormai dal pubblico e dai critici un vasto magazzino di idee e di informazioni, quasi il possesso mentale della interminata Enciclopedia più esperienza di vita vissuta (eventualmente in un lager), più attitudini e abilità di carattere pratico-esecutivo quali condotta della macchina, tennis, alpinismo, guida velica su mare agitato, pronto soccorso al morso dei serpenti velenosi, gioco degli scacchi e della scopa maggiore o scopone, galuppamento di cocktails o serbimento di long drinks, foto e riprese cinema, golf, pallacorda e pingpong, così opino sia bene che lo scrittore impari di buon’ora l’arte del saper tutto, frequenti i filosofanti Geronti e le dive quindicenni, ammesso che Platone e Frine non disdegnino di intrattenersi con lui. Guadagnare o mendicar sua vita a frusto a frusto con ulteriore occupazione o commercio oltrepassa la misura ormai colma della pena e della fatica accettabile. […]

Il Pasticciaccio e La cognizione del dolore sono due romanzi non finiti. Che significato ha nella tua opera questo frammentismo, o meglio questo rifiuto del finito?

L’incompiutezza, il frammentismo, hanno avuto le solite, forse riprovevoli, più probabilmente ineluttabili cause. Sono stati anzitutto un pressoché disperato tentativo di recuperare il tempo che s’era dissolto nella disòpera e nel dislavoro, ove comprendo in essi anche la fatica inutile e la pena inflittami da strutture educative inadeguate alle mie naturali attitudini, operanti contro di me, secondo la regola ferocemente obbligatoria di una morbosa crudeltà del castigo o di vessatoria costrizione delle facoltà mentali dell’alunno. [ … ]

Il rifiuto del finito, nel caso del giallo, trainant per riprovevoli divagazioni e per alcuni eccessi verbali, è dovuto al consapevole desiderio di chiudere in apocope drammatica il racconto che tendeva a deformarsi. Nel caso della Cognizione, l’incompiutezza ebbe moventi lirici, affettivi (paesaggio, suoni dell’ora), o più apertamente sociali (povera gente) che contrastano il canone estetico e strutturale della narrativa pura, la quale, secondo me, non esiste, come non esiste la strategia pura. […]

Si parla da qualche tempo della fine della parola come mezzo espressivo. Saremmo all’inizio di una civiltà dell’immagine, del segno? Che ne pensi?

Superi la mia possibilità di seguirti. Rifuggo dall’insicurezza dell’avvenire: sono una scatola cranica del perento Ottocento, del vecchio positivismo di Saint Louis Pasteur, come lo chiamò Bernard Shaw, nella prefazione della sua Santa Giovanna.

Il tuo plurilinguismo (dialetti, gerghi di mestieri, lingua classica) sta a denotare in te la sfiducia nella lingua della cultura? Oppure corrisponde a una sensualità o «furore» linguistico di cui sono alcumi precedenti nella nostra letteratura? O infine indica una implicita polemica contro il monolinguismo riduttivo della classe dirigente?

L’uso di un idioma composito mi è derivato dal tema di perdere qualcosa della dovizia o dell’esattezza o del vigore espressivo delle genti parlanti, o di taluni «aspetti regionali» delle loro parlate. Nel caso italiano, i dialetti e le espressioni popolari si sono arricchiti e intorbidati nei secoli fino a risultare incomprensibili all’orecchio di chi è straniero alla regione e magari alla provincia o al circondario o al mandamento. Non è questa una buona ragione per obiurgarmi d’un tentativo forse ardito e troppo volonteroso per le mie forze. Nella vicenda italiana, «dialetto» significa parlata popolare stretta, chiusa, ermetica, cifrata. Nella lingua greca, si distinsero rispettati e chiari dialetti, quasi altrettante lingue a forma autonoma e nessun greco arrossì, direi, del suo dialetto o della sua nobile parlata.

Tra umorismo verbale (c’è anche un umorismo non verbale, per esempio Swift) e nevrosi c’è un nesso e quale?

Che cosa esiste che non sia nevrosi al dì d’oggi? Una nevrosi può essere curata e guarita da uno sciroppo ricostituente o calmante, da una dieta appropriata, da qualche doccia tiepida. Altro caso è la psicosi, anticamera del manicomio, e i pazzi non sono sempre umoristi. Se per nevrosi intendi un cedimento momentaneo della consapevolezza, quasi uno svenire del senso logico, un fading della ragione, dovuto per esempio a polemica, ad aspra irrisione, a sarcasmo, a un moto di difesa o di aggressione, a uno spirito di ingiuria smodata, posso concedere. In tal caso l’umorismo è nell’accento, nella pronuncia, nella struttura della frase, nel tono. […]

È possibile scrivere in Italia? Se non è possibile, di chi è la colpa? di che cosa?

Non è possibile, a parer mio, scrivere un unico e a tutti leggibile italiano. La colpa è d’ognuno e di tutti, scriventi o leggenti italiani. Ognuno d’essi, come un passante distratto, urta quello che incontra. D’altronde una impensabile «buona educazione», in questo caso, equivarrebbe alla tirannide del singolo.

In libreria

per-favoreCarlo Emilio Gadda
«Per favore, mi lasci nell’ombra». Interviste 1950-1972
Adelphi, 1993

Collana: Piccola Biblioteca Adelphi
A cura di C. Vela
282 p., brossura
€ 15,00

Compra il libro su Amazon