Milano, 12 novembre 1998

Parlami dei tuoi racconti.

In realtà i racconti esistono da un sacco di tempo e sono scritti dai cinque ai sette anni anni fa, più o meno, sono racconti molto brevi, sono un po’ il mio atto meno professionale della scrittura, nel senso che ho scelto di scriverli in modo sufficientemente scorrevole, semplice, con un linguaggio semmai anche eccessivamente crudo, che è anche la mia particolarità. Nei racconti però non c’è una rielaborazione tecnica, né linguistica che invece uso di più nei testi, un po’ perché i testi mi obbligano a lavorare comunque di più perché vanno incastrati in una struttura. Un po’ perché stilisticamente preferivo non rinchiudermi da solo in alcune gabbie che secondo me alla fine ti limitano tantissimo, per cui sono stati principalmente un gesto spontaneo in un periodo determinato della mia vita in cui ho cominciato a scrivere parecchio. Trattano comunque di sesso, droga e rock ‘n roll, tanto per sfatare… non sono da un certo punto di vista per niente esistenzialisti però è anche vero che secondo me sono visti da un punto di vista un po’ disincantato, abbastanza humor: ridono tutti come dei pazzi. In più ci sono dei riferimenti letterari piuttosto grossi, pesanti, come se nella musica io mi riferissi ai Beatles. Ci sono tre racconti che si chiamano Riccardo, Riccardo II e Riccardo III che sono stati ispirati dalle omonime opere shakespeariane, ma in realtà non c’entrano assolutamente niente con Shakespeare se non dal punto di vista dell’atmosfera che diventa sempre più tragicomica… da solenne diventa tragica, da tragica diventa comica e grottesca. Mi piace giocare sempre di opposti sia nella musica che negli scritti e questo tipo di paralleli lo sfrutto anche in modo un po’ grottesco e pesante. Poi ci sono questi inserti che sono praticamente estratti dei testi o sono magari le frasi che hanno originato i testi, alcuni sono i testi scevri di tutta la parte canzone e riassunti magari in tre o quattro righe… e poi basta. È una cosa molto breve, molto succinta. L’unica mia paura era passare per il musicista che scrive, tanto succedeva lo stesso per cui alla fine non me ne sono curato più di tanto e… sono un musicista che scrive in effetti.

Io ho sentito prima Hai paura del buio? poi sono andata a ritroso e ho ascoltato Germi che invece è più omogeneo, più compatto.

Da un certo punto di vista è vero, sì.

Mentre l’ultimo raccoglie un sacco di voci, di modi, anche di umori differenti… Col prossimo disco, andrete ancora in questa direzione, magari estremizzandola?

Secondo me il prossimo disco tornerà ad essere granitico, però non nella direzione di Germi nel senso che ci stiamo comunque allontanando da là, sarà meno eterogeneo di Hai paura del buio? per quel che riguarda la parte sonora. HPDB? aveva veramente dei pezzi molto duri, dei pezzi invece più strani, altri invece con una componente melodica molto forte. In questo disco dal punto di vista sonoro, i suoni proprio, saranno sicuramente più granitici, questo non vuol dire più duri eh… , vuol dire semplicemente che c’è un’impronta sonora che puoi riscontrare in tutti i pezzi del disco. Ci abbiamo lavorato molto usando un sacco di materiale anni settanta. La componente effettistica che usiamo è tutta più o meno molto vecchia, riciclata. Abbiamo voluto inserire molto un tipo di elettronica, non l’elettronica dei campionamenti, non quella che ormai secondo me è inflazionata nell’uso. Ci siamo avvicinati molto, da questo punto di vista, a gruppi come i Suicide o i Can, gli Amon Duul. Dal punto di vista delle canzoni invece, secondo me, l’eterogeneità che c’era in HPDB? si mantiene. Ci sono pezzi appunto molto duri e dei pezzi molto meno, dei pezzi con una componente melodica forte, altri molto strani.

I testi sono sempre tuoi?

Sì, di solito sì. Non è una regola ma di solito è successo sempre così. I testi sinceramente sono ancora molto in alto mare, su sedici pezzi che dovremmo far uscire ne ho scritti sei [il disco uscirà a giugno 1999, n.d.i.].

Cristiano [Godano n.d.i.] ha detto che i Marlene scrivono prima la musica e quando questa è perfetta, lui ci mette sopra le parole. Per voi com’è?

