Io sono Napoli (edito da Aurea Nox, 2023) è un appassionato omaggio dello scrittore napoletano Alex Hunter alla sua amata città, tra le più straordinarie e misteriose al mondo. Unica per la sua identità culturale e paesaggistica stratificata che ha visto l’avvicendarsi di numerose dominazioni nella sua storia millenaria (a partire dalla sua fondazione di origine greca), Napoli è una città complessa che sfugge a facili definizioni. Piena di bellezze artistiche e contraddizioni sociali, essa vive di slanci e resistenze, luci e ombre che la rendono adorata e odiata. Raccontarla senza cadere nella trappola dei luoghi comuni è un’impresa ardua, ed è la sfida che lo scrittore Alex Hunter si pone; il suo intento è proprio quello di sfatare pregiudizi e stereotipi negativi, di restituire un’immagine autentica di Napoli, lontana sia dalla cartolina ridente diffusa nel mondo, sia dalla visione mediatica distorta di città del degrado, dell’illegalità o della camorra.

In questo libro l’autore non si limita a descrivere la città, ma la fa parlare in prima persona. Ecco che, con un geniale coup de théâtre, Napoli assume le sembianze di una donna coraggiosa e saggia che va in scena e si racconta direttamente, conducendoci per mano in un viaggio suggestivo alla scoperta della sua anima inedita e dei suoi tesori più nascosti.

«Nel corso del tempo sono stata citata da molti: nelle loro parole, nei discorsi pomposi, nei libri storici, nei romanzi, nelle canzoni, nelle poesie, nei quotidiani… conquisto sempre le prime pagine, nei talk-show e nei telegiornali mi sento una star. Questa volta sarò io a parlare. Io sono Napoli…»

Così esordisce il racconto che, animato da dialoghi dialettali con curiosi personaggi della quotidianità partenopea (Cent’anni, ‘o Pazzariello, Pasquale ‘o femminiello, Zingarello, ecc.), diventa una vera e propria rappresentazione teatrale. Attraverso battute scoppiettanti degne della brillante commedia napoletana, essa ci consente di cogliere l’essenza più autentica del popolo partenopeo: quell’umanità profonda e calorosa e quell’arte di vivere che sa reinventarsi ogni giorno, spesso mascherando il dolore e la ferita col sorriso.

Napoli appare come una figura fiera della sua storia millenaria che, consapevole delle sue meraviglie e dei suoi mali e desiderosa di riscatto, pone domande e solleva dubbi.

Davanti a ‘na tazza ‘e cafè, rito sacro di intimità e condivisione della quotidianità partenopea, ha inizio una piacevole conversazione in cui Napoli mostra il suo volto più segreto narrando le sfide e le gesta generose ed eroiche dei suoi figli più umili (da Gennarino Capuozzo ad Adolfo Pansini, da Maria Laurenzia Longo a Teresa Filangieri Ravaschieri, ecc.).

«Nelle mie vene scorrono la cultura, l’arte, la musica, le parole, l’anima di tanti popoli; io sono madre accogliente […] I figli miei hanno subito tante guerre e dominazioni e hanno sempre trovato la forza dentro di loro per sopravvivere».

Scorci nascosti, aneddoti, proverbi, tradizioni secolari, leggende e storie dimenticate si ricompongono come tasselli di un mosaico variopinto, evidenziando tratti di grande civiltà e spessore culturale in cui il passato, che si mescola al presente, anticipa spesso il futuro.

Molteplici sono le curiosità e gli aspetti che affiorano nella narrazione, dall’ospitalità al legame con la musica e il canto, dalle carte da gioco alle unità di misura, fino all’editto precursore della raccolta differenziata (1832) e alla prima Facoltà universitaria degli Studi Orientali di tutta Europa, solo per citarne alcuni.

«Io sono Napoli e non ho mai fatto distinzione di sesso e razze, poveri e ricchi». Da sempre la città è stata terra d’accoglienza aperta a tutti, indipendentemente dal colore della pelle o dalle inclinazioni sessuali, e modello di inclusione. Ad esempio, gli omosessuali non sono mai stati discriminati ma considerati parte integrante del tessuto sociale; il femminiello, ossia l’uomo che ha un’anima femminile molto esuberante, «per noi è sacro».

Non poteva mancare il riferimento alla città culla della musica e del canto, dalla voce della sirena Partenope ai canti delle lavandaie, dalle serenate dell’epoca di Federico II di Svevia fino all’’800, secolo d’oro della canzone napoletana.

Il racconto è anche un viaggio alla scoperta di un’interessante e plurisecolare tradizione enogastronomica attraverso sapori di prodotti tipici unici (‘a mozzarella in carrozza, ‘a montanara, ‘a minestra maritata, il vino bianco Catalanesca, il coniglio all’ischitana, il migliaccio, l’amaro Nocillo, i Ministeriali, ecc.).

L’autore s’immerge nel tessuto della città, nei suoi angoli più nascosti, affrontando svariati argomenti con una scrittura limpida che sembra scaturire spontanea dal proprio vissuto e rivela il suo radicato senso di appartenenza.

Il vero cuore di Napoli sono i vicoli, e ogni vicolo è una narrazione che porta con sé un pezzo di storia. Così Vico delle Tofe, Vico lungo Gelso, Vico Pensiero, Vico delle Paperelle, ecc. risuonano di voci e leggende antiche.

Spicca quella napoletanità che è tensione costante tra speranza e disperazione, tra bellezza e perdita, tratto distintivo di un popolo che ha la «capacità di trovare soluzioni in circostanze impensabili» e di adattarsi alle avversità della vita trovando anche nella tristezza un sorriso e una speranza.

Alla fine cala il sipario su una Napoli che realmente è uno spettacolo a cielo aperto, che mette in scena la sua rappresentazione tra ironia e tragedia, sacro e profano con la risata che nasconde la ferita, e la capacità di cambiare volto a seconda di chi guarda. Del resto, come recitano i versi di Enzo Bonagura in una canzone di Sergio Bruni: «Ch’ ‘e strade ‘e Napule chesto so’ / ‘nu palcoscenico».

Antonella Pascuzzi

Se vuoi restare in contatto con le letture di Exlibris20, puoi seguire il nostro canale WhatsApp