Racconti nasce da un’ubriacatura che ancora perdura, in una sera di fine gennaio 2015 al pub Luppolo13 di San Lorenzo. Credo ci sia anche una targa che ricorda l’evento e l’agnizione mia e di Emanuele Giammarco, il mio sodale in questa rincorsa etilica corroborata dal necessario kebab finale”. Stefano Friani sintetizza così la nascita di Racconti edizioni. “Ma – precisa un attimo dopo – nasce prima l’idea di fare una casa editrice e misurarsi in prima persona col lavoro, che non quella progettuale di farla solamente di racconti. Noi venivamo da un master col relativo stage e tirando su una casa editrice volevamo saltare a piè pari quello steccato che oggi impedisce di entrare in questo settore ai venti-trentaqualcosa”. Emanuele si occupa prevalentemente delle librerie e di scovare ed editare autori italiani, di revisionare traduzioni, tradurre, bozzare e via dicendo. “Io invece – precisa Stefano – mi occupo meno degli italiani, ma in compenso dell’ufficio stampa e di quello diritti, oltreché bozzare, tradurre, revisionare ad libitum”. A dicembre del 2015 si è unito anche Leonardo Neri, che fa soprattutto il social media manager e il deus ex machina del blog. “Siamo su instagram, facebook, google+ e twitter e stare dietro a tutti questi canali mentre si ha l’incombenza di editare un racconto in uscita o un reportage da chissà dove, non è certo uno scherzo. In più – aggiunge Stefano – lo trovate bello come il sole a tutte le fiere di settore a discutere con noi di referendum sull’Atac e moduli della Roma. Ah, è anche molto forte a centrocampo a differenza nostra”. La squadra è completata da Federica Sabelli. Stefano la definisce “un saltimbanco redazionale che ci dà una mano soprattutto nel ricordarci il nome di tutte le riviste del sottobosco editoriale che dovremmo conoscere e sottostà col sorriso alle nostre bonarie prese per i fondelli sul suo veganesimo di maniera”.

C’è un libro, un’opera, un’intuizione particolare che ha segnato in qualche modo la svolta, facendovi capire che eravate sulla strada giusta?

Ce ne sono stati diversi: Virginia Woolf e il suo Oggetti solidi ha venduto moltissime copie e ancora oggi è uno dei titoli più richiesti del catalogo. Chi lo recensì su Repubblica al tempo disse che avevamo beccato il libro perfetto dopo nemmeno un anno di attività, e aveva ragione. Molto ha contribuito anche l’avere come curatrice una infaticabile Liliana Rampello che si è spesa parecchio per le sorti dell’opera woolfiana in Italia. Dopodiché, sicuramente per noi pubblicare James Baldwin o John Cheever ha rappresentato un salto di qualità non indifferente, che ancora oggi ogni tanto ci fa chiedere se non si stia sognando. Per quanto riguarda gli italiani, il fatto stesso che gli unici due pubblicati finora abbiano macinato consensi e titoli, arrivando nella terna finale al Settembrini (Michele Orti Manara col suo Il vizio di smettere) e nella longlist dei dodici dello Strega (Elvis Malaj, Dal tuo terrazzo si vede casa mia), dice tutto quello che c’è da dire. Ci auguriamo che Marco Marrucci con il suo esordio, Ovunque sulla terra gli uomini, possa seguire le stesse orme e spostare ancora più insù l’asticella.

Cosa ha di più, e magari di diverso, la vostra casa editrice rispetto alle altre?

Siamo sconciamente démodé, bianchi e illustrati quando tutti scelgono foto e copertine flashy. Facciamo racconti quando si dice che la narrativa è in crisi, figuriamoci poi quella breve. Abbiamo aperto una casa editrice in un paese in cui non legge nessuno: insomma ci abbiamo provato in tutti modi a farci notare.

Si racconta infatti da anni di una crescente vocazione alla scrittura, ma anche di un progressivo e inesorabile calo del numero di lettori.