Una via di mezzo: è raro che nasca prima il testo in effetti nella canzone, e questo perché è probabile che la personalità musicale appartenga a tutti e cinque mentre la personalità letteraria per alcuni arrivi soltanto di riflesso. Forse ci viene più facile oramai per l’affiatamento che abbiamo, comunione d’intenti eccetera, comporre musica piuttosto che comporre parole e poi in effetti è vero che diamo un’importanza fondamentale al suono delle parole. Abbiamo lavorato molto per questo e penso come noi i Marlene e come i Marlene molti altri, per cambiare la fantomatica tradizione cantautorale italiana che raccontava storie e lavorava solo con un questo tipo di linguaggio. Il fatto di avere prima una struttura musicale molto delineata ci porta a essere più rigorosi nei confronti del ritmo e del suono delle parole. Questo ti porta a lavorare moltissimo sui testi dal punto di vista tecnico, anche se spesso sembrano grezzi o sembrano semplici, o sembrano irrisolti, è perché c’è una precisa volontà di renderli in questo modo.

Senti, io magari ti faccio delle domande a cui magari tu hai risposto cento volte, però il mio non è un giornale specialistico.

Beh, sui racconti è la prima volta [risate].

A proposito del linguaggio, quando avete deciso di passare all’italiano, come è venuta questa scelta?

Ma, praticamente ci hanno offerto di fare questa cover di Rino Gaetano, Mio fratello è figlio unico, organizzata dai ragazzi di Arezzo Wave coi quali avevamo collaborato tantissimo in passato (e anche oggi ogni tanto lavoriamo) e la cosa mi piaceva, perché da una parte era uno stimolo a vedere come la scrittura in italiano poteva rendere all’interno di una certa struttura. lo poi ero anche un po’ deresponsabilizzato perché il testo non era mio ma di Rino Gaetano quindi alla fine forse le due cose hanno giocato a favore. È stato il mio primo tentativo di cut up, cioè di taglia e cuci con le parole: ho preso il testo e l’ho ritagliato, l’ho incollato assieme in modo radicalmente diverso dall’originale e ha suscitato tanto entusiasmo negli altri che che poi mi sono entusiasmato anch’io [ride].

Alla fine ho provato a scrivere in italiano anche su cose mie, ci sono piaciute e siamo andati avanti così in modo abbastanza naturale. Sono stato spinto molto da Mescal [la casa discografica, n.d.i.] per questa cosa e devo dire che sono molto contento che sia successo. Credo che il fatto che un gruppo come il nostro canti in italiano sia di per sé già un elemento personale del progetto. Probabilmente il modo in cui noi cantiamo in italiano, noi i Marlene, i La Crus, Cristina Donà eccetera credo che sia un elemento di personalizzazione enorme perché stiamo un po’ nel nostro piccolo aiutando la lingua a rinnovarsi, quando forse la poesia e la letteratura in Italia, dal punto di vista tecnico sono un po’ carenti. Ci sono dei grandi talenti, credo che però dal punto di vista strettamente tecnico la lingua si sia rinnovata pochissimo dagli inizi del novecento a oggi in Italia. Quella parlata sì, tanto, quella scritta invece molto meno. È vero che si commettono delle ingenuità… spesso le soluzioni poi sono dei prototipi, cose anche molto grezze, ma è anche vero che forse è solo così che dai veramente un cambiamento. Uno dei difetti, secondo me, della letteratura italiana, dell’intellettuale italiano, al di là della letteratura, è quello di essere troppo legato alle sfumature e forse di perdere una visione a 360° di quello che sta succedendo, per cui le cose spesso non cambiano mai veramente, si evolvono molto lentamente e solo nei particolari.

A proposito delle tue letture, parlami di qualche autore, qualche libro che ti ha lasciato il segno.

