Tu volevi solo ardere. Lettera ad Alejandra Pizarnik di Ilaria Palomba non è una biografia, né un saggio accademico, ma una sorta di seduta spiritica letteraria in cui Ilaria Palomba convoca la poetessa argentina per lasciarsi attraversare da lei.

Pubblicato nella collana Le innominate di Les Flâneurs Edizioni, il testo non racconta una figura storica, ma la evoca, innescando un processo di transfert in cui linguaggio, desiderio e morte coincidono. Le similitudini e la scelta dell’autrice

Palomba sceglie Alejandra Pizarnik perché riconosce in lei una “sorella segreta”, un archetipo e un miraggio che chiama dal lato notturno della coscienza. Entrambe condividono una concezione della scrittura come destino e come inevitabile discesa nell’abisso. Pizarnik non è per Palomba un semplice oggetto di studio, ma la lente perfetta per guardare il proprio “nucleo pulsante”, la propria vocazione a una parola che scortica e consuma. Vi è un’identificazione reciproca totale: l’autrice si specchia nella poetessa, proiettando in lei la propria parte liminare, quel luogo interiore dove l’identità perde la sua struttura per farsi pura vibrazione.  

Lo stile adottato da Palomba rifiuta ogni mediazione narrativa per farsi invocazione e delirio lucido. A prendere la parola, in un “tu” intimo e assoluto, è l’Ombra stessa di Pizarnik, che le parla “dallo spazio senza ritorno di un’ombra”. Questa Ombra è la personificazione della ferita originaria del soggetto poetico, ciò che resta dell’io quando evapora nella parola. Il testo ripercorre l’esilio interiore di Pizarnik, la sua fame di assoluto, l’infanzia a Buenos Aires, il rapporto ambivalente con la psicoanalisi, l’attrazione per la Morte e i dialoghi ideali o reali con giganti come Marcel Proust, André Gide e Julio Cortázar.

Il linguaggio di Palomba si fa incandescente, esoterico e frantumato, perfettamente mimetico rispetto all’ardore della sua musa, come dimostrano alcuni passaggi: “Il poeta esiste sempre senza protezione – in ogni angolo di terra il poeta è violentato”.  Sull’essenza bifronte e inafferrabile di Alejandra, l’autrice pugliese scrive: “Eri Vita della tua vita ed eri Morte della tua morte, eri il perturbante, ciò che disfa gli strati”, mentre sul processo sacrificale della poesia: “…scrivere era una lenta e vorace dissoluzione dell’essere nella perfezione della parola, sotto l’albero di Diana avevi compiuto quel processo alchemico per cui non saresti mai più stata come gli altri”.  

Il rapporto di Alejandra Pizarnik con la psicoanalisi si configura, nelle pagine di Ilaria Palomba, come un’attrazione febbrile inevitabilmente destinata al fallimento. La poetessa argentina ne subisce il fascino sin dalla giovinezza, origliando le conversazioni degli studiosi al Jockey Club per carpire i segreti delle proprie ossessioni e del sesso. Tuttavia, l’analisi clinica si rivela ben presto uno strumento inadeguato, incapace di arginare la sua fame d’assoluto: a gennaio decide di interrompere le sedute, consapevole che “la psicoanalisi non poteva sostituire la vita, l’odiata realtà”. Il divario tra la scienza medica e l’abisso interiore diventa incolmabile. Il lettino dell’analista – e i colloqui con il suo terapeuta León Ostrov – si trasformano nel palcoscenico di una frustrante estraneità, dove Pizarnik si sente umiliata dal dover giustificare un dolore che non appartiene all’ordine razionale. In una seduta emblematica, Alejandra si domanda se Leopardi e Van Gogh sarebbero stati gli stessi senza la loro “mostruosità”, intuendo perfettamente che “curare” il suo sintomo oscuro avrebbe significato distruggere l’essenza stessa del suo essere. La psicoanalisi cerca di ricondurla alla normalità di un mondo condiviso, ma per l’autrice la realtà esterna è nient’altro che “un lago di ghiaccio” da rifuggire.  

Di fronte all’insufficienza della clinica, la poesia assume le proporzioni di una divinità esigente, di un destino sovrannaturale e divorante. La parola poetica, per Pizarnik e per Palomba, non ha alcun valore ornamentale o consolatorio, ma è una discesa agli inferi in cui “vinceva il rapporto con la morte” e in tal senso il testo di Palomba mette in luce come il vero valore della poesia risieda nel suo statuto di possessione e di scavo sacrificale: l’annullamento dell’io. Pizarnik non “decide” di scrivere, ma viene scritta. La composizione avviene perché “la poesia apriva una crepa in cui entrava una potenza non tua”. È una lingua vertiginosa che sceglie il poeta come proprio custode, precludendogli di esistere o comunicare in forme più ordinarie.  

Scrivere versi è concepito come il disperato tentativo di “riparare una ferita originaria, lo strappo”. Tuttavia, questa medicina ha un effetto tragico sul creatore: “la tua poesia è sempre stata un tentativo di cura, che non ti ha salvato, ma ha salvato altri”. Per le due scrittrici la poesia nasce da un annientamento volontario, esigendo un dazio carnale. Si genera quando la parola si inchina al “principe Silenzio”, sgorgando “con la veemenza del sangue da una carne pallida, purissima”.  Chi legge raccoglie i frutti di un’operazione magica per cui l’autrice ha dovuto pagare con la vita. Come evidenzia Palomba, “Tutti coloro che ti leggeranno chiameranno la tua parola Poesia […] senza protezione si traduce in sacrificio, le pagine restano scolpite nella fortezza indelebile del tempo, il corpo viene bruciato dalla follia”.  

Psicoanalisi e poesia, in questo dramma interiore comune, rappresentano due forze inconciliabili: la prima tenta invano di ricucire l’individuo alla società disinnescandone la furia, la seconda spalanca la visione assecondando la vertigine, chiedendo in cambio la vita intera.

Palomba dimostra ancora una volta di essere una scrittrice che produce autentica Letteratura in Italia proprio per la sua radicale intransigenza. In un panorama editoriale spesso dominato da scritture addomesticate e trame consolatorie, Palomba sceglie la zona del massimo rischio letterario. Non descrive la realtà, ma fa sì che il linguaggio accada, come un rito o una ferita. La sua non è narrativa di intrattenimento, ma una “psicostoria dell’anima poetica”, un’opera mistica e visionaria che rifiuta il compromesso e accetta la distruzione dell’io come unico viatico per l’accesso alla parola pura.  

A chiudere e suggellare questa discesa infera, il volume ospita il racconto La migliore delle solitudini di Mariella Soldo. Il testo funziona come un controcanto onirico: immagina un incontro parigino in un caffè, in cui Pizarnik appare come un’entità sfuggente, una figura liminale consumata dalla pioggia e dalla scrittura. Un fantasma osservato da lontano, che ribadisce l’impossibilità di afferrare chi ha scelto di svanire per farsi interamente letteratura.

Anna Lina Grasso