Non so se ci sia una crescente vocazione alla scrittura. Tra l’altro non saprei proprio come misurarla questa vocazione, con che strumenti. Gli scriventi da noi sono sempre stati di più dei lettori, che invece questi sì sono in calo.

Perché allora puntare ancora e comunque sull’editoria?

Sul senso delle cose è sempre difficile riflettere e ragionare: ma, d’altronde, ha senso andare a cercare monetine in spiaggia col metal detector o aprire la centesima hamburgeria del vicinato?

Perché le short stories? E perché solo questa tipologia di scrittura?

La risposta è banale: non c’era nessun altro che le facesse. Questo comporta che ci siano dei veri tesori inesplorati tra le cose lasciate fuori dai cataloghi di editori più grandi, un pubblico potenziale piuttosto ampio a cui attingere che si è subito riconosciuto in questa intrapresa, e la possibilità di darci a un tempo un limite e una possibilità entro il cui convogliare la nostra ricerca. Non ultimo, i racconti ci piacciono (e piacciono anche a un sacco di altra gente, o perlomeno non gli fanno schifo come gli era stato fatto credere).

È ipotizzabile, magari anche non nell’immediato, un cambiamento della vostra mission e, quindi, un allargamento del core business?

No, resteremo poveri ma belli. Volendo astrarre dall’economichese luissino, credo che nel 2019 leggerete delle novellas, o racconti lunghi per usare la lingua tanto cara ai sovranisti, in una nuova collanina di Racconti. Per ora non posso svelare molto di più. Ah, comunque no, non pubblicheremo romanzi.

Come scegliete e selezionate i vostri autori?

C’è un grosso dado a dodici facce con dei nomi scritti sopra, le possibilità che pubblichiate la vostra raccolta con noi sono una a dodici quindi, il trucco però è finire sul dado. Bisogna passare per un comitato giudicante fatto dal Comitato di “I fatti vostri”, Mara Venier e lo spirito aleggiante di Franco Lechner.

Per resistere bisognerà prima o poi convertirsi all’editoria a pagamento?

No, non c’è niente di necessario nella vita, figuriamoci l’editoria a pagamento. Tra l’altro le vanity press sono largamente scavalcate dalla possibilità di pubblicare quello che a ciascuno più garba e piace su internet, in ebook o semplicemente recandosi in una copisteria a un quintordicesimo del prezzo e con lo stesso risultato: ovvero nessuno vi leggerà. Ergo tutto fuorché necessaria. L’editoria a pagamento dell’autore semplicemente non è editoria. Dicasi anzi truffa e circonvenzione a danno di incapace.

Come se la passa il cartaceo? Crede davvero che abbia le ore contate?

L’ebook è uno strumento incredibilmente meno raffinato e tecnologico del libro cartaceo, che però non è ulteriormente perfettibile. Per ora non mi sembra che il mercato dell’ebook abbia assunto una rilevanza tale da rendere improrogabile questa discussione, né mi sembra che ci siano stati particolari rivolgimenti della tecnica che la giustifichi. Anzi, semmai dopo un iniziale entusiasmo (più per il dispositivo che non per la lettura) nei mercati più avanzati si è assistito a un ritorno degli hardcover. Quindi no, non credo che gli ebook soppianteranno il libro cartaceo, perlomeno a breve.

Come si promuove un libro? Cosa fa Racconti edizioni per far conoscere e vendere le opere dei suoi autori?

Porta a porta, coast to coast, andando per fiere, parlando coi librai e coi promotori, coi lettori e con gli scettici, con la stampa e con chi di dovere. Mettendo i libri laddove uno non si aspetterebbe di trovarli, a un aperitivo oppure a un festival alternativo. È un lavoro duro, ma remunerativo. Oh, non in termini di soldi, beninteso.

Intervista a cura di Marco Grasso

 

L’intervista precedente di Marco Grasso:
#ED12 Scritturapura: letteratura senza (troppi) compromessi
Catalogo delle case editrici indipendenti