Guarda, io cito sempre le stesse cose, io leggo di tutto, veramente di tutto, dai grossi classici, Dostoevskji. Ho letto I demoni solo ultimamente: era un pazzo incredibile… Poi però leggo veramente anche le riviste più oscene. Cronaca vera è una delle mie preferite. Una delle cose che mi affascinano è proprio il linguaggio, al di là dei temi trattati, al di là dell’atmosfera: il linguaggio e il modo in cui si usa il linguaggio, e ti assicuro che in Cronaca vera ci sono dei capolavori. Io credo che i redattori di Cronaca vera siano veramente dei genii… C’era quest’articolo su questo tizio che violentava le vecchiette e sotto la sua foto avevano scritto «eccolo l’antiquario dello stupro» [risate mie e sue]. Queste cose secondo me sono impressionanti, no? Ho letto la Bibbia ultimamente in versione moderna (mia madre è una grande cultrice di testi classici e anche religiosi, perché ha una spiritualità molto forte che è distante dal Cattolicesimo che ci hanno insegnato a scuola) e poi vabbé fra gli autori moderni ho letto un po’ di tutto, da Pennac a Vonnegut, Chatwin. Quella che mi è piaciuta di più è questa, una scrittrice svizzera che vive a Milano e ha scritto I beati anni del castigo, in cui lei narra appunto della sua gioventù in un collegio in Svizzera. È un libro stranissimo, veramente morboso, inquietante eppure in una normalità una linearità di scrittura, di avvenimenti un po’ come la Svizzera insomma.

Uhm…

Poi alla fine è molto strano no? Pulita fuori.

E parlando di storie, tornando a parlare di testi, c’è una cosa che mi chiedevo da quando ho cominciato ad ascoltare HPDB?, e anche Germi: ci sono moltissime donne.

Sì.

Che sono fonte di ispirazione, di rabbia… perché? Com’è che succede?

Mi hanno già fatto questa domanda, è diversa, ma è la stessa domanda, cioè mi hanno chiesto com’è che io produco sempre donne… che poi in realtà non è una cosa voluta, così come scrivere i testi su questo argomento non è una cosa razionale più di tanto. Secondo me è confrontarmi con una cosa che mi è più interessante proprio perché è più sconosciuta che confrontarmi con l’uomo, voglio dire… io alle feste, alle cene parlo sempre con le donne, mi ritrovo sempre nel cappello delle donne, mi piace molto di più parlare con loro che con gli uomini. È una cosa naturale, non è premeditata nel senso che credo non di avere più a spartire con le donne che con gli uomini, però sicuramente di dovere scoprire di più: mi interessa di più quello che non conosco di quello che già conosco. Poi ognuno di noi credo abbia un lato femminile molto forte, anch’io ho il mio e in un certo modo di scrivere qualcuno l’ha notato.

Senti, a proposito dei luoghi, dei posti, ci sono scrittori che scrivono ispirati da luoghi in cui hanno vissuto, tu che sei milanese [ride] hai mai pensato di andare via, oppure ci sei stato?

Sì certo, io ho fatto un po’ il vagabondo fino a 23-24 anni, sono stato a Londra parecchio tempo, a Berlino, in quasi tutta Germania, in Olanda, ho girato tanto, sono stato in Messico, in Oriente. Mi piace tantissimo viaggiare, mi piaceva tantissimo e mi piace ancora adesso, solo che sinceramente è una delle mie più grandi frustrazioni: non riesco più a farlo, se non per suonare, ed è comunque ancora bello. Anche quando vado in giro e suono mi piace fermarmi nei posti, viverne un po’ l’atmosfera, anche se ora è soprattutto l’Italia che comunque ti assicuro è uno dei posti più interessanti del mondo.

L’America…

Sì, sono stato spessissimo in America, penso che il centro e il sud America sono i posti dove potrei vivere più serenamente, probabilmente, perché raccolgono un po’ le caratteristiche che più mi piacciono della vita. Sono posti meravigliosi, si mangia bene, la gente, per esempio al sud del Messico è di una gentilezza, di una positività pazzesca… e poi sono posti di grandissimo interesse storico, io sono appassionato di alcuni periodi storici, volevo fare l’archeologo da piccolo [risate grasse di tutti e due]. Sono posti dove probabilmente non avrei gli stessi stimoli che ho qua, ne avrei di diversi e forse potrebbero essere legati ad un periodo diverso della mia vita, boh… il prima o il dopo. Questo periodo della vita in realtà lo vedo molto legato a quello che sto facendo, per questo penso di essere abbastanza fortunato.

Sei nel posto giusto.

Sì, nel posto adatto, più che nel posto giusto. Milano non la definirei MAI il posto giusto per qualsiasi cosa, sinceramente.

