Per una lira è il titolo di una canzone di Lucio Battisti che comincia così: Per una lira io vendo tutti i sogni miei. E poi la voce a strisce di Battisti racconta la storia di qualcuno che a malincuore si distacca da una parte di sé. Ascoltandola, ho sempre pensato a chi scrive. In particolare agli esordienti. Chi, per la prima volta (e spesso per una lira) consegna il proprio destino al mondo. Nell’incertezza e nell’imprecisione, un esordio insegna a scrivere più di un capolavoro (anche quando le due cose coincidono: David Foster Wallace, La scopa del sistema, 1987). Per una lira è uno spazio dove leggendo le nuove voci della narrativa, italiana e straniera, metteremo in luce alcuni aspetti di un romanzo legati al gesto dello scrivere per la prima volta, ovvero alla scoperta della propria voce.

Alessandra Minervini, scrittrice, editor e writing coach. Il suo primo romanzo si intitola Overlove, LiberAria 2016. Il suo sito è alessandraminervini.info. Qui gli articoli pubblicati su exlibris20.


Sally Rooney, Parlarne tra amici, Einaudi, 2018

Lezione n. 1

Gestire la voce in prima persona

(parte prima)

C’è un aspetto con il quale chi scrive, qualunque scrittore, si confronta, in particolare all’inizio, e questa è la voce, la propria voce. Se c’è una voce, c’è una storia. Si dice anche davanti a poche pagine di un manoscritto inedito. La maggior parte delle volte la prima impressione che si ha leggendo un inedito non sbaglia mai: voce ok/storia ok vs voce non ok /storia non ok. La maggior parte della difficoltà (e delle voci non ok) dipende dalla gestione della voce in prima persona. La scrittrice scozzese Ali Smith ha scritto: “Tu non sei la prima persona che è stata ferita dall’amore. Non sei la prima persona che ha bussato alla mia porta. Non sei la prima persona che ho cercato di impressionare recitando brillantemente la parte di quella che non si lascia impressionare. Non sei la prima persona che mi fa ridere. Non sei la prima persona punto. Ma sei la persona di questo momento. Noi siamo le persone di questo momento. E questo basta, no?” (Ali Smith, La prima persona, Feltrinelli, 2010).

Parlarne tra amici, opera prima della dublinese e giovanissima Sally Rooney, brillantemente tradotta da Maurizia Balmelli, è un romanzo con una voce unica e allo stesso tempo collettiva. (Se fossimo negli anni Settanta direi che ha una voce “compagna” ma siamo nel 2018 e collettiva rende meglio.) La protagonista – Frances
– sa di non essere l’unica ad essersi innamorata della persona sbagliata; ad avere un lavoro che va oltre la precarietà (un lavoro in editoria); sa di non essere la prima ad avere una relazione adultera con un uomo dopo averne avuta una totalizzante con una donna (Bobby, diventata in seguito la sua migliore amica e che funge da alter ego nel romanzo). Frances è una persona comune, per questo come personaggio è unico e conoscerla vale tutta la lettura del romanzo.

Il mio ego era da sempre un problema. Sapevo che la realizzazione intellettuale era nel migliore dei casi moralmente neutra, ma quando mi succedeva qualcosa di brutto mi faceva star meglio pensare a quanto fossi intelligente. Quando da bambina non riuscivo a farmi degli amici, fantasticavo di essere più intelligente di tutti i miei insegnanti, più intelligente di qualsiasi altro alunno mai passato da quella scuola, un genio nascosto tra gente normale.

Frances cerca se stessa, ergo scrive. È una poetessa di spoken words, è comunista, è lesbica (fino a prova contraria), è iper intelligente, iper sensibile, soggetta ad un’attrazione fatale per Nick, un attore wasp bellissimo e marito di Melissa, affermata scrittrice, di cui invece si innamora Bobby. Se fosse una storia classica di figure geometriche (triangoli, quadrati, rombi) che si incastrano a letto sarebbe il classico sfogo autoriale dell’esordiente. Non lo è. Invece c’è un aspetto che rende questa storia comune molto credibile: la voce narrante. Una voce sporca ma mai indecisa. Frances sa perfettamente dove guardare, comanda per oltre 300 pagine lo sguardo di chi legge verso una visione quasi smemorata della propria identità, verso le incertezze dell’oggi e del domani senza mai crogiolarsi nel nullafacentismo anafettivo, ma di questo facendosi contemporaneamente vittima e carnefice.

Leggendo si gode. Non sempre, la maggior parte del tempo. Si gode di quella leccornia che è l’autenticità letteraria, seppur nella finzione. Bisogna essere grati a questo esordio di cui, come forse non avveniva da quello di un’altra Smith che di nome fa Zadie (Denti Bianchi, Mondadori, 2010) si vorrebbe essere gli artefici. Prendete e leggetene tutti, se state cercando una storia che funziona, se state provando a mettere in pratica metodi per farla funzionare.  Nel frattempo: spoiler: “Se due persone si rendono felici a vicenda allora funziona.”

Piccola bibliografia per chi vuole scrivere
La voce


David Foster Wallace, La scopa del sistema, FANDANGO LIBRI, 1999
Ali Smith, La prima persona, Feltrinelli, 2010
Zadie Smith, Denti Bianchi, Mondadori, 2010