A proposito dei concerti, voi (in quanto uno dei gruppi più importanti della scena rock italiana) riuscite a fare concerti anche fuori, voglio dire anche in Europa?

Ne abbiamo fatti: da quando le cose paradossalmente hanno cominciato a funzionare meglio in Italia abbiamo un po’ perso questa dimensione che comunque non è stata mai enorme. Però siamo stati invitati anche a delle grosse cose, per esempio nel novanta siamo andati a New York, al New Music Seminar, invitati perché erano uscite queste recensioni su Alternative Press. Siamo tornati nel novantadue a Berlino allo stesso tipo di manifestazione fatta però in Europa, sempre invitati come rappresentanti italiani, cose che ci hanno fatto maturare tantissimo, soprattutto a livello di mentalità perché abbiamo perso totalmente i complessi di inferiorità che sentivamo nei confronti dell’America, ma anche di Berlino che al tempo era proprio la patria di Nick Cave, era un posto mitico e rimane comunque un posto mitico, per carità. Però abbiamo visto la realtà, ci siamo resi conto che c’erano delle cose eccezionali e c’erano anche delle cose molto scadenti, anche a livello proprio organizzativo, professionale e tecnico, per cui ci siamo resi conto che erano semplicemente un pelo meglio di quanto potessimo essere noi, e quindi non era proprio il caso di frustrarsi, anzi. Credo che in Europa la scena italiana attuale sia una delle migliori, se non la migliore: in Germania, in Francia, in Spagna non hanno dei gruppi della qualità che abbiamo noi adesso, e sarebbe anche ora che non solo i musicisti, ma anche i giornalisti e soprattutto i discografici, i radiofonici, se ne rendessero conto. Se fosse successo in Inghilterra, un fermento del genere, intorno alla nuova scena saremmo già su tutti i giornali. Avrebbero spinto, avrebbero gonfiato la cosa e l’avrebbero fatta funzionare, noi invece tendiamo sempre a distruggere prima ancora di aver costruito, a ipercritica re, a perderci appunto nei dettagli.

Bisognerebbe veder nascere una nuova generazione di persone che stanno in radio, anche nel mondo del cinema si avverte questa esigenza, di creare una nuova schiera di ‘addetti ai lavori’. Ti va di parlarmi del tuo lavoro come produttore: io questa estate ho sentito gli SCISMA.

Per quanto riguarda il lavoro con gli SCISMA in realtà è un lavoro che mi è stato quasi commissionato dalla Jungle Sound Production. La Jungle Sound Production sono questi studi, bellissimi, qui sui Navigli, dove noi regolarmente andiamo a provare, dove abbiamo registrato tre dei nostri dischi, tra l’altro. È un posto fondamentale per Milano per fare musica, vabbé, c’era il Leoncavallo, ma il giro dei centri sociali è un’altra cosa, questo è un posto che ha fatto incontrare le varie realtà, Casino Royale, La Crus, Afterhours, Ritmo Tribale, allora c’erano i Carma anche, secondo me la scena è cresciuta in due anni in modo pazzesco, e da lì varie altre emanazioni. Per questo io sono potuto diventare anche produttore, perché avevo delle strutture che potevo usare in un certo modo. Gli Scisma mi sono stati commissionati da loro: io avevo sentito il loro primo album che non mi piaceva, sinceramente: era un CD-demo non in commercio. Mi avevano fatto sentire un altro demo tape con canzoni nuove che invece mi era piaciuto tantissimo. Lo trovavo forse un po’ prolisso e poi in studio mi sono reso conto che in effetti loro hanno questa tendenza ad avere mille facce, che però è la loro personalità, e sono veramente molto difficili da questo punto di vista da produrre. Per il primo disco era forse necessario trovare un discorso più unitario: mi piacerebbe poterci lavorare adesso perché sicuramente avrei molta più libertà da tutti i punti di vista, ma comunque sono molto contento del disco che abbiamo fatto. Dal punto di vista delle soluzioni musicali è stato quello più interessante. Cristina [Donà, n.d.i.] invece la seguivo da una vita, personalmente: aveva già fatto da supporter, lei chitarra e voce, a un sacco dei nostri concerti, e le avevo detto che quando avesse fatto dei testi in italiano ci avrei voluto lavorare. Si è rifatta sentire coi pezzi, abbiamo fatto quattro o cinque mesi di lavoro, lavorando in uno studietto di un nostro amico, e abbiamo portato questo demo tape in giro da per tutto e alla fine la Mescal l’ha preso. I PITCH sono un lavoro non proprio commissionato ma quasi dalla Vox Pop, la nostra ex casa discografica: anche loro li conoscevo da prima, mi piaceva molto come cantavano in inglese e poi mi è piaciuto anche il cambiamento in italiano. Sono forse il gruppo con cui mi sono divertito di più perché mettevo proprio io le mani sul banco, facevo il fonico, io non sono proprio capace di fare il fonico, però lì ci siamo proprio spinti oltre. È un disco Low-fi comunque no? Potevo anche permettermi di non saper raggiungere personalmente dei livelli tecnici pazzeschi alle macchine. Mi sono divertito tantissimo a farlo, anche se è un disco molto semplice credo che abbia la sua bellezza anche in questo, è un disco naif. Gli After poi sono stati un’emanazione naturale. Adesso sto lavorando con i Massimo Volume a Bologna: è un progetto radicalmente diverso dagli After: non hanno niente di pop, i MV. È una scommessa grossa per me, non tanto farli diventare pop [ride] se no mi trovano ‘suicidato’, però renderli diversi da quello che sono stati fino ad adesso. Hanno fatto quattro dischi che sono stati un progresso, tuttavia molto legati alla stessa formula. Adesso la scommessa non è quella di farli cambiare, ma di farli evolvere. Li conoscevo da un po’, li ho conosciuti in realtà alla festa della Mescal, personalmente, e come persone mi sono piaciute così tanto che vado a vivere a Bologna.

Vuoi stare un po’ là.

Sì, penso che sia la ‘Berlinetta’ d’Italia.

E il cinema ti piace? Vai al cinema?

Sì… mi piaceva tantissimo andarci, ero arrivato a livelli di lobotomia forse, perché in realtà il cinema è molto pericoloso, è un po’ come la televisione no? Forse anche di più, perché è ancora più affascinante da un certo punto di vista. Andarci secondo me è fondamentale, bellissimo. Però è vero che vivi delle cose in modo molto forte e sono irreali. È un processo strano, non vorrei che questo vivere le cose in modo virtuale, alla fine ci portasse a non viverle realmente. Non credo che sia pericoloso metterci davanti a certe realtà, anzi, credo che sia pericoloso il fatto che mettercele davanti può portarci a non sentire la necessità di viverle, e credo che questo sia un limite grossissimo perché vivere delle cose è molto diverso dal conoscerle, molto diverso dal vederle dall’esterno comunque. Secondo me il ‘pericolo’ del cinema un po’ è questo, però è una macchina da sogni meravigliosa, stupenda anche se ultimamente non mi è capitato di vedere delle cose straordinarie. È più di un anno e mezzo che non vado al cinema… ho visto Trainspotting che mi è piaciuto abbastanza, secondo me aveva un equilibrio molto azzeccato fra i personaggi e la situazione. Un film che avevo visto un po’ di tempo fa, che mi è piaciuto molto era Il giardino di cemento, una storia molto dura, era la storia di questo padre che moriva di infarto (padre stronzo) e i figli lo seppellivano in cortile. Poi la moglie malata moriva pure lei e i figli la muravano in cantina in questa specie di bara di cemento, ma però molto bello, per niente dark.

Intervista a cura di Barbara Basso

I racconti di Manuel Agnelli

     
Le due edizioni:
Manuel Agnelli, I racconti del tubetto, Ultrasuoni, 1999
Manuel Agnelli, Il meraviglioso tubetto, Mondadori, Piccola Biblioteca Oscar, 2000 (CD allegato)

Discografia degli Afterhours (album in studio)

1988 – All the Good Children Go to Hell (Toast Records)
1990 – During Christine’s Sleep (Vox Pop)
1993 – Pop Kills Your Soul (Vox Pop)
1995 – Germi (Vox Pop)
1997 – Hai paura del buio? (Mescal)
1999 – Non è per sempre (Mescal)
2002 – Quello che non c’è (Mescal)
2005 – Ballate per piccole iene (Mescal)
2008 – I milanesi ammazzano il sabato (Universal)
2012 – Padania (Germi)
2016 – Folfiri o Folfox (Germi)

La canzone preferita della redazione nel 1998